11 aprile 2017

Tra arte (sacra) e indipendenza, la sfida di Ciro Lomonte a Palermo

a cura di Fabio Petrucci

Quest’anno i cittadini di oltre mille comuni d’Italia saranno chiamati alle urne. Tra le città interessate spicca Palermo, la quinta metropoli d’Italia. Nella città “capitale” della Sicilia si sfidano ben 8 candidati, anche se i media locali più allineati al sistema dominante sembrano privilegiare la vecchia politica, ovvero i due personaggi che già cinque anni fa si contesero la poltrona di Palazzo delle Aquile: l’eterno sindaco uscente Leoluca Orlando – appoggiato da un’eterogenea coalizione che va dall’estrema sinistra agli alfaniani – ed il “giovane” Fabrizio Ferrandelli, che nonostante un passato politico a sinistra ha già ricevuto l’endorsement di Forza Italia e dei “cuffariani”.
Tra gli altri contendenti spicca, per statura intellettuale e novità, il professore Ciro Lomonte, candidato per il movimento indipendentista “Siciliani Liberi”, fondato nel gennaio 2016 e guidato dall’economista e docente presso l’Università di Palermo Massimo Costa.  Architetto e docente del Master di II livello in Architettura, Arti Sacre e Liturgia presso l’Università Europea di Roma, Ciro Lomonte possiede un importante e ricco curriculum accademico e può vantare numerose pubblicazioni all’attivo, prevalentemente dedicate ai temi dell’arte. Nel 2009 ha anche redatto e promosso un “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio alcune delle sue proposte politiche, ma anche per una riflessione più ampia sui problemi dell’arte sacra contemporanea.

Professore Lomonte, lei è candidato a sindaco nelle file di un movimento indipendentista: quali sono le ragioni che l’hanno spinta ad abbracciare questa causa? Ed inoltre, a suo parere si possono immaginare relazioni positive, di amicizia, tra i siciliani e gli italiani del Continente anche nel caso di un’eventuale assenza di unità politica?

Non ho mai aderito a nessun partito né ho mai apprezzato il linguaggio politichese, soprattutto quando esso nasconde un’enorme povertà di relazioni con la realtà. Dopo la morte delle ideologie la carenza di idee si è fatta ancora più insopportabile. Non è che le ideologie fossero buone di per sé, ma almeno canalizzavano grandi tensioni ideali che non sembrano esserci più. In Italia il fenomeno ha assunto connotati grotteschi dopo Tangentopoli. Anche i giovani che entrano oggi nei partiti maggiori diventano subito vecchi, nel modo di pensare e di agire. Imparano a privilegiare la furbizia rispetto all’intelligenza.
Ho sempre avuto nel cuore un grande amore per Palermo e per la Sicilia. Soltanto dopo la nascita del Movimento Siciliani Liberi mi sono riconosciuto in un progetto di liberazione della mia terra. Un programma colto, appassionato, fondato su alcuni studi interdisciplinari condivisibili. In un primo momento mi sono dedicato alla creazione del “Circolo degli Altavilla”. Avrei preferito realizzare, con un gruppo di amici, molteplici iniziative culturali per diffondere la conoscenza della nostra identità. A un certo punto però mi è stato proposto di candidarmi alle amministrative del 2017. Le consultazioni interne al Movimento si sono svolte a luglio 2016, ma io ho accettato definitivamente solo ad inizio gennaio del 2017. Non avevo alcuna esperienza e non mi consideravo idoneo a questa competizione.
Perché ho cambiato idea? Perché è urgente invertire un processo di decadenza che sta pericolosamente svuotando Palermo. Io sono orgoglioso della mia città, ne amo la bellezza passata e sono convinto che possa essere la leva migliore per una rinascita, anche delle parti nuove. Mi riferisco alla struttura urbanistica della metropoli, ma intesa come espressione della ritrovata bellezza della società che vi abita e vi lavora.
Penso di poter dare un contributo significativo affinché questo avvenga. Da siciliano libero. Mi piace molto questo aggettivo: libero! Io sono per l’indipendenza, non sono indipendentista. Guardo con sospetto tutti i fanatismi. I laicisti, per es., sono spesso i veri dogmatici (nel senso corrente del termine, di chiusura ostinata alla ricerca della verità, perché il dogma è un’altra cosa).
Mi permetto di riportare quanto scrissi nel 2010 sulla rivista Il Covile, n. 597. Si cita spesso un’affermazione di Massimo D’Azeglio, «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani». È una mistificazione retorica che andrebbe smascherata, come l’intera storia del Risorgimento che si trova nei manuali scolastici. La verità è un’altra: «Esistono gli Italiani. Ora si tratta di fare l’Italia». Gli italiani avevano, da prima del 1860, la coscienza di essere un arcipelago di popoli con radici comuni. L’Italia è stata trasformata in uno Stato unitario con la violenza e la menzogna, in uno dei peggiori modi possibili, calpestando l’identità delle varie componenti della sua gente. In modo particolare quella delle differenti nazioni meridionali.
In senso lato, a maggior ragione perché sono architetto, vorrei applicare a me stesso il motto di Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto». Vorrei poter avere il maggior numero possibile di amici. Per me l’Italia attuale è un’aggregazione forzata di territori e di nazioni, ciascuna con caratteri precisi. Mi sento principalmente siciliano, ma anche italiano. Semplicemente non mi riconosco nello Stato Italiano. Allo stesso modo mi sento europeo, non mi sento affatto rappresentato dall’Unione Europea.
La Sicilia è davvero trattata come una colonia. È dal 1860 che ci sottraggono un’infinità di risorse, non solo economiche. Ci consentono di essere solo schiavi, in un modo subdolo, supportato da ciò che insegnano a scuola o divulgano sui giornali. Ritengo che ci saranno maggiori possibilità di coltivare l’amicizia con le altre nazioni costrette all’unità nell’attuale Stato Italiano quando saremo indipendenti.

