15 aprile 2017

Un mondo racchiuso tra due grida. Introduzione alla preghiera.

Pubblichiamo un testo tratto dal libro di Serafino Tognetti "Un mondo racchiuso tra due grida. Introduzione allapreghiera".


P.Serafino Tognetti, nato a Bologna nel 1960, è sacerdote monaco della Comunità monastica fondata da don Divo Barsotti. Dopo studi scientifici, si è trasferito a Firenze per gli studi teologici. E’ diventato sacerdote nel 1990 ed è stato il primo successore dello stesso don Divo Barsotti alla guida della Comunità. Ha condotto per diversi anni una trasmissione di spiritualità a Radio Maria ed ha pubblicato alcuni testi, tra cui la prima biografia di don Divo Barsotti, "Divo Barsotti, il sacerdote, il mistico, il padre" (Edizione San Paolo), un profilo sul santo Curato D’Ars, "Ho visto Dio in un uomo" (Edizione Shalom), e ultimamente "La preghiera" (Edizione Parva). Ha predicato corsi di esercizi spirituali in diverse parti di Italia a comunità religiose, sacerdoti, laici. Attualmente vive presso l’eremo “Casa San Sergio” sulle colline di Firenze.

Per ulteriori informazioni:  aurelioporfiri@hotmail.com


Io non ho grandi meriti, certamente Sua eccellenza poteva chiamare persone migliori: l’unica cosa buona che riconosco in me è di aver vissuto 24 anni incollato a don Divo Barsotti, e tutto quello che so l’ho appreso da lui. Tuttora vivo a Firenze nella casa che lui ha fondato, Casa San Sergio; la nostra vita è quella del monachesimo classico, però con un’apertura particolare ai laici affiliati in questa famiglia. Il tema degli esercizi spirituali è: Tracce di vita spirituale sacerdotale, nella linea di don Divo Barsotti. Tratterò quindi di cose risapute, e spero di realizzare quello che diceva Von Balthasar degli scritti di Barsotti: essi rendono una luce nuova a quello che già sappiamo. 

Don Divo Barsotti era un prete diocesano, questo lo avvicina e lo configura anche alla vostra dimensione di sacerdoti secolari. Nato a Palaia provincia di Pisa nelle 1914, entrò in Seminario a 11 anni. Era intelligente e singolarmente profondo per la sua età; pensate che a 14 anni aveva letto tutti i romanzi di Fëdor Dostoevskij e quasi tutta la produzione di Shakespeare. Se ripenso ai miei 14 anni.... penso che a quel tempo non fossi mai andato al di là di Tex Willer. Evidentemente in quegli anni quei romanzi si dovevano leggere quasi di nascosto perché la formazione si praticava su ben altri testi e maestri. Egli stesso confessa questo... e mi incuriosisce pensare a questo “commercio clandestino” di romanzi russi tra i giovani seminaristi.

Questo per dire l’ampiezza e il desiderio di conoscenza che questo ragazzo aveva. Ad un certo punto sentì difficoltà di rimanere in Seminario e fu tentato di uscire, gli piaceva più scrivere poesie e novelle che rimanere nell’ambiente chiuso del Seminario, come se avvertisse una vocazione ad essere scrittore piuttosto che sacerdote. All’età di 16 anni mandò delle sue novelle a Gabriele D’Annunzio, allora molto famoso e rinomato (siamo nel 1928) e fece questo patto segreto con il Signore: “Se D’Annunzio mi risponde, significa che devo fare lo scrittore, se no vuol dire che devo rimanere qui”. Il poeta disdegnò le novelle, non gli rispose e questo fu il segno di Dio. Comunque il giovane scriveva poesie. Mandò una prima raccolta ad una piccola casa editrice della zona, la Carrubba, la quale pubblicò il testo (“La mia prefazione” è il titolo), ed è una raccolta di poesie scritte quando egli aveva 14 anni. Queste non furono altro che schermaglie perché l’impatto vero e l’incontro con il Signore lo ebbe all’età di 19 anni; durante le sacre Quarant’ore nella cattedrale di San Miniato egli ebbe una esperienza di Dio molto profonda.

