28 marzo 2017

Non abbiamo nulla per cui morire. Una testimonianza da Londra

di Alessandro Rico

Il 22 marzo ero a Londra. Non ero sul Westminster Bridge, grazie a Dio. Sarei dovuto andare nel pomeriggio. Ci ero stato diverse volte, durante il mese trascorso nella capitale britannica. Potevo esserci io, potevano esserci i miei familiari a finire sotto le ruote di quell’auto lanciata sul marciapiede fino ai cancelli del Parlamento. Io mi trovavo alla National Gallery, a Trafalgar Square, la piazza dedicata alla battaglia con la quale l’ammiraglio Nelson, peraltro ferito a morte, era riuscito a sbaragliare la flotta francese, quando l’Inghilterra era un katéchon capace di frenare l’avanzata della rivoluzione permanente e anticristiana condotta da Napoleone.

Quando sono uscito da quella stupenda galleria, dove spiccano, in mezzo a tanti pur bellissimi fiamminghi, i pittori italiani – ma gli italiani c’entrano sempre qualcosa: il celeberrimo quadro di van Eyck ritrae i coniugi Arnolfini – lo scenario era apocalittico: traffico in tilt, decine di auto della polizia e ambulanze a sirene spiegate, cinque elicotteri che sorvolavano la zona. Westminster dista una decina di minuti a piedi, basta percorrere la strada che da Trafalgar scende e costeggia anche Downing Street, la residenza del Primo Ministro. Ma quel che più mi ha colpito è stata l’indifferenza generale. 

Mi sarei aspettato un po’ di panico, un po’ di preoccupazione, un po’ di fermento. E invece la gente per strada era la solita. Qualche turista frastornato e forse ancora ignaro, poi gli inglesi come sempre assorti nei loro affari, come sempre di corsa, come sempre pedine isolate in un labirinto frenetico che, nel tardo pomeriggio, sembra mosso da un’unica ossessione: fiondarsi nel primo metrò disponibile per tornare a casa dopo una giornata di lavoro.

Sui social è circolata l’immagine di una ragazza islamica che passa vicino al cadavere dell’attentatore, pochi minuti dopo il fattaccio, continuando a fissare lo schermo del suo smartphone, come se intorno fosse tutto normale. Gli utenti di Facebook hanno attribuito questo comportamento alla fede della giovane: ecco una musulmana che se ne strafrega dell’attentato islamista. Non credo fosse questa la ragione della sua apatia. Ne ho viste tantissime, a Londra, di ragazze come lei: vestite più o meno all’occidentale ma con un velo in testa. A loro modo sono integrate nella vita inglese, sono musulmane anglicizzate: vogliono il loro spazio di preghiera il venerdì, non indossano abiti succinti, osservano il ramadan, ma lavorano, mangiano e pensano esattamente come gli inglesi. E sono altrettanto distaccate. L’altro non le riguarda, queste persone. Quello che si potrebbe scambiare per un segno di forza, la fermezza di non lasciarsi scippare la libertà di vivere serenamente, è in verità un segno di indifferenza.

Non ho visto nessuno agitarsi, cambiare espressione, non ho sentito nessuno commentare i fatti con un amico o un parente. E resto convinto che gli inglesi non siano coriacei, ma solo egoisti.
D’altra parte, mentre le autorità parlavano da subito di un caso di terrorismo, a differenza di quello che accade in Francia e Germania, dove si va alla disperata ricerca del movente psichiatrico, la Londra progressista rientrava in piena fase negazionista. Per il sindaco Sadiq Khan, gli attacchi terroristici sono parte di quel che comporta vivere in una grande città multiculturale. Da noi, Repubblica e Corriere facevano a gara per far passare in secondo piano l’affiliazione religiosa dell’attentatore, descritto come un «britannico nato nel Kent» (peccato che i genitori fossero nigeriani e che a quanto pare lui fosse inglese come io potrei essere marocchino; ma mentre in Italia si discute dello ius soli, sarebbe scomodo ricordare ai lettori che la cittadinanza è un fatto di cultura e appartenenza, un privilegio che si può trasmettere come fosse un titolo patrimoniale, non un’etichetta amministrativa che spetta a chiunque emetta il primo vagito sul territorio di uno Stato). 
Poi, i giornali si sono concentrati sul fatto che Khalid Masood fosse un bodybuilder (sarà tutta colpa degli steroidi?) e un marito psicopatico e violento (sta a vedere che è tutta questione di maschilismo; gli altri mariti musulmani come si comportano?).