Uno dei primi punti del suo programma elettorale è costituito dalla centralità da assegnare alla famiglia. Relativamente a Palermo, gli indicatori statistici recentemente pubblicati segnalano la presenza di un’evidente crisi demografica, in parte ascrivibile all’aumento dell’emigrazione. Cosa si può fare per invertire queste tendenze negative? Dobbiamo rassegnarci a considerare irrealistico mettere su famiglia a Palermo e nel resto dell’isola?

Ho già avuto modo di sottolineare che, se per utopia si intende un non-luogo, come sono le aree di grattacieli più o meno bizzarri che stanno costruendo nelle città contemporanee europee, io sono contrario a quella che definisco “estetica del non luogo”. Se per utopia, invece, ci riferiamo a un bel-luogo, allora quella è la Palermo che desidero. In quel caso sì, i  nostri programmi sono utopici.
Analogamente ritengo che la famiglia sia generatrice potenziale dei bei luoghi futuri della nostra città. L’architettura è il rifugio qualificato degli esseri umani nella loro dimensione relazionale. La vita familiare è favorita da un ambiente costruito accogliente, quando esso è denso di un senso generato dal rapporto biunivoco tra gli edifici stessi e gli uomini che li costruiscono e li abitano. In altre parole quando l’ambiente è disegnato da artigiani dell’utile, del solido, del bello, attenti alle richieste dei loro clienti.
Vogliamo prestare una grande attenzione alle famiglie palermitane, che non riescono a mettere al mondo tutti i figli che vorrebbero né a farli crescere con tutte le attenzioni che meritano. Mi sembra utile ricordare un articolo della Costituzione Italiana ampiamente disatteso, il n. 31: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo». Se a partire dal 1946 fossero stati attuati gli artt. 36, 37 e 38 dello Statuto Siciliano, promulgato prima della Costituzione Italiana e parte integrante di essa, anche il benessere delle famiglie siciliane sarebbe stato tutelato. Oggi, dopo il tradimento della legge costituzionale siciliana ad opera dei partiti italiani, bisogna aprire nuove strade per liberare la nostra terra dalla condizione coloniale in cui è costretta. È importante che il Movimento Siciliani Liberi entri già ad ottobre nel Parlamento Siciliano e se possibile anche nel Governo.
L’Amministrazione Comunale può difendere le famiglie con un regime di tributi equo, che tenga conto del valore enorme che ha ogni bambino che viene messo al mondo. Per questa ragione desideriamo istituire un Assessorato alle Politiche Familiari, diverso da quello che si occuperà delle politiche sociali. Il primo si basa sul principio di sussidiarietà, il secondo su quello di solidarietà. Bisogna offrire servizi adeguati alle famiglie, meglio ancora se numerose, come fanno le Provincie Autonome di Trento e di Bolzano. I figli sono un valore aggiunto di ogni società sana, ne garantiscono la vita, distribuendo adeguatamente diritti e doveri tra le diverse fasce di età. Non è un caso che il Movimento Società e Famiglia abbia garantito pieno appoggio alla mia candidatura.
