22 aprile 2017

La lettura ameriana del Concilio Vaticano II (I parte)

 di Daniele Laganà

Nato da padre piemontese e madre elvetica, laureato in filosofia e in filologia classica e docente presso il liceo cantonale di Lugano e presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Romano Amerio contribuì anche alla fondazione dell’Istituto Ticinese Alti Studi e della federazione di fedeli legati al rito tridentino Una Voce; egli costituisce un gigante del cattolicesimo novecentesco e riveste un ruolo ancor più rilevante nel novero delle personalità legate ad un’impostazione conservatrice nella Chiesa del XX secolo.

La sua opera più celebre, Iota Unum, è stata tradotta in molteplici lingue, ma rimane poco conosciuta ai più, verosimilmente per una sorta di ottenebrazione posta in essere a cagione della consapevolezza della straordinaria potenza delle argomentazioni che vengono scagliate contro i traviamenti che ampie fasce della Chiesa hanno cavalcato nella fase post-conciliare; particolarmente significativa è la scelta del nome, tratto dal noto passo evangelico in cui Cristo sottolinea come la sua Incarnazione non comporti alcun annullamento della Legge, bensì il compimento della stessa. Parimenti Amerio analizza, come evidenza il sottotitolo “Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo” le incongruenze e le discontinuità che si sono palesate nel secolo scorso, riproponendo con passione e precisione il sempiterno insegnamento della Santa Madre Chiesa.

Questo monumentale capolavoro del cattolicesimo novecentesco consta nella sua struttura di due componenti essenziali: la prima formata da un’analisi storica della crisi della Chiesa, ponendo l’accento sulle dinamiche del Concilio Vaticano II che egli ha vissuto in prima persona come perito, operando una scansione cronologica; la seconda, invece, una trattazione quasi enciclopedica dei gravi errori con cui la Chiesa cattolica è stata gravemente ferita durante il secolo scorso, compilata con una minuziosa cura e incredibile acume, segno di un’autentica devozione all’unica Verità di Cristo. A seguire potrete assaporare un’umile esposizione sintetica della prima parte, strutturata col medesimo ordine presente nel testo e con dovizioso impiego di citazioni letterali dallo stesso.

Distinte crisi («uno straordinario moto storico atto a partorire un cangiamento di fondo e di essenza dell’umana vita»), estesa all’uso lessicale comune di «fenomeni che non avverano  il concetto così delineato di crisi, ma gli si approssimano», e variazione («accidentale che avviene entro la medesima cosa»), egli passa in rassegna gli atteggiamenti che la crisi scaturisce: negazione, interpretazione come «inadattamento alla progrediente civiltà moderna», riconoscimento pontificio dello smarrimento e dell’autodemolizione ed interpretazione positiva causata da una falsa teodicea («si dice che la crisi è un bene perché obbliga la Chiesa a una presa di coscienza e a ricercare una soluzione»).

Dopo aver pennellato uno schizzo storico sulle crisi che la Chiesa ha attraversato nella sua storia, l’autore principia a narrare le vicende inerenti la preparazione del Concilio Vaticano II; esso era stato indetto da Giovanni XXIII, suscitato da una sua «repentina ispirazione», il quale lo aveva ideato come un «grande atto di rinnovamento e di adeguamento funzionale della Chiesa» e riteneva di poterlo concludere in pochi mesi, a differenza di quanto realmente accadde: sapientemente si sottolinea che «il rovesciamento delle previsioni  nacque dall’essere abortito il Concilio quale era stato preparato e dall’essersi successivamente elaborato un Concilio difforme dal primo e per così dire generatosi da se stesso».

Le due componenti principali della fase preparatoria furono la convocazione del Sinodo Romano I nel 1960, che doveva essere «una prefigurazione e una realizzazione anticipata» della grande assemblea, e la pubblicazione della Costituzione apostolica Veterum Sapientia nel 1962, inerente all’uso della lingua latina: il Sinodo proponeva una «vigorosa restaurazione» in tutti gli ordini della vita ecclesiale», fondata sui due principi tridentini di «peculiarità della persona consacrata […] inconfusibilmente separata dai laici» e di «educazione ascetica» e «vita sacrificata», delineando una netta discontinuità tra lo stile di condotta del clero e le «maniere laicali» ed esigendo l’abito ecclesiastico, la sobrietà del vitto, l’astensione dei pubblici spettacoli e la fuga delle profanità, nonché si confermano le disposizioni liturgiche (come l’uso del latino, la condanna della creatività del celebrante e il canto gregoriano) e la «necessità di battezzare i parvoli quam primum»; parimenti la Costituzione apostolica costituì «un’affermazione di continuità» e sanciva l’importanza dell’uso della lingua latina («non metafisicamente, ma storicamente connaturato alla Chiesa cattolica»), prevedendo una riduzione delle discipline laicali nella formazione del clero in favore delle lingue classiche e dell’apprendimento delle «scienze fondamentali» nell’idioma dell’ita, nonché l’erezione di un Istituto superiore di latinità.

