07 aprile 2017

Le tante incongruenze sul bombardamento chimico in Siria

Pubblichiamo questo articolo apparso ieri su La Verità, nel quale si pongono alcuni dubbi riguardo "l'attacco chimico" attribuito in questi giorni al governo di Assad, contro donne e bambini. Purtroppo questa notte gli Stati Uniti a presidenza Trump hanno bombardato una postazione militare siriana, adducendo a pretesto proprio la necessità di "punire" l'attacco di cui sopra.


di Alessandro Rico

Crimine di guerra o tragico incidente? Nella vicenda del bombardamento chimico in Siria, che i ribelli attribuiscono ad Bashar al-Assad, molte cose non quadrano.
Innanzitutto, guardiamo alla tempistica degli eventi. Il 3 aprile si verifica un attacco terroristico a San Pietroburgo. Nemmeno ventiquattro ore dopo scatta la filiera delle Ong, dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (che stranamente ha sede a Londra) all’Unicef, che diffonde un comunicato apocalittico: «L’umanità è morta», Assad ha bombardato il villaggio di Khan Shaykhun con ordigni chimici, sono state uccise più di 70 persone, tra cui 20 bambini. È indubbiamente strano che, proprio quando gli Stati Uniti di Donald Trump, “falchi” permettendo, sembrano voler rinunciare ai piani di regime change, proprio mentre l’Isis è alle strette, Assad commetta un grossolano errore strategico. Tanto più che, come frutto di un accordo del 2013 tra Mosca e Washington, il regime siriano aveva consegnato tutto l’arsenale chimico per farlo distruggere. L’intesa era stata salutata come una vittoria da Assad, che così aveva scongiurato un intervento dell’Onu. Possibile che adesso fornisca alla coalizione occidentale un ottimo pretesto per destituirlo? E non è curioso che ciò avvenga all’indomani di un attentato in Russia, dando ai media anti-Putin l’opportunità di insinuare che il bombardamento sia stato una rappresaglia o che, peggio, l’attacco a San Pietroburgo fosse pilotato?

Ci sono perplessità pure sulle fonti. A diffondere le immagini del massacro è la solita agenzia Idlib Media Center, vicina ai ribelli. Dallo stesso milieu era partita la foto, diventata poi un’icona della guerra civile siriana, del bimbo di Aleppo coperto di polvere e con il volto insanguinato. Secondo ambienti filorussi, quella foto sarebbe stata un falso. Attribuiti a un reporter sconosciuto (nessun altro servizio reperibile su internet), peraltro immortalato in un selfie con uomini che somigliavano molto ad alcuni terroristi di al-Nusra (l’al-Quaeda siriana), l’immagine e i video davano l’impressione di essere stati preparati a tavolino: il bimbo non è dolorante, appare stupito delle macchie rosse sul viso, non sanguina copiosamente pur essendo ferito alla testa e nei report successivi ai raid su Aleppo emergono troppe contraddizioni. 

A proposito delle foto del massacro di Idlib, qualcuno ha osservato che in caso di attacco con gas nervino i soccorritori dovrebbero indossare tute speciali; la risposta dei Caschi Bianchi, la presunta “protezione civile” siriana, è che i volontari non dispongono di questi equipaggiamenti e che, infatti, alcuni di loro sarebbero rimasti intossicati.

Ma chi sono i Caschi Bianchi? Si tratta di un’organizzazione non governativa fondata da James Le Mesurier, ex militare britannico. In teoria, i White Helmets sono neutrali. In pratica, sono schierati contro Assad: nel 2015 cercarono di negoziare con la NATO una no-fly zone e i loro fondi provengono per lo più da Gran Bretagna, Stati Uniti e Paesi Bassi. Un giornalista russo li ha accusati di soccorrere i civili solo quando sono presenti le telecamere. Nonostante le candidature al Nobel per la pace (per intenderci, quello conferito a Obama, il principale responsabile della destabilizzazione del Medio Oriente), i Caschi Bianchi sono stati “beccati” a rilasciare false testimonianze sui bombardamenti e a girare un Mannequin Challenge, cioè un video in cui gli attori restano immobili e la telecamera si sposta, inscenando il salvataggio di un ferito. A ciò si aggiunga che alcuni membri dell’organizzazione, che ufficialmente dovrebbero girare disarmati, sono stati fotografati mentre imbracciavano dei fucili; porto d’armi per autodifesa o sostegno ai ribelli anti-Assad?

Insomma, vista la provenienza delle notizie, un po’ di scetticismo non è irragionevole: durante la Seconda Guerra Mondiale avreste chiesto informazioni sui bombardamenti alleati ai tedeschi?
Incongruenze aleggiano poi sulla reazione della comunità internazionale. A premere per la destituzione di Assad sono soprattutto António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite in ottimi rapporti con l’amministrazione Obama, la Francia e la Gran Bretagna, cioè due Paesi che promossero attivamente la destabilizzazione del Medio Oriente. Attaccare Assad, d’altronde, potrebbe essere un modo di colpire Putin, che in questo momento affronta una recrudescenza delle opposizioni di piazza. Senza dimenticare il ruolo di Erdogan, da sempre doppiogiochista, per il timore che la sconfitta dell’Isis lo costringa a fare concessioni ai curdi. All’improvviso la Turchia delle epurazioni di massa è diventata paladina del diritto internazionale? 
In ogni caso, mentre fioccavano le condanne di tutti i leader politici, l’agenzia di stampa russa Tuss riportava una dichiarazione dai toni meno accesi del portavoce di Guterres, Stephane Dujarric, per il quale le Nazioni Unite non sarebbero ancora in grado di verificare la veridicità dei report sul bombardamento.

La versione fornita da Mosca e Damasco è che siano stati colpiti dei depositi di armi chimiche dei ribelli. Dunque, neppure i diretti interessanti negano che ci sia stata un’azione di guerra, ma ritorcendo contro l’Occidente la topica delle fake news, ribaltano le accuse, spalleggiati persino dal vescovo di Aleppo Antonine Audo, che evidentemente sa bene chi, tra Assad e i ribelli, garantisca davvero la sicurezza dei cristiani perseguitati.
Difficile stabilire chi abbia ragione. In una guerra che si combatte sul filo della propaganda, tra false flag e video virali, e in cui i media occidentali si limitano a fare da megafono a una delle fazioni, è comunque opportuno coltivare il sano seme del dubbio. Senza complottismi, solo con un po’ di coscienza critica.

(tratto da La Verità del 6 aprile)

 

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