Famiglie ben costituite producono ricchezza. Tante storture del pensiero dominante vanno corrette, per es. ricoprire i bambini di abiti o regali costosi che non li aiutano a crescere bene. Se andassero a scuola con il grembiule o una divisa si favorirebbe il rispetto delle diverse condizioni economiche, evitando una competizione dispendiosa tra i genitori. A volte di questi argomenti non si riesce a parlare con profondità perché il dibattito viene estremizzato apposta, spostandolo su questioni che distraggono dalle reali necessità quotidiane delle famiglie. Bisogna avere la pazienza di ascoltare, perché spesso le stesse parole (uomo, donna, bambino, famiglia, educazione, società, solo per restare in questo ambito) vengono impiegate in modo equivoco. Alasdair MacIntyre ha descritto magistralmente quella che lui definisce “intraducibilità” dei linguaggi della tradizione, dell’enciclopedia e della genealogia (metafisica dell’atto di essere, illuminismo, pensiero debole).
La ricchezza della nostra terra si promuove superando il concetto assistenzialista di “posto”. Bisogna che favoriamo lo sviluppo del lavoro, anche all’interno dell’impiego pubblico, rimuovendo i tanti ostacoli che sono stati creati artificiosamente per farci rimanere nella condizione di colonia.

Lei punta molto sulla riscoperta dell’identità della città e, non a caso, il suo motto elettorale è “Palermo sia fiera di Palermo”. La “capitale” siciliana è una città che ha ricevuto molti influssi culturali da svariate civiltà, però tra le cose che più la contraddistinguono c’è il profondo legame espresso verso la principale santa patrona, Rosalia. Perché la “Santuzza” è così importante per Palermo e cosa si può fare per preservare e rafforzare questa identità?

Dal punto di vista religioso, il legame spirituale più profondo dei palermitani è con l’Immacolata Concezione. Basta partecipare alla processione dell’8 dicembre per rendersene conto. In quella circostanza viene portata a spalla la straordinaria statua d’argento custodita a S. Francesco d’Assisi, da lì fino alla cattedrale, passando per S. Domenico.
Palermo ha molte patrone e qualche patrono, ma la devozione per S. Rosalia ha qualcosa di speciale, forse anche per il periodo storico in cui si è sviluppata. A quell’epoca i viceré avevano trasformato Palermo in un grande teatro urbano, barocco. Era per strada che si celebrava lo spirito palermitano. Tutti (nobili e popolo, autorità civili e religiose, maestranze e professionisti) volevano partecipare agli allestimenti delle feste, con archi di cartapesta, carri e costumi. Gli influssi della devozione popolare spagnola non mancavano, tuttavia non c’era uno spirito di emulazione, perché il carattere palermitano si esprimeva meno con fercoli processionali – in Spagna è tipico che siano in competizione tra di loro – e più con spettacoli narrativi, simbolici o realistici.
Non dimentichiamo che i Festini (il diminutivo affettuoso a Palermo è ironico, indica la grandiosità dell’evento) sono due, uno civile, organizzato dal Senato di allora e dal Comune di adesso, l’altro religioso, a carico dell’Arcidiocesi. Tra il 1860 e il 1868 il governo del dittatore Garibaldi prima e quello unitario poi impedirono le celebrazioni. Si erano resi conto che le manifestazioni erano troppo pericolose, potevano essere l’occasione per una ribellione del popolo, che si sentiva ingannato da chi aveva promesso libertà e aveva portato miseria. Questo fu uno dei metodi subdoli adottati per cancellare l’identità dei palermitani. Può sembrare inverosimile, ma il Festino è rinato solo nel 1974, in modo peraltro diverso da quello originario.
La rinascita del Festino autentico può favorire il riemergere dello spirito palermitano autentico. Il nostro carattere ha ricevuto, è vero, apporti da molte civiltà che si sono alternate al governo della Sicilia, ma è un’anima originale, positiva, unica, che va fatta riscoprire ai palermitani stessi.