E ovviamente non poteva mancare la veglia di piazza, il giorno dopo l’attentato. A Burxelles ci furono i gessetti colorati, a Trafalgar Square due slogan che non riesco a comprendere. Da una parte, si ripete insistentemente: «We are not afraid», non abbiamo paura. Al che osservo: forse è vero che chi voleva la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea, chi vuole meno immigrati, chi accusa l’Islam di tutti i mali del mondo, chi adotta atteggiamenti maniacalmente xenofobi, fondamentalmente è mosso dalla paura. La chiusura è un atteggiamento tipico di chi è spaventato. Ma è vero pure che un’altra manifestazione della paura è il diniego. E tutto questo insistere sul “noi non abbiamo paura”, mentre si fa di tutto per fingere che non ci sia un problema, che le politiche adottate da qualche decennio a questa parte, il multiculturalismo, la tolleranza, il rifiuto delle nostra identità culturali, nazionali e spirituali, il trionfo del nichilismo postmoderno, non siano responsabili di un progressivo deterioramento della nostra civiltà, forse davvero prossima a una forma di sottomissione o addirittura all’assimilazione etnica, visti gli andamenti demografici; tutto questo insistere sul fatto che “loro” non ci faranno cambiare il nostro “stile di vita” (quale vita? Quella da spersonalizzati, da atomi indifferenti gli uni agli altri, che scappano a prendere la metro e si dimenticano persino di se stessi, che affogano la loro infelicità nelle sbronze del venerdì o devono usare la cocaina per reggere i ritmi del distretto finanziario?); tutta questa retorica del coraggio, in realtà mi sembrano nascondere una grande paura. La paura di non essere all’altezza di combattere una guerra che forse non si ha nemmeno la volontà di vincere. La paura di ammettere che molti di noi preferirebbero staccare la spina. La paura di affrontare la realtà, negandola: è una delle fasi psicologiche che attraversano i malati terminali.

E poi c’è l’altro slogan, che invita ad amare tutti e a non odiare nessuno. A leggerlo mi torna in mente Carl Schmitt, quando parla del “politico” come contrapposizione tra amico e nemico e ricorda che il Vangelo esorta ad amare il nemico privato, non il nemico pubblico, politico (diligite inimicos, non hostes vestros). L’impressione è che l’Occidente ex cristiano abbia perso di vista questa distinzione nell’illusione impolitica di una pacificazione universale, in cui tutto viene riassorbito in una ristrettissima sfera privata, dalla quale scompaiono la comunità, la nazione, quindi la politica, quindi l’inimicizia.

Anche l’Europa è nata sotto questa insegna, come sosteneva apertamente Kalergi, il fondatore della Società Paneuropea, ispiratore di Adenauer e De Gasperi: «L’uomo del futuro sarà di razza mista. Le odierne razze e le classi scompariranno gradualmente […]. La razza eurasiatico-negroide del futuro, simile nell’aspetto agli antichi Egizi, rimpiazzerà la diversità dei popoli con la diversità degli individui». La convinzione era che un uomo senza un’identità, ibrido e sradicato, fosse un uomo che non aveva niente per cui fare la guerra. E adesso che la guerra lo viene proprio a tirare per la giacchetta, quell’uomo è impreparato. Non che ci debba entusiasmare l’idea di uccidere e farci uccidere, per carità. Ma noi non sembriamo neppure più capaci di concepire l’idea di nemico, in special modo se si tratta di un nemico interno. Gli abbiamo appicciato la qualifica di “cittadino”, una fictio iuris: ormai quel nemico è un «britannico nato nel Kent». Gli inglesi, addirittura, hanno scelto di rimanere del tutto inermi di fronte a tali minacce. Se non fossero arrivate le leggi disarmiste di Tony Blair, forse Keith Palmer, poliziotto e padre di famiglia, avrebbe estratto una 9 millimetri e avrebbe riabbracciato i suoi figli, anziché essere ucciso a coltellate (ai fautori del proibizionismo, ricordo che le armi automatiche e semiautomatiche sono facilmente reperibili dalle organizzazioni criminali sul mercato nero e che, in Inghilterra, la violenza perpetrata con le armi bianche è diventata una piaga sociale, diffusissima tra le baby-gang, dopo il bando quasi totale sulle armi da fuoco).

Sabato 25 marzo si sono celebrati i sessant’anni dai Trattati di Roma ed è lecito chiedersi, a questo punto, che Europa abbiamo costruito. Un’Europa contabile, assoggettata ai disegni economici e geopolitici della Germania, da cui la Gran Bretagna si è chiamata fuori, ma forse troppo tardi, perché nel frattempo si è rovinata con le sue mani: la Londra multietnica è una babele in cui davvero, come dice il suo sindaco, è normale aspettarsi di tutto. E in questa Europa, gli unici sacrifici che ci vengono richiesti, anzi, imposti, sono quelli necessari a salvare banche, debiti pubblici, una moneta che nessun economista serio, di nessuna scuola o ispirazione ideologica, reputava sensata e una presunta società aperta, laicista, accogliente e tollerante, una società di ponti al posto dei muri, come dice Francesco il misericordioso.

Così, mi tocca confessarvi, con una punta di vergogna, vista la caratura dei principi che ispirano il nostro mondo liberale, che mentre passeggiavo per le strade di una Londra rapidamente tornata alla normalità, riflettendo sul fatto che mi sarei potuto trovare sul Westminster Bridge, come tante altre volte era accaduto in quel mese, sono riuscito a partorire un unico, qualunquistico, egoistico pensiero, un pensiero anche un po’ deprimente, spia della malattia spirituale da cui siamo affetti oggi, visto che nei presunti “secoli bui” del cristianesimo la gente si faceva uccidere volentieri per la sua fede in Gesù Cristo, mentre i maomettani, che sono pur sempre eretici, danno la vita purché riescano ad ammazzare qualcuno (e forse non sono tutti psicopatici): il nostro “stile di vita” sarebbe valso la mia pelle?   

1 commento :

  1. "Quando non c'è più niente per cui valga la pena di morire, allora non c'è più niente per cui valga la pena di vivere".J.Ratzinger.

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