19 aprile 2017

Sulla Turchia aveva ragione Ratzinger: con l’Europa non c’entra nulla

di Alessandro Rico

Alla fine, anche se di misura, Recep Tayyip Erdogan ha vinto la sua battaglia. Al referendum costituzionale sul presidenzialismo i “sì” hanno raggiunto quota 51,3% e i “no” si sono fermati al 48,7%. Il sultanato è tornato: la Turchia sta ultimando la propria trasformazione in un autoritarismo islamista che ricorda i trascorsi dell’Impero Ottomano.
Molti commentatori notano che la vittoria di Erdogan è dimidiata. In collegi dal valore simbolico come la capitale Ankara e Istanbul è stato il “no” a spuntarla e la percentuale totale ottenuta dal leader turco, con un’affluenza fiume all’86% degli aventi diritto al voto, è ben lontana da un plebiscito. Ma tanto basta a portare a casa il risultato, mentre le opposizioni gridano ai brogli. L’HDP, partito della sinistra filo-curda, ha denunciato irregolarità su un terzo delle schede scrutinate e ha invocato il riconteggio; il CHP, partito kemalista, ha invece sostenuto che nei seggi sarebbe stato distribuito un milione e mezzo di schede non timbrate, incluse tuttavia nel computo finale. Dal canto suo Erdogan, dopo aver liquidato con disprezzo gli osservatori internazionali, a vittoria incassata si è concesso un bagno di folla e ha annunciato di voler indire un altro referendum per il ripristino della pena di morte. La reintroduzione della pena capitale dovrebbe precludere definitivamente l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, anche se evidentemente Erdogan sente di poter negoziare da una posizione di forza, in virtù dell’accordo (che fa comodo soprattutto ai tedeschi) sul controllo dei flussi migratori, che ha portato miliardi di euro nelle casse turche, insieme all’impegno dell’Europa ad accogliere i cittadini turchi senza bisogno del visto.

Ma come cambia il Paese con la riforma presidenzialista? Erdogan porta a compimento sul piano del diritto quella svolta autoritaria che ormai aveva intrapreso nei fatti e cui aveva impresso una forte accelerazione dopo il fallito golpe del luglio 2016. Il presidente, che sarà eletto direttamente dal popolo, assumerà su di sé anche le funzioni del premier, potrà nominare i ministri, gli alti comandi militari (una prerogativa strategica, visto il ruolo di alcuni settori dell’esercito nel tentativo di colpo di Stato), i giudici della Corte Costituzionale, persino i rettori delle università (proprio gli atenei erano stati uno dei bersagli delle purghe seguite al golpe). Il Parlamento, svuotato di molte competenze, non potrà più votare mozioni di sfiducia, anche se con una maggioranza dei due terzi potrà ottenere l’impeachment del presidente. Poiché può candidarsi per altri due mandati della durata di cinque anni l’uno, Erdogan conta di rimanere al potere fino al 2029.

L’Europa ragionieristica, che dimentica il valore di storia e cultura e costruisce le proprie politiche solo su motivazioni contabili, colleziona così l’ennesimo smacco. Il referendum turco pare confermare il giudizio che, nel 2004, l’allora cardinale Ratzinger dispensò durante un convegno pastorale a Velletri: «Credo che l’Europa non sia un concetto geografico», affermò il futuro papa Benedetto XVI, per il quale «contrapposta all’Europa cristiana era la Turchia, meglio, l’Impero Ottomano. […] I nostri mondi culturali sono diversi e, con tutto il rispetto che si può e deve avere per l’altro, sarebbe antistorico e anche contro l’anima di questi due mondi pensare di unirli solo per ragioni economiche». Considerazioni ancora più attuali viste le posizioni dei turchi residenti in Europa: dopo le provocazioni di Erdogan ad Angela Merkel e Mark Rutte, i turchi di Germania e Olanda hanno votato in larghissima parte per il “sì”.

Il consolidamento dell’autoritarismo di Erdogan rappresenta un nuovo tassello nella partita internazionale che l’Islam politico sta giocando, visto anche il ruolo ambiguo che la Turchia ha ricoperto nella lotta all’Isis. Ma c’è un altro dato con il quale l’Occidente deve confrontarsi senza ipocrisie.
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, che aveva addirittura fatto pensare a una “fine della Storia” e alla definitiva affermazione del capitalismo democratico, la Storia si è rimessa in moto e il mondo ha conosciuto una recrudescenza degli autoritarismi: la Russia di Vladimir Putin, la Cina e il suo connubio di capitalismo e totalitarismo, la tecnocrazia finanziaria di Singapore, quello che ormai si va configurando come un assolutismo di marca islamista in Turchia. Colpisce in particolare che alla diffusione della libertà economica, o almeno del modo di produzione capitalistico, in molte parti del mondo non sia corrisposta un’analoga apertura politica; anzi, lo sviluppo di un’economia avanzata ha spesso rafforzato i regimi, dimostrando che la liberal-democrazia è una tecnologia del potere tutta occidentale. Il modello fondato su capitalismo, eguaglianza formale, rappresentanza popolare, redistribuzione e diritti umani non è universalizzabile. E se non vuole essere fagocitato dal dinamismo delle tigri asiatiche o dal rinnovato impulso imperialista dell’Islam politico, questo Occidente comatoso deve fronteggiare con pragmatismo e senso della realtà lo scenario multipolare contemporaneo.

(uscito con modifiche su La Verità del 18 aprile 2017)

 

2 commenti :

  1. Ratzinger non solo aveva ragione qui e nella lectio magistralis di Regensburg, ma diceva sempre la verità, per questo dava fastidio e l'hanno fatto accomodare fuori in nome del politically correct, fino a quando, sempre per il PC, non scoppieranno guerre........e allora ci si ricorderà dei suoi avvertimenti.

    RispondiElimina
  2. Il dato più interessante è che i turchi nei paesi europei (immigrati, figli di immigrati, ed anche nipoti di immigrati), ossia quelli che in teoria dovrebbero essere i più ostili all'islamismo di Erdogan, hanno in realtà votato a favore della riforma in percentuali superiori al 60 e anche al 70%.
    In sostanza, la democrazia liberale ha toppato nel rendere liberali e moderni questi immigrati, anzi ha provocato quasi una crisi da rigetto.

    RispondiElimina