19 aprile 2017

E' tornato don Camillo/2. Politicamente scorretto

di Samuele Pinna

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E la Croce che il povero don Augusto sentì dentro il proprio intimo, quale risposta del buon Gesù al suo cuore tormentato, non ci mise troppo ad arrivare. Da quella prima esperienza non volle trarre giudizi affrettati, convincendosi di essersi imbattuto in un caso isolato. Del resto, pensava tra sé e sé: “Se un ragazzo fa il catechista in mezzo a un esercito di donne, ci sarà un motivo...”.

E benché il motivo non era così chiaro, per ora quel ragionamento bastò per soprassedere e occuparsi di altro. La Parrocchia è impegnativa per chi vuole lavorare e il prete alla don Camillo desiderava migliorare ogni cosa, ammodernare l’ambiente e renderlo più funzionale. E fece una scoperta sensazionale: coloro che si mostravano amanti appassionati del progresso erano di quelli che si lagnavano di quei cambiamenti, in realtà vere migliorie. Chi poi si affliggeva della scarsità dei giovani negli ambienti parrocchiali erano quei parrocchiani che si lamentavano coi giovani di tutto quello che facevano, oltre che del prete, e pertanto con pindarico discernimento iniziavano a fare ciò che non competeva loro, bensì alla gioventù, togliendo loro ogni iniziativa. I ragazzi stanchi se ne andavano via e non erano invogliati neppure a riavvicinarsi agli ambienti, essendoci una siepe così folta da essere quasi impossibile da scavalcare.

Purtroppo don Augusto se ne accorse e, non essendo un abile giardiniere, potò un po’ troppo, come quando d’inverno, e lì in quel paese faceva un freddo vigliacco, gli dissero a una riunione giovanile, ma con presenza di persone di tarda età, che doveva impegnarsi per attirare i ragazzi a partecipare alla vita della comunità giovanile. Don Augusto aveva risposto con la filippica che i giovani dovevano avere i loro spazi e che gli adulti dovevano essere d’aiuto e non sostituirsi a loro nelle attività. I gusti odierni, inoltre, erano mutati rispetto ai loro ed era pertanto inutile proporre cose che in realtà non interessavano semplicemente più. Quello stramaledetto prete era convinto invece che l’unica novità che non passa è Gesù Cristo e quella cosa nuova lì voleva insegnare. Aveva così detto, ipsissima verba, che, rispetto a tutto ciò che si proponeva, più importante era il cammino di fede e che era un poco fragilina sul quel punto la gioventù a lui affidata e che quindi tale missione aveva assoluta priorità.

Apriti cielo! Si arrivò a scomodare persino san Giovanni Bosco, che tutto era all’infuori di confuso sul metodo educativo!
«Don Bosco era rispettato, almeno dai suoi. Criticato da molti, ma non dai propri collaboratori», disse nell’ultimo momento di calma don Augusto e la risposta della critica costruttiva non lo convinse.
«E poi, scusate», continuò, «ma se voi mi criticate diffondendo veleno insalubre su tutti, come potete pensare, se non ideologicamente, che sia io stesso poi a portare aria pulita? Io non insegno a voi il vostro mestiere e vi chiedo pertanto di non insegnare a fare il prete a me: consigli sì, stupidaggini ideologiche no!».

Ma questa frase non fu accolta con piacere e volarono parole grosse, fintantoché non volò in mezzo alla sala uno dei tavoli quattro metri per due. Davanti a quel bruto in talare rimase solo il silenzio, perché alla chetichella uscirono tutti dalla sala.
Se non fu quella la goccia che fece tracimare il vaso, invero arrivò qualche tempo dopo. Quel prete stramaledetto aveva impostato tutto in maniera trasparente: dai conti economici all'organizzazione di ogni attività ed era quindi difficile coglierlo in castagna. I suoi modi erano spicci e bruschi, ma sapeva farsi voler bene dalla maggioranza della gente e soprattutto aveva una dialettica convincente, oltre che due mani spesse come mattoni. Non era uno che diceva “no” senza motivo. E così fu anche in quel malaugurato caso.

Si presentò un gruppetto di giovinastri già stagionati per un’iniziativa preparata a puntino: tempi, modi e obiettivi erano tutti là scritti nero su bianco.
Il pretino aveva letto con attenzione quegli innumerevoli fogli e la sentenza arrivò poco dopo.
«Non riuscirete a realizzare una cosa del genere».
Ma egli non sapeva del nuovo modello “giovane cattocomunista” secondo cui basta fare (dimenticandosi di pensare) una cosa affinché questa risulti infine anche buona e giusta e perfetta in secula saecolorum, amen. Quel povero prete non era ancora convinto che se un tizio scrive un obiettivo basta e avanza, la verifica del successo o del fallimento non conta, si smorza infatti la creatività dell’altro. Insomma ancora una questione di ermeneutica. Sta di fatto che quei giovani non arrivarono agli obiettivi e ne combinarono di ogni. E la colpa ricadde su don Augusto, che attese pazientemente al fiume il cadavere, ma dimenticava la porcheria della grammatica e così alla fine fu accusato di aver lui stesso fatto naufragare il progetto.

