08 aprile 2017

Apologetica. Contro l'ipotesi documentaria

(OVVERO SPIEGAZIONI TEOLOGICO FILOSOFICHE FRA MOSÈ E ARISTOTELE)

di Matteo Donadoni

«Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio:
l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due»
(Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, R. L. Stevenson)

“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” non è stato scritto da Robert Louis Stevenson (1850-1894) di suo pugno. No, il celebre medico, poeta e scrittore scozzese pare non abbia fatto altro che redigere e compilare fonti e frammenti di fonti. In particolare si tratta dei brani riguardanti la fonte J (o Jekyllista), la quale narra dei fatti accaduti al dottor Henry Jekyll, e la fonte H (o Hydista) più tarda, che riporta tutti quei passi, anche controversi, nei quali interviene nella narrazione il signor Edward Hyde. Sul corpus di entrambe le fonti gli studiosi dibattono dubbiosi. Infatti, gli autori profani, per qualche strano motivo non teologico, chiamano con due nomi diversi il signor Henry, ovvero Edward, che in realtà sarebbero la stessa persona.
Esegesi improbabile.

Eppure un’operazione simile venne compiuta nel XIX secolo da alcuni studiosi di area germanofona, di cui non vale la pena ricordare i nomi. Nota come “ipotesi documentaria”, detta anche “teoria delle quattro fonti”, questa teoria è stata poi accettata come scientificamente valida per tutto o quasi il secolo scorso. Una fra le questioni di fondo riguarderebbe il libro della Genesi e le presunte contraddizioni ivi contenute dato l’utilizzo dei nomi ebraici per indicare Dio: אֱלוֹהִים “Elohim” e il Tetragramma sacro  יהוה YHWH. Per spiegare la questione dobbiamo però sapere che Dio non fa mai le cose a caso, ma secondo criterio logico, e l’autore sacro ispirato, nel qual caso Mosè, ha scritto di conseguenza.

Perciò, pur non essendo linguisti del calibro del generale James Johnston Pettigrew (1828-1863), il quale pare disse «La nostra reputazione, dopo i Greci, sarà la più eroica fra le Nazioni», ne abbiamo la presunzione, passiamo ora a trattare dei primi due paragrafi dell’incipit dei Testi Sacri.

Nella fattispecie, la prima unità o perek aleph: Genesi 1,1 – 2,3. Questa sezione racconta della Creazione del mondo (in due fasi) da parte di Dio Onnipotente. Possiamo subito vedere che “Dio” è indicato con il termine Elohim, che, data la desinenza ים… “im” del plurale, non concorda con il verbo “creare dal nulla” “barà”  בָּרָא, che invece è terza persona singolare. Dunque, per esser grammaticalmente preciso, l’autore sacro avrebbe dovuto utilizzare “barù”, che però è termine non usato nel testo sacro, perché rivelerebbe un politeismo che non si dà, poiché unicamente Dio può creare dal nulla. E Dio è “ehad”  אֶחָד. Tuttavia, nella sua infinita sapienza, Egli ha ispirato Mosè in tal senso, affinché, in nuce, fosse da subito presente il mistero della Divina Trinità: il singolare del verbo indica l’unicità della natura (sostanza) di Dio, mentre il plurale del sostantivo indica la pluralità delle persone divine. 

Il perek aleph è un blocco strutturato rigidamente (וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֔ים/  וַיַּ֥רְא אֱלֹהִ֖ים כִּי־טֽוֹב/ …וַֽיְהִי־עֶ֥רֶב וַֽיְהִי־בֹ֖קֶר י֥וֹם) ad indicare con certezza al popolo di Dio che non esistono gli dèi del politeismo pagano, non si celano entità antropomorfe negli elementi, ma la natura tutta è creazione dell’unico Dio di Israele, ed è opera buona. Dunque nella sezione si espone il cosiddetto Teorema di creazione, con cui Elohim, attributo della Giustizia divina, crea dal nulla la materia, che viene definita informe e desolata: il “tohu va vohu” תֹהוּ וָבֹהוּ o caos originario. Da esso viene poi plasmato il mondo tanto che la sezione termina con una natura ordinata, in termini greci il κόσμος dal χάος (Kosmos dal Caos).

