26 aprile 2017

È tornato don Camillo/3. Hasta la victoria siempre

di Samuele Pinna
 
Fu così che arrivò il pretonzolo dalla missione in Sudamerica. Pretonzolo pare proprio la giusta definizione, perché era sbrindellato nel vestiario e nel modo di muoversi, ma anche quando gli uscivano parole dalla bocca non scherzava e la definizione calzava a pennello. I capelli corti e radi eppure arruffati e quel tantino unti, segno non di trascuratezza o di allergia al sapone ma di condivisione di povertà, incorniciavano un viso banale sporcato da una barba di qualche giorno. Anche la maglietta era imbrattata e i pantaloni padellati. Stonava in quell’ammasso di sciatteria solo il giubbotto di pelle e qualche aggeggio tecnologico che potevano far impallidire, per il costo, sorella Povertà. Ma non bisogna mai fermarsi al dettaglio. È lo spirito che conta!

E quel prete lì aveva uno spirito acceso, di chi conosce la fatica e i mezzi, ogni tanto, per evitarla. Gente insomma che si consuma perché spinta da idee importanti, da sistemi importanti, da scelte importanti. Mica gentaglia facile quella e che un po’ ammiri: per le loro idee, sistemi e scelte quelli come lui erano disposti a tutto, anche a mandare al diavolo nostro Signore, ma sempre con rispetto parlando.

Il pretonzolo arrivava per un periodo di riposo, anche se gli era sconosciuta questa parola perché nelle sue idee, nel suo sistema, nelle sue scelte non era prevista una tale attività. O forse la si chiamava con sinonimi, quali “vita sregolata”, “libertà assoluta” o “abnegazione totale”, benché condotta a partire dalle sue idee, dal suo sistema, dalle sue scelte. Certo, era encomiabile che uno lasciasse tutto per portare il Vangelo in terre lontane e non era carino fare alcunché di obiezione, neppure quelle palesi: troppo facile per lo sporco borghese sputare su una scelta di vita povera, almeno nella teoria e quel tanto che basta nella pratica. No, ci voleva rispetto per quelle persone che si dedicavano, tutte e di più, alla missione, a portare cioè la pace nella storia dei popoli, la giustizia sociale e il benessere nel mondo. Il Cristo davanti a nobili idee, sistemi e scelte, non aveva da lagnarsi: a pancia piena uno ragiona meglio e dopo la rivoluzione arriva sempre il tempo della distensione e quindi sarebbe giunto anche il momento per mettere in esercizio la salus animarum. E se il Vangelo doveva aspettare, che aspettasse, c’erano altre priorità! E se quei porci di reazionari avessero di che lamentarsi andassero loro a predicare in giro per il mondo!

Forse, a bene vedere, un altro modo di fare missione c’era pure, ma siccome non era affare commissionato a don Augusto, questi si tenne buono buono e alla larga dal pretonzolo bolscevico, non avendo nulla contro di lui ma subodorando che la visione sulla cattolicità probabilmente differiva. E, infatti, differì. Il gioviale Parroco cittadino decise di fare un bel pranzetto con diversi sacerdoti, un pranzo cittadino, come il Parroco, era sempre gioviale, di quelli cioè in cui le portate, molto curate anche nell’esposizione, erano servite con calma cosicché si poteva chiacchierare amabilmente e non sentire i morsi della fame perché presi da ameni dialoghi e discorsi signorili. Si comprende facilmente che don Augusto si sentiva come un leone chiuso in gabbia a poca distanza dall’agognato cibo.

La tenuta sul controllo famelico poteva durare qualche nanosecondo, a esser generosi, prima che la brutta bestia sfasciasse tutto, uscendo dalla gabbia per divorare la preda. Fortunatamente nei gioviali pranzi cittadini c’è sempre l’antipasto e, inizialmente, essendo troppo occupato a divorarlo, il pretone di campagna non si concentrò sul discorso teologico tirato fuori dal pretonzolo, tra l’altro seduto vicino a lui. Finché non sentì quella che catalogò come una sicura bestemmia. Avendo placato lo stomaco ora poteva riattivare anche il cervello.