Purtroppo il Sinodo Romano I «precipitò nell’Erebo dell’oblìo» e non venne citato dal Concilio nemmeno una volta, tanto che Amerio ne trovò i testi nelle biblioteche civili, ma non in quelle diocesane e allo stesso modo la Veterum Sapientia fu «annientata dall’oblìo».
Se il Concilio Vaticano I era animato da tre scopi, cioè la causa fidei, la causa unionis e la causa reformanda, nel Concilio Vaticano II la triplice finalità fu perseguita «in una qualificazione che sembrò peculiare e che si espresse con il termine di pastoralità»; nel decreto Presbyterorum ordinis la scansione ternaria prevedeva la rinnovazione interna della Chiesa, la diffusione del Vangelo nel mondo e il colloquio con il mondo moderno, mentre nel discorso inaugurale di Paolo VI si preferì un’articolazione quaternaria che comprendeva la presa di coscienza della Chiesa, la riforma, la causa unionis e il «lanciare un ponte verso il mondo contemporaneo».

Il discorso inaugurale di Giovanni XXIII si apre con l’aut aut tra mondo e vita celeste, al fine di ordinare «tutte le cose del tempo al destino eterno», e scaglia la «condanna del pessimismo di coloro che nei tempi moderni non vedono che prevaricazione»; una particolare attenzione è riservata dal filologo italo-elvetico alla vistosa discrepanza che in un passo saliente intercorre tra la traduzione italiana e l’originale latino (arrivando a ipotizzare che la versione latina sia stata a sua volta tradotta dall’italiano): non solo si evidenzia la gravità della scarsa qualità della conoscenza del latino in seno alla Curia romana, bensì si sottolinea la ancor più acuta pericolosità semantica di tale polisenso, precisando che «altro è pensare la dottrina cattolica in una maniera che sia appropriata alla citeriorità (Diesseitgkeit) peculiare alla mentalità contemporanea e altro è che si pensi e si esponga seguendo quella stessa mentalità».

In seguito al vivo contrasto suscitato dallo schema de fontibus Revelationibus, «si operò una rottura della legalità, passando dal regime collegiale al regime monarchico», determinando un «nuovo curus non dico dottrinale, ma di orientamento dottrinale» e successive rotture della legalità conciliare si ebbero con l’intervento non autorizzato del cardinal Achille Liénart e il posteriore «rimaneggiamento delle dieci Commissioni conciliari», imprimendo una svolta dei lavori conciliari in una direzione che segnava una netta discontinuità con tutto il lavoro preparatorio, per cui «il Concilio diventava in un certo modo autogenetico, atipico e improvviso».

Se l’atteggiamento di Giovanni XXIII apparve come «desistenza dal preparato Concilio» e come «consiscendenza con il movimento che il Concilio […] voleva darsi da se stesso», limitando l’autorità papale all’introduzione di San Giuseppe nel canone della Messa, Paolo VI volle introdurre una Nota praevia che respingeva l’interpretazione classica della collegialità, affermando che «la potestà somma è collegiale solo per comunicazione ad nutum del Papa» e che, curiosamente, nonostante logicamente dovrebbe essere letta prima della Costituzione a cui è allegata, risulta stampata dopo di essa.

Paolo VI volle attribuire alla Vergine il titolo di Madre della Chiesa, nonostante l’opposizione della maggioranza dell’assemblea e intervenne per accelerare il documento sulle missioni, ma si dimostrò fermo nella dottrina del matrimonio e fece aggiungere d’imperio nello schema del Concilio i testi della Casti connubii di Pio XI che l’assemblea voleva espungere, nonché ribadì nella celebre enciclica Humanae vitae «l’illiceità dei mezzi anticoncettivi contrannaturali» e la procreazione come fine «necessario e primario» del coniugio; da considerarsi come discorso conclusivo viene reputato il discorso di chiusura della IV sessione, dove il Santo Padre esprime il «riconoscimento della tendenza generale dell’uomo moderno alla citeriorità (Diesseitgkeit) e il progressivo fastidio di ogni ulteriorità e trascendenza (Jenseitigkeit)» e che l’autore commenta affermando che «il Papa dice che per amare Dio bisogna amare gli uomini, ma tace che è Dio che rende amabile l’uomo e che il motivo del doversi amare l’uomo è il doversi amare Dio».

Con sincerità e lucidità, il filosofo luganese mette in luce come il Concilio «ruppe con tutta la sua preparazione e si svolse come oltrepassamento del Concilio preparato» e, al contempo, il periodo postconciliare si dimostrò come un oltrepassamento del Concilio stesso, nell’ordine liturgico («la Messa si trovò mutata da tutt’altra in tutt’altra»), nell’ordine istituzionale («investito da uno spirito democratico di consultazione universale e di perpetuo referendum») e nell’ordine della mentalità («apertasi a comporsi con dottrine aliene dal principio cattolico»).

Tale oltrepassamento «avvenne sotto l’insegna di una causa complessa, anfibiologica, varia e confusionale, che si denominò spirito del Concilio» che apre ad una pluralità di interpretazioni causata «dall’incertitudine e dalla confusionalità che viziano certi documenti conciliari».

In particolar mondo, vengono individuate come oltrepassamento franco tutte le circostanze in cui «il postconcilio ha sviluppato come conciliari temi che non trovano appoggio nei testi conciliari e di cui i testi conciliari non conoscono nemmeno il termine»: ad esempio, il vocabolo pluralismo è citato solo tre volte e «sempre riferito alla società civile», l’autenticità «come valore morale e religioso di un atteggiamento umano non appare in nessun documento», bensì solo come criterio filologico e canonico, e la democrazia «non si trova in nessun punto del Concilio»; un ulteriore e vistoso oltrepassamento franco è costituito dall’eliminazione della lingua latina dai riti latini, in quanto configura un esplicito sviluppo «in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio», il quale aveva stabilito la conservazione della stessa.

(Continua)  

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