Quindi, contemporaneamente, l’autore sacro spiega ai materialisti di tutti i tempi (ad esempio agli atomisti) che la realtà fisica, il mondo, non si è formato per caso dall’incontro scontro fortuito di atomi che cadono nell’etere, ma contiene in sé una struttura propria, voluta e rivelativa di un progetto intelligente. Da notare che מָּיִם “maym”, le acque, non sono da immaginarsi come il verde mare dai riflessi dorati tanto amati da Pavel A. Florenskij (1882-1937): queste acque non sono altro che ciò che gli scienziati, i quali spesso non hanno inventato nulla, chiamano “brodo primordiale”, ovvero l’insieme disordinato degli elementi chimici costitutivi della realtà naturale (gli antichi non erano a conoscenza della tavola periodica degli elementi, che il religioso Mendeleev compilò solamente nel 1869). Dunque il perek aleph spiega, con quel “creò”, il concetto che i rabbini definiscono “yesh me-ayin” יש מאין (letteralmente “c’è da non c’è”) e cioè qualcosa dal nulla, la creazione ex nihilo. Il culmine ontologico assiologico di questa creazione è l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio. Tuttavia, se Dio avesse espresso solamente il proprio attributo di Giustizia, probabilmente l’intero universo non avrebbe potuto resistere alla tragedia assiologica dalle conseguenze ontologiche della caduta di Adamo ed Eva nel peccato originale.

Ecco che entra in gioco il perek bet, Genesi dal versetto 2,4 al 3,24. La seconda unità, nella quale Dio è individuato ed espresso con il Tetragramma sacro, Adonai - che erroneamente leggiamo Yahwè - unitamente ad Elohim, e che è l’attributo della Misericordia divina (tutto il perek bet usa entrambi i titoli per venti volte). Nella traduzione dei LXX gli Ebrei alessandrini riportano infatti “il Signore Dio”: Κύριος ὁ Θεὸς. Infatti, i LXX hanno sapientemente tradotto Elohim con “Theòs” e il Tetragramma con “Kyrios”. Quando dunque san Paolo, fariseo, dice le parole “Gesù è il Signore” e cioè “Κύριος Ἰησοῦς” (ex. I Cor 12,3) agli orecchi di un ebreo equivale a sentirsi l’annuncio “Adonai Yehoshua”   יְהוֹשֻׁעַ יהוה , Gesù è Dio. Una bestemmia per lui incomprensibile.
 Il verbo dedicato alla creazione, in questo frangente non è più “barà”, ma “yatzar”  יצר(es  Gen. 2,7 וַיִּיצֶר) ovvero il creare da qualcosa, cioè il plasmare – non a caso è il verbo del vasaio –, lo “yesh me-yesh”יש מיש  (letteralmente “c’è da c’è”). Che non è ex nihilo, ma una forma demiurgica. Tutto ciò perché l’intento dell’autore ispirato è ora differente: non vuole più trattare della creazione, ma del rapporto sussistente fra il Creatore e la sua creatura. Questo Dio di Israele non è il motore immobile dello Stagirita, la Scrittura rivela all’uomo che il suo Creatore gli è vicino, e vuole essere in stretto rapporto con lui. Rivela il rapporto agapico  fra Adonai e Adam. Tutto l’Antico Testamento (così come il Nuovo) esprime la volontà appassionata di Dio di vivere in mezzo al suo popolo.

Ora, ovviamente Elohim e Adonai sono lo stesso unico Dio, Theòs e Kyrios, il Signore Gesù, ma possiamo, utilizzando un linguaggio filosofico, dire che:
Theòs/Elohim è il Dio del mondo noetico, della conoscenza filosofica, il Dio che si giunge a concepire con la ragione umana (Teologia razionale).
Kyrios/Adonai è il Dio del mondo etico, della rivelazione, il Dio che chiama Abramo, che si rivela a Mosè in un roveto ardente dicendo “Io sono colui che sono!” (Esodo 3,14) (Teologia rivelata).

DUNQUE
Come dice Shakespeare, ci son più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare la filosofia di Orazio, perché diversa è la rivelazione divina dalla filosofia umana, anche se non completamente contraddittoria, infatti, Cristo è il Logos al principio di tutte le cose, “generato, non creato, prima di tutte le cose”, e in principio cosa è ? “Berescit” בְּרֵאשִׁ֖ית. Infatti la nostra filosofia naturale, che nel più alto grado fu quella greca, può giungere al monoteismo - e lo ha fatto (implicito già in Socrate) -, ma non colmare aporie sostanziali. Partiamo dalla fine del ragionamento: il Motore immobile dello Stagirita.

