12 aprile 2017

E' Tornato don Camillo/1. Chi non muore si rivede

Iniziamo la pubblicazione di alcune storie guareschiane, che ci accompagneranno nelle prossime settimane. Una gradita variazione sul tema per la quale ringraziamo molto l'autore.

«Non muoio neanche se mi ammazzano!» (Giovannino Guareschi)
«Non ho alcun dubbio: ho meritato i miei nemici. Ma non sono sicuro di aver meritato i miei amici» (Walt Whitman)

di Samuele Pinna

Questo racconto è frutto di immaginazione e di qualche mezzora libera durante la settimana. Il protagonista ha il nome di un sacerdote a me caro, ma che ha poco a vedere con il temperamento del personaggio qui descritto. Non c’è poi nulla di autobiografico, se non il mischiare più o meno consciamente la fantasia con la realtà. Questa storia si ispira (perché impossibile da imitare) allo stile di Giovannino Guareschi, che è un genio e non un tapino come me, e mi è servita come a uno tocco un ciclo di sedute psichiatriche. Spero aiuti anche altri a conservare la propria cattolicità.

1. Chi non muore si rivede

In un borgo di cui non voglio ricordarmi il nome viveva un pretone di quelli di una volta, che è pure difficile fabbricare per la tanta materia di cui si ha bisogno. Non era né vecchio né giovane e un Dante avrebbe detto che si trovava nel mezzo del cammin della sua vita o giù di lì. Erano tempi cupi per la Chiesa, ma soltanto chi ha studiato poco la storia potrebbe pensare fossero i peggiori. Almeno c’era da mangiare, un tetto sotto cui dormire e tante di quelle cose inutili che anche i cristiani cosiddetti devoti e pii non disdegnano, sempre più felici del loro ventre e sempre meno interessati del loro spirito. In realtà, a ben vedere e a essere onesti fino in fondo, cosa assai difficile oggi, nonostante tutte le variopinte sciccherie, si incontrava in giro tanta di quella umana tristezza da far rattristare anche il più giocondo degli ingenui. Certo, chi ha tolto Iddio dal suo posto e gli ha messo il diodenaro non si cruccia più di tanto, ma a girar per le case c’è poco da star allegri. E quel maledetto pretone aveva il vizio di andare di casa in casa per conoscere le sue pecorelle.

Era uno di altri tempi, povero! Non di quelli attaccati alle tradizioni esteriori né di quelli affascinati da ogni novità. No, lui era uno con la testa sulle spalle e siccome il buon Dio gliel’aveva non solo piazzata lì ma anche dato le istruzioni di come usarla, quel prete là si piccava di far partire l’ingranaggio e far macinare ragionamenti. Questa capacità che una volta era una virtù, oggi appare come una condanna. Non funziona più, per esempio, il mantenere fede alle proprie idee ancorate sull’intelligenza e così non cambiare parere a meno che sopraggiunga una ragione più forte e quindi più ragionevole. È ormai difficile chiamar le cose con il proprio nome, evitare frasi fatte o slogan – come si dice in lingua volgare (perché è una volgarità usar parole straniere dinnanzi al nostro bello stile) –, ma porre una parola dietro l’altra come suggerisce un cervello ben avviato. È da matti infischiarsene del pensiero dominante e della moda culturale (fatta più di culto che di cultura) del momento. Impossibile è sentire dire in giro che una cosa cattiva è cattiva e una giusta, giusta; che il vero c’è e si può conoscere, ma che c’è anche l’errore che non va compreso ma evitato; che il cervello funziona se si mette in moto e non si lascia in stallo, ma che l’uomo non è solo cervello. Insomma tutta questa roba qua da perfetto galantuomo oggi è difficile da vedere se non in qualche caso umano isolato.

E così il povero don Camillo si trovò di fronte alla triste verità di un mondo pazzo o razionalista e sempre più folle o sentimentale e di una fede sovente vacillante e faticosa da annunciare. “Don Camillo” ho detto, ma non era il suo vero nome: era stato ribattezzato così per la comunanza con lo stile del prete della Bassa uscito dalla penna e dal genio di Giovannino. Adesso che ci penso il mio pretone era soprannominato dai più giovani anche padre Bud Spencer per i modi spicci e un poco maneschi con cui risolveva le questione teologiche più sofisticate e impellenti. Di là dai soprannomi, quel prete là si chiamava don Augusto. Era alto, ma non grandissimo; robusto, ma non grosso, il naso adunco e ben in mostra in quella faccia gioviale dal sorriso pronto. Sotto a un paio di occhiali, spuntavano due occhi vispi e intelligenti a contraltare con due mani a forma di badile che se ti sfioravano anche solo per accarezzarti potevano causare danni permanenti. Eppure quell’omaccio aveva davvero due braccia rubate alla agricoltura, ma come il contadino pure un cervello fino e molto, nonostante le apparenze.