 «È la categoria di popolo di Dio che dobbiamo recuperare...».
«Guarda, caro confratello», intervenne don Augusto, «che è già stata recuperata».
«Sì, ma non abbastanza! È la vera immagine di Chiesa», disse il pretonzolo e per poco don Camillo redivivo non si soffocò con una tartina del gioviale antipasto.
«Mi scusi», riprese stranamente calmo, «ma forse non è informato sui fatti. Limitarsi unicamente a quella espressione per definire la Chiesa o rendere tale immagine biblica onnicomprensiva per la sua comprensione, significa non indicare del tutto la concezione che ha il Nuovo Testamento, in cui, infatti, “popolo di Dio” rinvia sempre all’elemento veterotestamentario della Chiesa, alla sua continuità con Israele. Ma la Chiesa riceve la sua connotazione neotestamentaria più evidente nel concetto di “Corpo” e “Sposa” di Cristo. Si è Chiesa e si entra in essa non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l’inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del Battesimo e dell’Eucaristia».
 «Ecco che si vuole imbavagliare lo Spirito creatore con sottili analisi filosofiche! Appartenere alla Chiesa è appartenere al popolo!».
Perplesso dal nuovo dogma, il pretone di paese tentò per la prima volta di svincolarsi dalla discussione, non valeva la pena farsi il sangue cattivo davanti a quel ben di Dio.
Ma il pretonzolo continuò sicuro nei suoi sconclusionati ragionamenti. «Dire che il popolo è Chiesa significa affermare che è il popolo che decide! Del resto, se il Magistero pensa metafisicamente contraddice la storia!», esclamò con enfasi.
«Se il Magistero non pensa metafisicamente contraddice sé stesso», obiettò don Augusto dopo aver ripreso fiato e ingoiato l’ultimo tramezzino, molto stupito della passione dell’interlocutore, ma anche dalla scarsa capacità dialettica in cui mancavano sovente i soggetti e le dimostrazioni logiche apparivano come assiomi indiscutibili. Per tal motivo e anche per un senso sincero di pietà cristiana, don Augusto di nuovo si distrasse volontariamente, guardando fuori dalla finestra. Ciò fu, però, riletto come una sporca provocazione e il pretonzolo riattaccò col disco.
«No, fratello, non sarai anche tu dogmatico? L’appartenenza è sempre sociale e la Chiesa è popolo che si deve opporre alla gerarchia, perché tutte le istituzioni sono forze dell’oppressione. Non serve una bella interpretazione da parte di nessuno: l’unica ermeneutica possibile è quella della storia se è vero, come è vero, che la Bibbia racconta la storia della salvezza. Non c’è quindi nessuna metafisica da ricercare, la storia è l’autentica Rivelazione e, di conseguenza, la vera istanza ermeneutica dell’interpretazione biblica. E poi vogliamo mettere il ruolo dello Spirito Santo?».
«No, non vogliamo», riprese secco don Augusto, «non c’è nessuna contrapposizione tra Spirito e Chiesa, sarebbe una contradictio in terminis. E la storia non può avere tutte le risposte...».
«Sono il vissuto e le esperienze della comunità a determinare la comprensione e l’interpretazione della Bibbia: la figura di Gesù, presentata nei Vangeli, costituisce una sintesi di avvenimenti e interpretazioni dell’esperienza di comunità particolari, dove tuttavia l’interpretazione è molto più importante dell’avvenimento...», lo bloccò alzando il volume della voce il pretonzolo, che fu a sua volta interrotto.«... che in sé non è più determinabile: è la comunità l’unica interprete con la sua esperienza degli avvenimenti e trova così la sua prassi. Molto bene: questa però non è più la Chiesa, ma l’avvio di un relativismo ecclesiale. E il punto è sempre lo stesso: chi mi dice che l’interpretazione è quella vera o quella giusta? E cosa succederà dopo la rivoluzione, dopo aver abbattuto il nemico? E soprattutto cosa c’entra Gesù Cristo in tutto questo, se non essere l’emblema di una lotta in fin dei conti estranea a Nostro Signore?».
«E allora dobbiamo stare a vedere inermi le ingiustizie? Ah, ma tanto lei non è in prima linea! È inaccettabile quello che dice!».

L’offesa del pretonzolo arrivò addosso al povero don Augusto, che si schermì, aveva infatti, due spalle grosse quanto un armadio e riprese, «Vede, se è inaccettabile non lo so, ma tra persone civili si discute e non si butta tutto sull’offesa. Forse però quando non si riesce ad argomentare si deve passare alla demagogia o all’insulto. In realtà, caro confratello, ciò che è davvero inaccettabile teologicamente e pericoloso socialmente, è questo suo miscuglio tra Sacra Scrittura, cristologia, politica, sociologia, economia. Non si può abusare della Bibbia e della teologia per assolutizzare, sacralizzare una teoria sull’ordinamento socio-politico, perché questo, per sua natura, è sempre relativo. Nessuna rivoluzione, mescolando Dio, Cristo e le ideologie, può essere sacralizzata se non con la conseguenza che si creerà sicuramente un fanatismo entusiastico, che può portare alle ingiustizie e a delle oppressioni peggiori, rovesciando nei fatti ciò che in teoria ci si proponeva. E tutti i sistemi politici marxisti al potere nel mondo ce lo confermano».

Il discorso era bello chiaro e bello schietto, ma il riferimento al marxismo aveva destabilizzato l’interlocutore che sarebbe da lì a poco scoppiato in una rivoluzione e così don Augusto affondò il coltello nella piaga con un colpo da teatro. «Colpisce poi dolorosamente osservare in sacerdoti come lei (e forse anche in qualche teologo) l’illusione così poco cristiana di poter creare un uomo e un mondo nuovo, non mediante il richiamo alla conversione, ma agendo solo sulle strutture sociali ed economiche. È il peccato personale, invero, alla base anche delle strutture sociali ingiuste. È sulla radice, non sul tronco e sui rami dell’albero dell’ingiustizia che bisognerebbe lavorare se si vuole davvero una società più umana. Sono verità cristiane fondamentali, eppure mi sembra che lei le respinga con disprezzo come “alienanti” e “spiritualiste”».
«Mi sembra che lei sia un servo delle classi dominanti che vogliono conservare il potere appoggiandosi anche sulla Chiesa...», rispose infuriato l’altro.
«No», rispose calmo don Augusto, «ho un solo Padrone, che poi sono tre in uno. Ma è un poco difficile da spiegare ed è evidente che avrebbe bisogno prima di un bel ripasso del Catechismo».

E la discussione si interruppe definitivamente perché furono servite abbondanti porzioni di lasagne alla bolognese fumanti. Davanti a quella leccornia il nostro padre Bud Spencer non si sarebbe fermato a divorarla neppure se fosse giunta in quel preciso momento la fine del mondo. Che il figlio del popolo marxista si mangiasse pure il fegato, lui stava già addentando estasiato il primo boccone della pasta al forno!  

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