Nel 2015 l’Unesco ha istituito il patrimonio dell’umanità denominato ufficialmente “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale”. È un riconoscimento che giunge con qualche decennio di ritardo, se consideriamo la straordinaria originalità, bellezza ed importanza storica dei monumenti inclusi nel percorso. Tuttavia da più parti viene sottolineata la poca precisione dall’appellativo “arabo-normanno”, peraltro utilizzato spesso e con grande enfasi dal sindaco Orlando. Nel mondo accademico si sostiene che la denominazione “siculo-normanno” sia storicamente più corretta. Qual è la sua opinione in proposito? E cosa dovrebbe comportare per Palermo questo importante riconoscimento internazionale, sia in termini identitari che economici?

In effetti gli studiosi parlano ormai di siculo normanno o bizantino normanno. Si è fatto ancora troppo poco per sottolineare l’importanza degli apporti bizantini in Sicilia. Siracusa fu capitale dell’Impero tra il 663 e il 668.
L’enfasi posta su ciò che gli arabi avrebbero introdotto nell’Isola si deve all’opera ideologica di Michele Amari, studioso brillante della dominazione musulmana in Sicilia, chiaramente impregnato dalla retorica massonica e anticlericale del Risorgimento. Altri responsabili dell’attribuzione agli islamici dell’arte del XII secolo sono Ernesto Basile, il geniale architetto dell’epoca dei Florio, e lo storico dell’arte Giuseppe Bellafiore. Peraltro bisognerebbe parlare di arte islamica, perché frutto di influssi bizantini, persiani, indiani, egiziani, maghrebiti, visigoti. Gli arabi non hanno un’arte propria, come non hanno un’agricoltura o un’idraulica o una gastronomia di cui si possano attribuire la paternità. Sono stati come le api, hanno portato in giro il polline fecondo di altre civiltà.
Occorre far conoscere l’unicità del laboratorio normanno. Sotto il primo re di Sicilia, Ruggero II, che era e si sentiva siciliano, inizia la grande stagione creativa che produrrà capolavori unici al mondo. Tra il 1130, anno dell’incoronazione di Ruggero, ed il 1194, anno della morte di Tancredi, ultimo re normanno, in Sicilia vennero realizzate architetture di una bellezza favolosa. I siciliani stessi dovremmo conoscerle meglio. E poi promuovere forme di turismo relazionale attento all’unicità di questo patrimonio e delle intelligenze che lo hanno generato, in parte ancora operanti tra i nostri artigiani. Ma questo richiede una programmazione innovativa ed efficienza nei servizi. Temo che i sindaci di Palermo e Monreale abbiano frainteso l’espressione “itinerario arabo normanno”, perché hanno previsto un solo autobus tra le due città ogni ora e mezza. Pensano forse che i visitatori debbano percorrere a piedi la distanza tra le due cattedrali?
Se riusciremo a far cogliere la continuità tra le grandi opere del nostro passato e le capacità delle maestranze attuali, nei diversi settori dell’artigianato d’eccellenza, produrremo molta ricchezza. Non si tratta soltanto di attrarre a Palermo visitatori da tutto il mondo. È possibile ottenere che comprino i prodotti dei nostri artigiani. Lo dico per esperienza, avendo organizzato iniziative di questo genere nella Monreale School of Arts & Crafts che abbiamo fondato nel 2015.
È necessario insistere sul fatto che le opere d’arte sono nostre. Così come le specie vegetali importate in Sicilia migliorano, anche le espressioni artistiche di altre culture assumono qui connotati siciliani. O meglio assumevano, perché oggigiorno dobbiamo liberarci da alcune forme di provincialismo che mortificano le potenzialità della nostra terra.