Abbiamo cercato varie volte di “strappargli il segreto” e farci dire che cosa realmente avvenne, ma tutto quello che ci rivelò fu che “si sentì come posseduto dalla Santissima Trinità”. Da quel momento Dio divenne la realtà vera e ultima della sua esistenza. Scrive nel 1933: “Seguirono anni di ubriachezza di Dio, non potevo distrarmi da lui, Dio mi aveva preso e incatenato, mi aveva fatto prigioniero di sè, in modo che se ancora ci ripenso non so capacitarmi di come io abbia vissuto. Non riuscivo più a dormire, a mangiare. La forza di Dio era veramente travolgente. Sentivo che dovevo vivere solamente per Lui, nulla importava più di Lui, pregavo anche di notte e pregavo anche quando dormivo”.

Si interrogò se non dovesse uscire e fare l’eremita, ma questo desiderio durò poco. Cercò piuttosto di realizzare i desideri immensi dello Spirito rimanendo in Seminario come diocesano. “Non so desiderare la vita in ordine religioso – scrive - voglio che tutto il mondo sia la mia casa e che tutta l’umanità sia la mia famiglia”. La conoscenza di Dio non è in ordine a “fare” di diverso, ma nell’essere qualcosa di diverso.  "Gesù riempie tutta l’anima di tutta la vita, l’anima non può volere più nulla. Andiamo via Gesù, andiamo lontano finché non saremo indisturbati e soli. Tutta la mia vita è questa fuga verso di te, non l’abbandono del mondo per la vita eremitica o la pace di un chiostro, ma è come un sibilo di una freccia che taglia l’aria e si ferma nel bersaglio". Questo linguaggio d’amore ci può sembrare anche un po’ paradossale: “Fuggiamo via io e te Gesù, da soli, lontano”... sembrano espressioni di due giovanotti innamorati; Romeo sotto il balcone di Giulietta: “Scappiamo, andiamo via io e te!” Si capisce: l’amore esige intimità, si vuole essere lontani dagli sguardi del mondo.

Ci domandiamo: è possibile usare queste espressioni nei confronti del Signore? Perché devo andare via lontano, se raggiungo Gesù invece stando fermo davanti a Lui e in Lui? Prendiamo questo come linguaggio giovanile, e trasportiamoci a pochi giorni dalla morte, tanti anni dopo (don Divo morì a 92 anni). Il Cardinale Ennio Antonelli, che presiedette i funerali, durante l’omelia disse una cosa che nemmeno io sapevo: quando andò a trovare Don Divo Barsotti ormai prossimo alla morte, il vecchio padre gli fece questa confidenza: “Gesù non è amato nemmeno dai suoi”, e mentre diceva questo, due lacrime gli uscivano dagli occhi.

 A vent’anni il tono dell’amore è impetuoso: “Scappiamo via, Gesù, io e te, sul cavallo bianco”; a 92 anni il tono dell’amore è dolente, commosso: “il nostro Gesù non è amato...” Ma è sempre amore, veemente nel giovane, pacato, intimo, profondo nel vecchio. La vita di questo padre don Divo Barsotti si situa, si ingloba in un’unica esperienza di amor al Cristo. Barsotti disse più volte che doveva il suo risveglio alla vita cristiana a uno scrittore ortodosso, Fëdor Dostoevskij. Quando egli lesse l’ultima pagina de “I fratelli Karamazov” rimase colpito dal gesto del Alioscia Karamazov, che doveva diventare monaco, ma che uscì dal monastero. Egli esce dal monastero e bacia la terra – tipico gesto dello spirito russo – come a significare che il monastero sarebbe stato, da quel momento in poi, il mondo. 

Nel leggere questa pagina, intendendo mondo non nel senso giovanneo ostile a Cristo, ma come creazione, egli capì che il senso della sua vocazione era la divinizzazione del cosmo, in Cristo, ossia la sua purificazione, vivendo nel mondo come segno e sacramento di Dio, “pura condizione” alla sua presenza”. Leggendo questa pagina egli intuisce che il suo vero luogo, pur essendo prete diocesano, non è la parrocchia, non è il monastero, ma è il mondo. E per questo sente di essere uno con tutta la creazione, da portare a Dio attraverso la Messa e la preghiera, per “salvarla” in Cristo e nel suo unico Sacrificio.  

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