04 aprile 2017

I retroscena geopolitici dietro l’attacco a San Pietroburgo


È ora che Europa, Usa e Russia adottino una strategia comune contro il terrorismo islamico

di Alessandro Rico 

La matrice dell’attacco che a San Pietroburgo ha mietuto quattordici vittime e circa cinquanta feriti sembra ormai chiara: il terrorista kirghiso ventiduenne che ha piazzato una delle due bombe aveva legami con ambienti dell’estremismo islamico in Siria.
Sembra dunque essere esclusa la pista cecena. Il conflitto con la regione caucasica si accese dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Dopo gli insuccessi di Eltsin, Putin sembrava essere riuscito a piegare il nemico, pur pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane (si pensi all’assalto al teatro di Mosca nel 2002, quando per uccidere i terroristi, le forze speciali pomparono nel sistema di ventilazione un gas tossico, provocando anche la morte di 129 ostaggi). Il terrorismo ceceno aveva dunque una profonda caratterizzazione nazionalista, ma si riallacciava al fondamentalismo islamico professato dal fondatore del movimento, Shamil Basaev, morto in circostanze misteriose nel 2006: l’obiettivo era la creazione di una teocrazia islamica indipendente dalla Russia. Le ultime violente recrudescenze risalivano al 2010 e al 2011, con le stragi alla metropolitana di Mosca e quella all’aeroporto Domodedovo.
La pista che porta allo Stato Islamico è ovviamente collegata all’impegno di Putin in Siria a sostegno di Assad. Si noti che al momento dell’attacco il presidente russo si trovava a San Pietroburgo e l’attentato può rappresentare un avvertimento rivolto direttamente al numero uno del Cremlino. Non è la prima volta che i russi finiscono nel mirino dell’Isis. Nel 2015 lo Stato Islamico aveva rivendicato l’attacco a un jet in volo dall’Egitto e diretto proprio a San Pietroburgo: un ordigno artigianale al tritolo, posto all’interno di una lattina e probabilmente introdotto nel velivolo grazie alla complicità di qualche operatore di terra, distrusse l’aereo russo mentre sorvolava le alture del Sinai. E nel dicembre del 2016 l’ambasciatore russo ad Ankara era stato ucciso a colpi di pistola da un poliziotto che voleva vendicare i bombardamenti su Aleppo. Secondo alcune fonti, tra l’altro, nelle stesse ore delle esplosioni alla metro di San Pietroburgo, alcuni colpi di mortaio sarebbero stati lanciati contro l’ambasciata russa a Damasco, già presa d’assalto nei mesi di febbraio e marzo.
Sul fronte interno, la Russia sta attraversando una fase di turbolenza, messa in agitazione dalle manifestazioni dell’opposizione anti-Putin, organizzate da fazioni elettoralmente non molto rilevanti, ma balzate agli onori delle cronache anche per l’arresto dell’attivista Alexei Navalny. L’attacco di ieri ha un chiaro risvolto geopolitico e testimonia una volta di più la necessità, per l’Europa, di riavvicinarsi a Mosca, per concordare una strategia comune sul Medio Oriente, in una fase in cui il cambiamento degli orientamenti della Casa Bianca potrebbe facilitare il dialogo.
Finora l’ambiguità dell’amministrazione Obama, che ha destabilizzato Libia, Egitto e Siria, favorendo l’ascesa di forze islamiste, aveva determinato significative spaccature all’interno della UE: la Germania si era defilata dalle operazioni libiche, ma al contempo aveva promosso la linea dura contro la Russia sulla questione ucraina; Inghilterra, Francia e Usa hanno condotto azioni belliche in Siria parallelamente a Putin, costretto a una tormentata alleanza con Erdogan.
Le bombe a San Pietroburgo, in una città e in un Paese che certo non davano l’impressione di versare nello stesso disordine della Francia presa sotto la morsa jihadista, ma soprattutto in un anno cruciale per la storia nazionale, il centenario della Rivoluzione d’ottobre, avvicinano simbolicamente la Russia a Parigi, Berlino e Londra. Ora che anche gli Stati Uniti sono decisi a fare terra bruciata intorno agli ultimi avamposti Isis, sostenendo quei regimi locali in grado di garantire stabilità e controllo sui territori più caldi, il momento per convergere su un’agenda comune è propizio. Eppure, a ventiquattro ore dalla strage, le ONG massoniche come l’Unicef già si lanciano all’offensiva di Assad, accusato di aver impiegato armi chimiche in un bombardamento contro i ribelli, uccidendo almeno undici bambini. Chiaramente, l’internazionale progressista teme un riavvicinamento tra Europa, Russia e Usa, simile a quello che era riuscito a mettere in atto Berlusconi prima della crisi in Ossezia del 2008, quando si consumò una nuova rottura tra Bush e Putin. Quello che sta passando ora è un treno che l’Occidente non può permettersi di perdere.

(tratto dal quotidiano La Verità del 4 aprile)

 

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