Uno dei punti più dibattuti del suo programma è quello relativo alla rigenerazione urbana. Si è spesso scritto che lei vorrebbe «abbattere lo ZEN». In realtà, nel corso di un recente convegno da lei organizzato, dal titolo “Ridisegnare Palermo, capitale ritrovata del Mediterraneo”, è stato presentato il progetto dell’architetto e urbanista Ettore Maria Mazzola – docente all’Università di Notre Dame – che comporterebbe una trasformazione complessiva del quartiere, analogamente a quanto già sperimentato con successo in altre città europee. Come è nato questo impegno per lo “ZEN 2” e come potrebbe cambiare questo sfortunato quartiere, oggi simile ad un ghetto?

Quando ero liceale ho conosciuto alcuni volontari che si occupavano di fare doposcuola ai figli dei proletari dello ZEN 1, quartiere del tutto simile a quelli residenziali. Da allora le condizioni di vita e di lavoro nello ZEN 1 sono migliorate molto. L’architettura non determina meccanicisticamente, di per sé, i comportamenti degli abitanti. Del resto la stessa tipologia di case, costruite con materiali e tecnologie differenti, è più o meno adatta a durare nel tempo e costituire un ambiente idoneo all’armonia della vita sociale.
Detto questo è indubbio che lo ZEN 2, costruito successivamente sulla base di un progetto razionalista che allude all’edilizia elencale del centro storico senza averne la benché minima qualità, è un luogo che favorisce di per sé il degrado sociale. Il fatto che gli appartamenti siano stati occupati abusivamente non c’entra. Le insulae, come vennero chiamati gli isolati dai progettisti, sono gironi infernali per essenza. Tutti uguali, per carità. Rispetto ai gironi non c’è differenza di trattamento per i poveretti che vi alloggiano.
Questi quartieri di edilizia economica e popolare – non solo lo ZEN, anche Scampia a Napoli, il Corviale a Roma, il Gallaratese a Milano, e tanti altri – sono concepiti in modo sbagliato da molti punti di vista. Innanzitutto sono privi di servizi, estremizzando una posizione della Carta d’Atene (il documento sulla città elaborato nel 1933, nel IV Congresso Internazionale di Architettura Moderna), secondo la quale è bene che le funzioni della città siano molto distanti l’una dall’altra. Poi sono destinati solo alle abitazioni dei proletari, di fatto discriminandoli nello stesso tempo in cui si garantisce loro un alloggio. In questo modo si fomenta la rabbia. È come se loro non fossero cittadini di Palermo, vivono in una riserva di cattiva qualità dalla quale debbono per forza uscire per accedere ai servizi di ogni tipo. Provate a parlare con i bambini di questi quartieri dormitorio per rendervene conto.
Il nostro obiettivo è fare una città di città, i quartieri dovrebbero essere belli, avere tutti una forte identità ed essere dotati dei servizi essenziali a poca distanza da casa. Si dovrebbe provare a lasciare vicini il più possibile casa e posto di lavoro. In tal modo peraltro si ridurrebbe moltissimo l’uso dell’auto e il traffico in generale.
La rigenerazione urbana è praticabile in modo più rapido nei quartieri popolari. Non bisogna attendere la redazione di piani urbanistici generali. I terreni e le case sono di proprietà pubblica. E ci sono fondi già disponibili per gli interventi. Si possono sostituire rapidamente le orribili costruzioni esistenti, procedendo per gradi. Dopo avere redatto un progetto che riguardi tutto il quartiere, si costruisce nelle aree libere, vi si trasferiscono i primi abitanti e si abbattono i lotti svuotati. E così via fino alla conclusione dell’operazione. Avendo l’accortezza di fare case per tutti i tipi di popolazione (chi se lo può permettere si comprerà le case nuove costruite accanto a quelle dei proletari), in modo da creare un tessuto sociale integrato. Le città storiche erano così.