E infatti la sua testa non si stancava di stare china per ore e ore sui libri in cui scopriva e riscopriva la bellezza della vita, la caducità degli uomini, i loro grandi ideali e i diversi modi per non raggiungerli, ma soprattutto la meraviglia dinnanzi al mistero insondabile di Dio. Don Augusto era tutto pervaso da un amore per il prossimo, tanto che desiderava annunciare la verità a chiunque, senza esclusioni di sorta e con ogni mezzo. E qui sta il punctum dolens e la somiglianza con il pretaccio della Bassa: ogni mezzo! Certo, era consapevole dell’ammonimento dell’Apostolo “Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova, ma si sa, ci si può pentire solo dopo aver peccato.

Forse è giusto fare un po’ di chiarezza e non al modo dei giornali. Questi ci danno, infatti, notizie di morti di cui non conoscevamo alcun dettaglio della vita prima del trapasso; parlano di ribellioni senza spiegare a cosa uno si è ribellato; di rivoluzioni senza dire il perché bisognava insorgere; di fatti vecchi raccontati come nuovi e di nuovi considerati oramai – dopo qualche ora – vecchi. Bisogna invece tornare all’inizio e capire il punto di partenza per arrivare a intendere dove si è hic et nunc.
Il redivivo don Camillo era stato destinato a un piccolo paese, dove c’era un elegante campanile e una bella chiesetta con un organo niente male e in cui, soprattutto, scorreva un placido fiume, fintanto che non iniziava a piovere come diolamandava e allora faceva le bizze e ogni tanto usciva anche dall’argine. Era una sacerdote pieno di zelo, di entusiasmo e di sale in zucca e così faceva tutto diligentemente.

Era contento di essere prete e animato da un autentico spirito di apostolato, ma non metteva in conto delle difficoltà moderne nel portare a ogni creatura la lieta novella. Il problema vero e proprio era la grammatica: sì, perché quel pretino (almeno all’anagrafe) era convinto di dire “a” e invece molti capivano “b” o addirittura non comprendevano un bel niente. Discorreva con precisione del Vangelo e del dogma, ma di là dalla sua bocca, le sue erano parole, quantomeno per certuni, vuote di significato. E allora il pretino diveniva un pretone e il rischio era simile a chi vuol stare piantato in mezzo ai binari del treno con di fronte una locomotiva che giunge a tutta velocità e con nessuna voglia di fermarsi.

Se il problema, non c’era dubbio, era proprio quello della grammatica, il successivo verteva invece sull’ermeneutica, ossia sulla interpretazione della grammatica stessa. Tu potevi pure dire “a”, ma poi questa stramaledetta “a” significava proprio “a” o forse andava intesa come “b”? Siccome la porcheria era bella grossa anche gli spiriti più mansueti erano destinati a scaldarsi.

Fu così che il buon don Camillo redivivo si imbatté in un giovinastro, figlio del suo tempo: di bella presenza, ma non troppo, intelligente, ma non troppo, e informato sui fatti, ma non troppo. Quello lì era un catechista e don Augusto era felice di avere un ragazzo maschio in mezzo a una pletora di mamme e nonne, insomma – senza offesa alcuna – una specie di battaglione di donne da tenere a bada, compito arduo anche per un prete “generale” grande e grosso come lui. Mosso dunque da una simpatia maschile, il pretone invitò il giovanotto nel suo studio in cui riceveva le persone: era una stanza che dava sul cortile e ci si poteva accedere senza entrare nella canonica, evitando così di avere in giro gente per casa. Don Augusto, che aveva fatto leggere al ragazzo, che si interessava della divina disciplina, un testo di teologia sulla Chiesa, gli assegnò un’accoglienza calorosa, fatta di larghi sorrisi e grandi pacche sulle spalle che incurvarono in più occasioni il giovanotto timidamente infastidito da tanta attenzione. Quel prete lì non era uno da smancerie, ma si sentiva galvanizzato e il suo stato d’animo era stranamente euforico.

«Hai letto il testo?», chiese con eccitazione.
Il giovane si sistemò gli occhialini bordati di rosso e fece quella che sembrò una boccaccia. Il pretone, in qualsiasi altra occasione, gli avrebbe rifilato due sberloni e rispedito a casa, ma era troppo contento per badare a quei dettagli.
«Sì, sì», fu la timida risposta, «ma non ci ho letto nulla di interessante e nulla con cui sia realmente d’accordo».
D’accordo”, risuonò nella mente di don Camillo redivivo come fosse un tocco di campana.
D’accorrrdo”: quella “r” moscia poteva far accapponare la pelle a chiunque e colpì anche don Augusto, il quale non è che l’avesse su con quelli con la “r” moscia, assolutamente no: era forse il quadro surreale che l’aveva colpito. Pertanto, come fulminato rimaneva lì inebetito ad ascoltare lo sproloquio che usciva dalla bocca del suo interlocutore.

