27 aprile 2017

Cronache di Babele: perché la Parigi sotto attacco vota per Macron?


di Alessandro Rico

Forse è vero, come dice Maurizio Blondet, che il voto francese è l’emblema della lotta di classe: lotta tra chi è stato impoverito dalla globalizzazione, privato della speranza di condurre una vita semplice ma dignitosa, limitato nelle prospettive di miglioramento, soverchiato da centri di potere più o meno oscuri che gli impongono i «sacrifici», rintronato dall’arma di distrazione di massa dei diritti civili; e chi da questo sistema spera di trarre benefici, chi intravede i primi segnali di ripresa, chi è capace di competere e arricchirsi in questa arena globale, tagliando i ponti con il tradizionale modello di società basato su famiglia, lavoro, risparmio. E forse è vero che questa lotta di classe la vinceranno i privilegiati delle città, che sono più numerosi o meglio organizzati, rispetto agli emarginati delle periferie e agli svantaggiati delle campagne. Ma io non credo che dietro questa cesura tra realtà rurale e realtà urbana, tra aristocrazia finanziaria e piccola borghesia di provincia, ci siano solo linee di demarcazione economiche.

Il dato più sconvolgente del primo turno delle elezioni in Francia è che Parigi, la città che forse più di tutte in Europa sta vivendo l’incubo del terrorismo, la città che più di tutte in Europa ha le mani in pasta con le monarchie del Golfo (gli sponsor del fondamentalismo islamico), è anche il luogo dove il messaggio della Le Pen fatica di più a sfondare. Il manipolo dei Monti-viventi di Forza Europa e Comitato Ventotene (roba che solo a pronunciarla ti corre un brivido lungo la schiena), che ogni tanto sfila per Roma come gli zombi nel video di Thriller, potrebbe evocare il mantra delle Merkel e dei Mattarella: Parigi sarebbe così la dimostrazione che i terroristi «non ci faranno rinunciare ai nostri valori», cioè il cosmpolitismo, la libertà di movimento, il multiculturalismo, la tolleranza, ecc. Più sagacemente, come fa appunto il nostro Blondet, si potrebbe argomentare che ormai a Parigi non decide più la gente comune: ci sono i potentati ai quali non risulta difficile organizzare il consenso, capaci perciò di acchittare in quattro e quattr’otto un modesto esponente dell’establishment come Macron, passato dai Rotschild a un ministero del fallimentare governo Hollande. A Parigi ci sono anche gli islamici, quelli che ormai presidiano interi collegi elettorali e, pur schifando tutto quello che Macron rappresenta (sarà amico dei sauditi, ma è pur sempre un sottoprodotto dell’illuminismo radicale), hanno paura che, con la Le Pen, l’invasione possa arrestarsi. E infine a Parigi spopoleranno pure i professionisti dell’antifascismo, che alla fine si rivelano gli utili idioti del sistema.

Da cattolico, però, mi sforzo di riflettere sul senso teologico di quello che accade. E mi viene in mente l’episodio della Torre di Babele, perché sulle società «aperte» che piacciono a George Soros, multietniche, multiculturali, materialiste, popolate di grattacieli luminosi simbolo di opulenza e rigoglio (che di per sé, si badi, non sarebbero cose malvagie: io i grattacieli li adoro e mi fanno paura quelli che propongono la decrescita felice), su queste società di cui Parigi è una delle tante copie sparse per l’Occidente, la Bibbia aveva già detto tutto. In Genesi 11:1-9 leggiamo:

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

La guisa in cui ci viene di solito presentato l’episodio della Torre di Babele ruota intorno al tema del castigo divino: Dio punisce gli uomini per la loro hybris (la Torre come simbolo della tracotanza di chi pensa di potersi innalzare al cielo da sé e quindi di essere come Dio), pertanto la dispersione dei popoli e la diversità delle lingue sarebbe frutto della Sua ira. Ma nel capitolo precedente e in quello successivo, il testo descrive la geografia politica dei popoli che abitavano la terra dopo il Diluvio. Si trattava di popoli che condividevano un’unica discendenza, ma si erano poi differenziati «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni» (Gn 10:5). E da nessuna parte sta scritto che questa molteplicità fosse il frutto di un castigo. Tutto lascia pensare, al contrario, che la diversità dei popoli e delle nazioni rientrasse nel piano di Dio, mentre il progetto di uniformazione globale («essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola») Gli fosse sgradito. Per questo motivo, Dio interviene e impedisce agli uomini di portare a termine quell’impresa.

Ora, a cosa somiglia la Torre di Babele? A cosa somiglia la città dove i molti popoli diversi si riuniscono in un solo popolo, con una sola lingua? Certo, le nostre società multiculturali sono ancora lontane dall’uniformità armonica e irenica descritta nella Genesi; inoltre, ci sono multiculturalismi che puntano sulla stratificazione e multiculturalismi che inseguono la cosiddetta integrazione. Ma se il cancro di una Londra in cui ormai vige il pluralismo giuridico (c’è la common law e poi ci sono i sedicenti tribunali islamici che applicano la sharia) è la frammentazione (tante nazioni in un solo territorio), non bisogna dimenticare che pure la City ha raggiunto un certo grado di omologazione: se non si vuole ridurre tutto a una collezione di ghetti, bisogna che le minoranze competano sullo stesso mercato del lavoro, che producano sintesi anglicizzate dei loro usi e costumi mentre gli inglesi de-anglicizzano i propri, che parlino una neolingua che spazia dall’accento dell’Est di un barista slovacco alla strana parlata dell’autista di Uber bengalese. A Parigi il fenomeno dovrebbe essere accentuato, perché la laïcité francese vorrebbe mettere al bando tutti i simboli religiosi. La grande utopia illuminista affiora qui nella sua essenza: deprivata di ciò che la associa a una «famiglia», a una «nazione», della persona non resta che ciò che ne fa il puro e astratto homme che i philosophes hanno sempre venerato.