Il primo movente muove senza essere mosso, è puro atto. Non ha materia, è puro pensiero che pensa beatamente se stesso (= dimostrazione del secondo piano dell’essere. Ovvero il piano di Dio).

Il problema sembrerebbe risolto, e invece no, perché Aristotele dice che esso causa il moto, ma non lo produce, e cioè che non è una causa efficiente, ma finale: è attraente. D’altra parte nemmeno per gli Epicurei gli dèi, se mai esistono, si curano degli uomini. Nulla a che vedere con quanto espresso nel perek bet. Perché? Perché il primo movente non vuole che le cose si muovano, sono le cose che vogliono arrivare alla perfezione del primo movente. Attrae come fine, ma di nuovo da questa intenzione strutturale sfugge la materia. Il motore immobile spiega l’attualità ma, come il Demiurgo platonico, presuppone la materia. I Greci non sono riusciti a spiegare la materia, che è esclusa dall’Iperuranio e dal Motore immobile. Essa è “chora” per Platone e “hyle” per Aristotele.
Solo alla fine della classicità si arriva alla teoria di creazione della tradizione giudaico-cristiana, che ha contenuti di fede e di ragione (perek aleph).

Infatti l’idea di creazione è spiegabile dalla ragione con la filosofia. Il mondo non viene più concepito come estraneo a Dio, ma come totalmente dipendente da Lui e dalla sua intelligenza creatrice. Aristotele e Platone, infatti, spiegano l’intelligibilità, ma non la materia, che viene spiegata in una visione integrale solo dalla teoria della creazione. Tutta la filosofia classico-medievale trova la sua compiutezza col Teorema di Creazione.
Il Teorema di Creazione è un teorema filosofico che ha la sua genesi nella fede rivelata (diversamente dal dogma della Trinità, che non è filosofico, ma unicamente rivelato dalla fede). Questa creazione ha per culmine l’uomo, tutto è in funzione dell’uomo, tutto è creato al suo servizio ed egli ne è il signore. La rivelazione di Dio stravolge la concezione greca, superandola, mostrando un Creatore che vuole essere vicino alla sua creatura, occupandosene. Passeggiando con lui nel “Gan Eden”.

CONCLUSIONE
Da un romanzo storico ci si aspetta un racconto storicamente verosimile, quanto da un libro giallo  sia lecito attendersi, prima o poi, un omicidio. La Bibbia (fra l’altro) è entrambe le cose. Ma noi non leggiamo  i Testi Sacri per la storia o per gli omicidi di cui narrano. Noi leggiamo la Bibbia, che è sì una raccolta di libri, ma in sostanza perché è un testo profetico. Ovvero il profeta parla a nome di Dio, rivela un pensiero non suo, ma di Dio. Non è la trovata dello scriba del momento, ma Parola eterna e profezia, נְבוּאָה. Perciò non è importante e non interessa teologicamente dire se il testo sacro sia o meno frutto di più correnti o frammenti, redatti o compilati in tempi diversi, da persone diverse - cosa peraltro non provata e improbabile.

Anzi, è totalmente superfluo sostenerlo da parte di un cattolico, perché nello specifico i due passi della Parola sono entrambi ispirati da Dio ad un autore sacro, Mosè, e, a parte il fatto che il loro primo significato è quello letterale, entrambi veicolano un significato di verità, non di falsità o di gretta e speciosa manipolazione a fini politico propagandistici. Oltretutto, restando dal Principio nella medesima Verità, essi portano punti di vista diversi, hanno fini diversi e soprattutto spiegano concetti diversi, secondo la splendente pedagogia di Dio. Lo studioso che spreca tempo ed energie, invece, preoccupandosi di speculare su chi sia il reale autore della Parola di Dio - come se non fosse Dio! -, non viene da Dio, non è un teologo, ma uno sviatore di menti, uno scienziato che ha ingollato un filtro speciale, un intruglio malefico che lo ha fatto perdutamente innamorare della propria intelligenza. Rendendolo un “cieco e guida di ciechi” monsignor Hyde.

La Verità rivelata è, al limite, “veracemente due”, come direbbe Stevenson, ma nel senso che è sempre un’unica verità che si disvela, declinandosi nei diversi modi dell’espressione umana, all’interno della vicenda storica della Salvezza: l’unico piano salvifico che l’unico Dio di Israele ha in serbo per la sua creatura sin dalla fondazione del mondo.

 

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