23 marzo 2017

San Turibio de Mogrovejo, un modello di vita

di Roberto de Albentiis

Il santo di oggi è europeo, spagnolo per la precisione, ma ha operato principalmente ed è infine morto nel Nuovo Mondo: stiamo parlando di San Turibio de Mogrovejo; la liturgia quaresimale ci fa concentrare prevalentemente sui sermoni e i miracoli di Gesù, e addirittura il santo odierno non è inserito nemmeno nel Messale, ma il suo nome è inserito comunque nel Martirologio, ed è enormemente venerato a livello popolare in America Latina, dove non è raro che i nuovi nati abbiano il suo nome, certo molto più diffuso a quelle latitudini che non da noi.
San Turibio nasce in Spagna, in una nobile famiglia, in un anno compreso tra 1536 e il 1538, e si dedicò allo studio del Diritto Civile e Canonico nelle migliori università iberiche, a Coimbra, Valladolid e Salamanca; professore universitario nella stessa Facoltà di Salamanca, divenne poi presidente del Tribunale di Granada, fin quando il Re Filippo II, per l'ottima fama di devozione mariana, rettitudine e di senso del dovere che lo circondava, lo mise a capo, pur essendo un laico, dell'Inquisizione di Granada e, poi, dell'intera Inquisizione spagnola.

Sia il Re che il Papa furono così bene impressionati da lui che lo nominarono concordemente Vescovo di Lima, nell'allora colonia spagnola del Perù; in poco tempo ricevette tutti gli ordini sacri e partì così alla volta della Nuova Spagna.
Con grande energia, e con l'ancor più grande esempio personale, estirpò gli abusi dei colonizzatori, che i sacerdoti rilassati, contro anche i quali combattè, non osavano riprendere; moralizzò i costumi, promosse la riforma del clero, cercò di agire in concordia con le autorità coloniali, che provò, senza riuscirci, ad indirizzare verso miti consigli, e si prodigò nell'evangelizzazione degli indigeni (di cui volle imparare la lingua e nel cui idioma tradusse catechismi e preghiere) e nella loro elevazione e protezione morale e materiale.

Intraprese tre visite pastorali nel vastissimo territorio diocesano, convocò concili e sinodi provinciali, fondò centinaia di parrocchie, installò una tipografia che produsse i primi libri stampati dell'America del Sud, fondò il primo seminario dedicato alla formazione del clero nativo; prodigo verso i poveri (cui regalava i suoi stessi vestiti), dedicava numerose ore alla preghiera, alla meditazione, alla penitenza e alla spiritualità. San Turibio visse in un contesto storico e politico fortemente diverso dal nostro, per certi versi, però, migliore, con una Chiesa comunque sicura della sua missione civilizzatrice e soprattutto evangelizzatrice e un’autorità politica, almeno formalmente, desiderosa di porsi al Suo servizio, e davanti al pessimo esempio di Vescovi pavidi e tiepidi, San Turibio ci affascina e ci interpella; soprattutto, ci fornisce alcune utili lezioni, importanti certo in qualsiasi giorno dell’anno ma soprattutto ora che stiamo vivendo il tempo della Grande Quaresima.

La prima, la devozione mariana: in una Chiesa, come quella di oggi, che scoraggia la devozione mariana per andare dietro le sirene protestanti e secolari, diventa tanto più urgente riscoprire questo tratto così bello e così autenticamene cattolico; del resto, da chi potremmo imparare ad amare meglio Gesù, se non dalla Sua eccellentissima Madre? A maggior ragione, poi, quest’anno, primo centenario delle apparizioni di Fatima, il cui appello di conversione e penitenza è ancora più urgente oggi rispetto a quella lontana primavera del 1917.

La seconda, l’osservanza dei propri doveri di stato: San Turibio, prima da laico e poi da uomo di Chiesa, si santificò osservando scrupolosamente i suoi doveri di stato, di professore, di giudice e infine di sacerdote e Vescovo, anzi, venne scelto come giudice inquisitoriale e poi come Vescovo proprio per la sua pietà e la sua dedizione eroicamente vissute da laico! Non è gradita a Dio la nostra preghiera se prima non ci santifichiamo, nell’obbedienza e nell’umiltà, nei nostri doveri di stato e di ufficio, e allora, proprio in questo clima quaresimale, e in un tempo che parla sempre insistentemente di diritti, riscopriamo i nostri doveri di stato, e con l’aiuto di Dio e l’intercessione di San Turibio adempiamoli!

La terza: il legame tra carità e verità. In un tempo in cui per essere davvero caritatevoli (o misericordiosi) pare che bisogna mettere da parte l’annuncio della verità, tanto che la Chiesa sta seriamente correndo il rischio di diventare una ONG o una loggia massonica, con una bontà e una mera filantropia che nulla hanno a che vedere con la reale carità cristiana, San Turibio ci dimostra concretamente che tale distinzione è fallace: San Turibio, il fermo giudice inquisitore, che agiva contro gli eretici protestanti, protestantizzati o giudaizzanti, era lo stesso che dava ai poveri, prima spagnoli e poi indios, le sue scarpe, i suoi vestiti, il suo cibo, i suoi soldi. La contrapposizione tra carità, verità, misericordia e giustizia è falsissima, figlia dei nemici della Chiesa, e come tale da respingere.

La quarta: in un periodo in cui sono tornate di moda tesi interculturali, che riducono l’annuncio evangelico alle mere condizioni storiche, soprattutto quando ci si approccia ai mondi indigeni e animisti, San Turibio, con il suo esempio pratico (volle imparare tutte le lingue indigene della sua vasta diocesi!), ci dimostra che un’altra finta contrapposizione, tra l’annuncio missionario e il rispetto della cultura indigena, è falsa: tutte le anime da lui convertite, battezzate e cresimate, comunicate, quindi salvate, dimostra ciò. E noi, come singoli e come Chiesa tutta, siamo animati dallo stesso zelo missionario, o abbiamo svenduto la missione, anzi, di missione non sappiamo proprio niente?  

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