Sempre a proposito del “ghetto” dello ZEN, durante il sopracitato convegno, il professore Mazzola ha messo in luce le motivazioni ideologiche insite nel progetto del suo creatore, l’architetto di fama internazionale Vittorio Gregotti. Sembra che nelle intenzioni del progettista vi fosse l’idea di creare un quartiere sostanzialmente “ateistico”, quasi in stile sovietico, che escludesse il sacro dal proprio orizzonte... è corretto? E se è così, si può dire che il progetto di Gregotti abbia avuto successo oppure no?

Vittorio Gregotti è un caso emblematico di intellettuale organico, tipico dell’ultimo dopoguerra in Italia. In tanti, nelle aule di Architettura, abbracciarono il marxismo senza disdegnare gli incarichi del Partito Socialista, soprattutto all’epoca di Craxi. Spesso le teorie incomprensibili dei loro libri servivano a giustificare interventi edilizi ed urbanistici più comprensibili nei paesi del Patto di Varsavia. Hanno imbruttito le nostre città.
Risuonano attuali le parole pronunciate dal card. Wojtyła nel 1976, quando predicò gli esercizi spirituali a Paolo VI e alla Curia Romana: «I pionieri della pastorale del mondo operaio in Francia, come padre Godin (l’autore di Francia, paese di missione?) o padre Michonneau, hanno reso noto nelle loro pubblicazioni che il metodo di scristianizzazione per mezzo della costruzione dei nuovi quartieri senza chiese era già in uso durante la Terza Repubblica. Oggi è in uso in molti paesi. L’uomo andrà in questa direzione, se non si risveglierà in lui, nel cristiano, nella comunità, in un nuovo quartiere, quella coscienza di partecipazione al sacerdozio di Cristo, che viene impresso in ciascuno di noi col battesimo. Allora questi uomini – e non soprattutto noi, sacerdoti e Pastori, ma essi, laici – andranno dalle autorità ed esigeranno con tutta fermezza la chiesa per il nuovo quartiere. La esigeranno in nome dei loro diritti di cittadini, ma soprattutto in nome di quella fondamentale verità sul mondo e sull’uomo che è racchiusa in Cristo, nel sacerdozio, nel tempio di Dio. Senza ciò il quartiere di questo “nuovo mondo” non troverà il suo vero senso e non sarà neanche pienamente “umano”».
Allo ZEN sono state realizzate numerose edicole votive dagli stessi abitanti, oasi un po’ kitsch nel deserto raccapricciante delle orribili insulae. Allo ZEN è stata costruita una chiesa, irriconoscibile come chiesa (questo è tipico dell’architettura degli ultimi cento anni), ma pur sempre adibita a celebrare i sacramenti. Direi proprio che l’intento dei progettisti di cacciare Dio dal quartiere sia fallito, anche se hanno fatto di tutto per farvi imperare il demonio.
Ricordiamo che, se non fosse stato per il card. Ruffini, che si batté energicamente per dotare ogni nuovo quartiere popolare di Palermo di una chiesa, tante aree estese della nostra città oggi non avrebbero nessun centro di aggregazione.
Lavoro da anni insieme al mio collega Guido Santoro al ridisegno della parrocchia del Santo Curato d’Ars, a Falsomiele. Il parroco è molto coraggioso. È convinto che la bellezza della chiesa, mentre essa viene trasformata in una vera chiesa, sia il punto di partenza del riscatto spirituale e materiale di un quartiere di periferia abbandonato dalle istituzioni.

Nel suo lavoro lei si occupa di architettura religiosa. Osservando i suoi progetti architettonici si evince un’attenta ricerca del bello ed un notevole rispetto per i significati liturgici che dovrebbero essere propri di un edificio di culto. Quali sono i suoi principi ispiratori? E inoltre, c’è qualche personaggio del passato che l’ha influenzata particolarmente in termini stilistici?