«Si parla di Chiesa», proseguì l’altro, «ma non condivido tutta la speculazione che la stessa Chiesa ha fatto su di lei, definendosi come si è definita…».
Ripreso per un momento dal colpo intervenne, «Ma è il Credo…».
«Appunto», lo interruppe l’altro, «che valore ha? Il Credo della Chiesa è scritto dalla Chiesa».
«Ma c’è la parola di Dio!».
«Beh, reverendo non crederà che la Bibbia si legga tutta allo stesso modo?».
Non fu la domanda, bensì il risolino successivo a mettere in moto l’alzamento di pressione del nostro don Cammillo, che irruppe.
«Ah, vedo che siamo aggiornati sulle ricerche modaiole e senza cervello. Bene, bene». L’altro voleva intervenire, ma lo stile minaccioso del pretone lo fece immediatamente ammansire.
«Quindi se non è la Chiesa a decidere l’interpretazione della Scrittura, questo compito Dio l’ha affidato a te!».
«No, alla ricerca esegetica che attraverso un metodo…».
«Ma quel metodo, quello giusto, tra i tanti, lo scegli tu? Quindi come vedi aspettavamo proprio te che ci illuminassi», disse ancora sarcastico ma meno minaccioso don Augusto.
«No, non io», rispose l’altro, «la comunità scientifica».
«Tra questi c’è anche lo Spirito Santo?».
«Non crederà davvero alla “assistenza” dello Spirito San…».
La frase fu lasciata a metà perché il povero sacerdote si era alzato in piedi e avrebbe voluto certamente prendere quel giovinastro e, dopo una piccola spolverata, buttarlo giù dalla finestra.
«Figliolo», riprese invece stranamente calmo, anche perché lo studio era al pian terreno, «non ci siamo. Tu puoi credere in quello che vuoi, ma per essere cattolico devi credere che la Bibbia è stata scritta nella Chiesa e che fonte di Rivelazione è anche la Tradizione. Mediante poi il Magistero, il Papa e i Vescovi in comunione con lui interpretano la Scrittura. Devi anche credere che la Chiesa è una, santa, cattolica, apostolica e che è il Popolo di Dio, il Corpo di Cristo e sua Sposa insieme a tutte le altre immagini bibliche che la definiscono. Altrimenti semplicemente saresti un libero pensatore e non un cattolico. Siccome poi sei anche catechista della mia Parrocchia io dovrei farti un bel lavaggio di cervello a suon di ceffoni, ma siccome non ho tanta confidenza…».
Alle parole “suon di ceffoni” il giovane si ritrasse ed esclamò: «Questo è quello che penso io, ai ragazzini insegno ciò che dice il catechismo».
«Peggio ancora!», riprese l’altro che oramai andava come una trebbiatrice senza conducente, «Cosa fai? Gli racconti una storiella a cui neppure tu credi?».
Siccome si era avvicinato pericolosamente, l’altro piagnucolò che erano suoi dubbi o robe simili e il pretone si addolcì e, risedendosi, fece una battuta.
«I dubbi vanno superati usando il cervello. Vedo che è difficile parlare con te, forse dovremmo iniziare dal principio di non contraddizione».
«Non credo nemmeno in quello», rispose dimesso ma con spocchia il giovane catechista. «Se lo neghi, lo affermi», esclamò il pretone sconsolato, scuotendo il testone. Davanti a una dichiarazione del genere non veniva neanche la voglia di tentare un convincimento rispetto all’assurdità sentita. L’unico desiderio del povero don Camillo risiedeva nella speranza che quel giovane se ne andasse quanto prima con le sue gambe ancora intere.

Per provvidenza don Augusto fu chiamato e così dovette congedare il giovanotto, senza doverlo bistrattare troppo.
Prima di incamminarsi egli stesso pensò con malessere alla situazione: “Se questi sono quelli bravi e preparati, cosa mi aspetta, Signore?”. E come il vero don Camillo gli sembrò di sentire la voce del Cristo dell’altar maggiore: “La Croce!”.
 

3 commenti :

  1. Bello e interessante; aspetto il prossimo racconto con viva curiosità.
    in bocca lupo e buon lavoro.

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  2. Mi piace, resto in attesa dei prossimi racconti.
    Grazie

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  3. Molto bello, abbiamo ancora molto da capire, grazie. A presto, aspetto il nuovo articolo Eminentissomo. Francesco

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