Stavolta, ahimè, non volarono solo i tavoli: quei poveri giovinetti si trovarono davanti un vero e proprio panzer tirato a lucido da cui partì un profluvio di sberle da far dimenticare la propria identità.
Se il pretone aveva ristabilito l’ordine e messo un poco di pace, la resistenza cattocomunista non era stata inerme e, senza mai affrontarlo apertamente (le legnate son legnate), alla fine si era decisa ad andare ai piani più alti. Anche perché uno dei giovinastri oltre a essere figlio dei fiori era anche un bisnipote del Vescovo. Non ci volle molto che il redivivo don Camillo fosse chiamato in Curia.
Il giorno arrivò inesorabile, ma don Augusto non era agitato, soltanto un po’ preoccupato,
ma tant'è. Il Vescovo lo accolse dopo qualche minuto di anticamera con un largo sorriso e porgendo la mano anellata, subito baciata e venerata dal pretone. Dopo i rituali convenevoli, il Vescovo chiese come andassero le cose e don Augusto rimase prudentemente vago. «Si dicono cose straordinarie di te, caro don Augusto».

Il prete sorrise lusingato, benché fosse certo che sarebbe arrivato il momento in cui il registro sarebbe cambiato bruscamente e non a suo favore. Il Vescovo continuò con discorsi molto profondi e pieni di saggezza, tanto che il suo interlocutore si era miracolosamente dimenticato il motivo presunto di quel colloquio. Tuttavia, come quando ci si sveglia da un sogno piacevole in cui, seppur non si ricorda nulla, rimane la sensazione di benessere provata, la realtà tornò prepotentemente nel dialogo.
«... sono persuaso, caro don Augusto, che devi meglio esercitare le tue poderose capacità e che in un così piccolo paese rischiano di rimanere costrette. Ho pensato pertanto a un tuo trasferimento».

Il pretone rimase ammutolito e se ne uscì solo dicendo che erano passati pochi anni. «È vero, ma noi dobbiamo pensare al meglio per te e per il gregge affidato alle tue amorevoli cure. E poi hai un talento, mica vorrai seppellirlo». «Sia fatta la sua volontà, Signor Vescovo», rispose laconico don Camillo redivivo, dopo aver chiesto senza pudore se nella faccenda c’era lo zampino del bisnipote.
«Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli», aveva risposto enigmatico il Vescovo, il quale aveva fatto intendere che se era stata necessaria una legnata a quel giovine là era stato un bene averla data, “nel caso l’avesse davvero meritata”.

Don Augusto sussultò a motivo di quel “se” sottointeso, ma non ci pensò perché il Signor Vescovo stava proponendo la nuova destinazione. Aveva, infatti, deciso un posto in città, in una grande Parrocchia dotata già di un Parroco dove poter coltivare l’amore per la scienza e insieme darsi da fare col popolo di Dio.
Don Augusto alla fine del colloquio uscì “abbastanza” sereno, in realtà aveva un gatto nello stomaco e tra l’altro non uno normale. No, uno di quelli indemoniati che non smetteva di tormentarlo, graffiando dappertutto: era forse la paura matta di andare in città e di staccarsi dai suoi figlioli di cui, con tanto amore, si era preso cura. Sì, insomma con la maggioranza di loro si era preso sacerdotalmente cura, con una piccola minoranza un po’ meno, le cure servivano dopo il suo passaggio.

Alla fine, non si sa bene il motivo, ma al don Camillo che fu venne in mente quando dovette discutere con un giovanotto che criticava il fatto che fuori dal suo studio ci fosse un cartello con scritto: “Studio di don Augusto”, affermando che era una visione borghese del ministero, oppure quando i giovani della stessa risma erano sempre molto impegnati nella contestazione e poco inclini alla preghiera, ritenuta superflua. Questi pensieri tristi calmarono per un poco il gatto che, per un attimo, si acquietò lasciando respirare lo stomaco e il suo povero padrone. La notizia della partenza si diffuse presto e le reazioni furono le più disparate, ma la maggioranza della gente rimase male alla notizia: quel pretone lì dal carattere burbero era un bravo prete, capace di disciplina e buon senso. Siccome la cosa apparve come una promozione o, meglio, così la fece passare il Signor Vescovo, le pecorelle rimasero in qualche modo convinte e soddisfatte del cambio della guardia clericale e anche il povero don Augusto poté lasciare il paese tra sorrisi e gesti d’affetto.

Il lavoro in città era cambiato radicalmente: il tempo libero non c'era mai, anzi, ma anche le fatiche dovute alle continue mediazioni tra teste dure come il ferro vennero meno.
Occupato ma non preoccupato, ripeteva a chiunque chiedesse delle sue condizioni nella nuova realtà, mentre si accendeva un mezzo toscano o la pipa di famiglia. Certo il dispiacere per la mancanza della sua gente, della piccola chiesetta (ora che si trovava in una enorme), del fiume placido finché non esondava e del piccolo organo eppure grande quando si trattava di fare musica, era ancora terribilmente vivido. Ma si sa il tempo cancella ogni afflizione e il buon pretaccio si sentiva, in spiritu et corpore, sistemato e tranquillo. Ed ecco che finalmente ora posso iniziare il racconto di quello che avvenne poi, che è il nostro interesse. La pace per quel prete lì durò poco, era difatti destinato a vedersela guastata. E più si impegnava a non rimaner impelagato in qualche pasticcio e più, in modo misterioso, alla fine si trovava impigliato. Colpa sua, del resto, e del suo essere maledettamente politicamente scorretto!  

1 commento :

  1. Che racconto entusiasmante!
    Coinvolge e diverte molto, quasi a pensare che sia per forza un racconto di fantasia per l'assurditá delle situazioni, e soprattutto per il motivo dell'allontanamento del nostro don Camillo redivivo.
    Pensare peró che mi ricorda molto una comunità di cui mi raccontarono, dove il loro don Camillo redivivo fu allontanato in grazia delle dolci attenzioni che proferiva e tastava nei confronti di una suoretta (che tanto suora poi non era, forse Monaca di Monza).

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