Quando mi iscrissi ad Architettura, un giovane professore mi consigliò la lettura di Perdita del centro, di Hans Sedlmayr. Fu una svolta, perché quel libro mi dette molti spunti per cercare le radici delle aberrazioni dell’arte contemporanea. Ebbi anche la fortuna di assistere ad una conferenza di Joan Bassegoda i Nonell su Antoni Gaudí. Quella fu proprio una folgorazione, perché il maestro catalano, da allora, è divenuto il mio principale punto di riferimento.
Diceva Bassegoda: «Non copiate Gaudí, guardate piuttosto alla natura, come la guardava lui». Quella che cerco io è un’architettura senza aggettivi, al di fuori e al di sopra del dibattito ottocentesco sugli stili e di quello sui linguaggi dei maestri attuali, molto soggettivi in realtà. La bellezza è sicuramente uno dei miei obiettivi, una bellezza immediata, godibile da chiunque, non il simbolismo intellettualistico e sofisticato dell’architettura contemporanea. Come componente della bellezza cerco un repertorio di simboli comprensibili anche oggi che possa essere tradotto in decorazione, un’altra grande vittima delle avanguardie del Novecento.
Se le chiese contemporanee non sono percepite come chiese cattoliche (di fatto non lo sono), ci sono due responsabili: da un lato la deriva di parte del movimento liturgico, dall’altro l’arte contemporanea. Il cosiddetto “spirito del Concilio” sarebbe il filtro attraverso il quale la Sacrosantum Concilium è stata interpretata per snaturare l’essenza della liturgia e di conseguenza i luoghi della celebrazione. La messa rischia di essere ridotta ad una cenetta festosa, con tanto di canzonette, balli e applausi. Quasi nulla parla del rinnovarsi incruento del Sacrificio del Calvario, di Gesù Cristo perfetto Uomo e perfetto Dio, che patisce, muore e risorge per redimere gli esseri umani. Un mistero che innamora e trasforma la vita. Oggi invece non serve un altare, si allestisce una mensa. Non è un caso che i bambini smettano di andare a messa poco dopo la prima comunione: se ai loro occhi ancora ingenui il fulcro della celebrazione diventa una serie di appelli all’emotività e allo svago, molto meglio giocare alla playstation o partecipare alla movida o andare in discoteca. L’architettura soffre molto di queste deformazioni e gli edifici vengono progettati – quando va bene – come auditorium.
Dall’altra parte ci sono arte e architettura contemporanee, nate ad inizio del Novecento sotto l’influsso esplicito della Società Teosofica. Sono espressione coerente, innovativa, di una super religione che disprezza la materia e vuole spingere gli uomini verso forme di spiritualismo. Nulla di più contrario ai fondamenti della Rivelazione cristiana, che difende la bontà della creazione, ferita dal peccato originale dei progenitori e risanata dal Sangue del Messia. Non si può usare abitualmente per celebrare un tavolo minimalista che abbia come fondale una parete nuda e un soffitto piano di cemento a faccia vista, perché l’arte cattolica è per sua natura bella, universale, figurativa, narrativa. Come non si possono usare il rock e il pop per i canti, che a quel punto non sarebbero più sacri – da questo punto di vista – in quanto scatenano gli istinti o banalizzano la realtà sentimentale invece di elevare l’anima.
Il lavoro da fare per produrre nuovamente arte sacra è immenso. Non si raggiungerà lo scopo se non si interviene su entrambi i fronti descritti.

Talvolta si ha come l’impressione che per molte persone l’odierna arte sacra, piuttosto che un ausilio, costituisca un ostacolo all’incontro con il sacro. Nel 2009 lei ha redatto e promosso un “Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica”. Com’è nata l’idea dell’appello e quali sono le basi a cui esso attinge?