I terroristi, specialmente quelli reclutati tra gli scarti della società francese, si oppongono con la violenza all’annacquamento delle differenze nella brodaglia multiculturale. La loro non è soltanto la guerra dell’Islam politico, è anche la battaglia di una minoranza, sicuramente oscurantista e retriva, che vuole spezzare il sogno del cosmopolitismo liberale, per ritrovare nel fondamentalismo l’identità che i lumi le hanno sottratto.

Qualsiasi organismo, dinanzi all’attacco di un agente patogeno, reagisce cercando di espellerlo. Ma cosa succede se quell’organismo è ormai completamente immerso nell’illusione di realizzare la Torre di Babele? La Parigi sotto assedio che vota per avere più Europa e più immigrati è la Parigi talmente innamorata dei «nostri valori» (quelli dell’élite liberal) da preferire il suicidio alla reazione. Il multiculturalismo della differenza, più praticato in Gran Bretagna, alla lunga lacera quel grado di unità sociale necessario a far funzionare l’autorità politica, specialmente in un regime democratico; il multiculturalismo dell’omologazione genera la reazione violenta di chi è incapace di definirsi secondo le coordinate del progressismo universalista e trova nell’islamismo radicale una via di autoaffermazione. Ma se Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (Lc 1:51), è plausibile che Parigi (come Londra) sia ormai incapace di vedere al di là della coltre progressista, dell’utopia di una società multiculturale priva di attriti, in cui l’Islam, a differenza di quanto ha fatto finora in tutti i luoghi e in tutti i tempi, rinunci inopinatamente a qualsiasi forma di imperialismo violento e si sottometta alla suprema moralità della democrazia liberale. 

È vero che a Parigi sono ancora tanti i simulacri degli yuppies che coltivano l’ottimismo mentre questo mondo globalizzato si incammina verso una nuova guerra mondiale. È vero che a Parigi ci sono i collegi elettorali egemonizzati dai musulmani, disposti a sorbirsi Macron pur di evitare «quella là». Ma è vero pure che ormai «quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile», che a Parigi, come nella Londra sgomentata dalla Brexit, il cantiere della Torre è in stadio avanzato. Per quanti colpi di AK47 possano esplodere, per quante vittime possano cadere, questi uomini penseranno solo a piazzare altri mattoni. La Grande meretrice è all’apparenza splendida, ma marcisce dal di dentro ed è ebbra della propria immondezza: «[…] era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro […]. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Gesù» (Ap 17:4, 6).

Su quale scoglio si infrangeranno le farneticazioni del globalismo? Probabilmente Dio si disinteressa tanto al fatto che a Washington e a Madrid si venda lo stesso Iphone, quanto assiste con disappunto al tentativo di sopprimere le nazioni, abolire i confini (consigliamo la rilettura della Genesi a chi vuole «costruire ponti e non muri») e riassorbire le differenze tra i popoli nell’indistinzione delle società multiculturali, che più diventano «aperte», più cadono sotto il dominio di comitati ristretti e opachi gruppi d’interesse. Irrimediabilmente contrario ai decreti divini è il miraggio di chi blatera di Stati Uniti d’Europa e si figura un super-Stato continentale, o di chi promuove la tratta degli immigrati per completare il programma di sostituzione etnica gradito ai massoni, che sognano un governo mondiale. E ciò che a Dio è sgradito, prima o poi si sbriciola.
Saranno forse quelli che oggi recitano la parte dei bifolchi a ricostruire dalle macerie di questo ordine mondiale, abbandonando le eresie della globalizzazione, di nuovo divisi «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni».   

1 commento :

  1. Ottimo come sempre, aggiungo che a Parigi tutti i manifesti dei candidati sono rimasti al loro posto, tranne quelli di LePen, con su l'acronimo TSQE tous sauf que elle, tutti fuorché lei, perché? Ma perché Parigi è ancora città ricchissima, almeno nel triangolo d'oro, ma assediata da banlieues sempre più grandi e fuori controllo, i pochi Francesi cittadini e tantissimi extra urbani hanno votato in massa, se non altro per sentirsi ancora francesi non solo di nazionalità, ma di razza, non so se lei abbia mai fatto un viaggio nel profondo sud o centro, esclusa la Costa azzurra, la miseria è patente, ci sono villaggi piccolissimi popolati da anziani che stentano a campare, pensavo che il nostro sud fosse un'eccezione, ma sbagliavo di grosso, molti vivono in casupole di fortuna dove noi non metteremmo neppure le bestie. Le Pen non verrà mai eletta e in Francia sarà rivoluzione, da noi tarderà un po', ma prevedo scenari inquietanti in Eurabia.

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