C’eravamo ritrovate più o meno casualmente a parlare di arte sacra parecchie persone preparate in diversi ambiti dello scibile. Era nato da poco il Master in Architettura, Arti Sacre e Liturgia. C’era un Papa con una grandissima sensibilità per la liturgia. Inoltre il passaggio del testimone tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era avvenuto in un anno dedicato all’Eucaristia. Sembrava che fossero maturate le condizioni per chiedere un intervento autorevole del Magistero pontificio su un campo così delicato.
Il dibattito tra i diversi gruppi aveva prodotto un documento che volevamo sottoporre al Papa dopo avere raccolto quante più adesioni tra coloro che avevano a cuore il tema. Firmarono l’appello più di 1.800 persone, di tutto il mondo. A questo punto l’appello venne consegnato a Benedetto XVI corredato dalle firme. Il Papa fece giungere un messaggio di ringraziamento.
La questione è molto complessa. Probabilmente è ancora presto per ottenere delle soluzioni. Non entro nelle questioni teologiche. Mi limito a sottolineare che, anche in questo ambito, serve un ripensamento antropologico. Il pensiero contemporaneo fatica a guardare l’uomo per quello che è. Non sembri esagerato. Se l’essere umano fosse condannato per essenza a inseguire un’emozione dopo l’altra allora avrebbero ragione i promotori del cosiddetto liturtainment (intrattenimento liturgico). La mia esperienza diretta è diversa. Le persone pregano bene quando vengono coinvolte integralmente, con mente, volontà, cuore, passioni, sensi. L’arte autentica può fare moltissimo al servizio del dialogo tra gli uomini e Dio.
D’altro canto bisogna che vescovi e sacerdoti superino un certo complesso di inferiorità nei confronti della “cultura contemporanea”. A volte sembra che considerino il progresso ineluttabile e di per sé buono. Ma Hegel è morto da tempo, dovremmo esserci resi conto che a volte nella storia si fanno notevoli passi avanti, altre volte si regredisce in modo precipitoso. La “cultura contemporanea” e l’arte in particolare hanno un grande bisogno dei fondamenti della Rivelazione cristiana per uscire dall’impasse in cui si trovano, che fa pensare alla corruptio optimi pessima di Gregorio Magno.
Ho avuto la grandissima gioia di parlare di questi argomenti con Benedetto XVI, che mi ha ricevuto in forma privata il 23 settembre del 2015 nel monastero Mater Ecclesiae.

Se lei venisse eletto sindaco di Palermo la città potrebbe contribuire ad un processo di rinascita dell’arte sacra?

Mi piacerebbe che Palermo contribuisse alla rinascita dell’arte in generale. Il 2018 la città sarà capitale italiana della cultura. Si può fare molto, dalla musica all’architettura. Potremmo istituire un Festival internazionale di Musica Jazz, considerato il ruolo che la Sicilia ha avuto nella nascita di questo linguaggio. Potremmo istituire un grande polo museale di Arti Decorative Applicate e un altro di Arte Figurativa Contemporanea. La creatività dei palermitani ha molto da offrire al mondo attuale.
Non penso che in quanto sindaco dovrei occuparmi di arte sacra. Ritengo che il profano ed il sacro vadano opportunamente distinti, così come l’opinabile e il dogmatico. Teniamo presente però che questa città ha un patrimonio immenso di chiese, oratori, monasteri, conventi. La Spagna unificata, dopo la reconquista, investì molto nella presenza di religiosi nei suoi territori. La considerò una forma di garanzia e di collante dell’impero. La corona spagnola, a cui era giunta per passaggi dinastici quella siciliana, dedicò un’attenzione particolare alla nostra Isola, baluardo al centro del Mediterraneo. La percentuale preponderante di architetture religiose rispetto a quelle diocesane, in particolare a Palermo, creò un bel problema nel 1866, quando i beni degli ordini religiosi soppressi vennero confiscati dallo Stato Italiano, peraltro gettando nella miseria i moltissimi lavoratori che se ne occupavano.
Oggi questi immobili sono di proprietà del Fondo Edilizia per il Culto, ente del Ministero degli Interni, che non fa quasi nulla per tutelarli e valorizzarli. Il sindaco di Palermo dovrebbe sollecitare una soluzione a questo problema, che grava in particolare sul centro storico. Tante chiese e monasteri si potrebbero impiegare molto meglio e molto più coerentemente con le loro caratteristiche.
Per l’arte sacra contemporanea il primo cittadino potrebbe promuovere ricerca, manifestazioni, pubblicazioni, per es. nel caso del Festino. I nostri artigiani ne sarebbero sicuramente felici. Ma non sarebbe compito suo in quanto sindaco.

 

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