03 maggio 2017

E' tornato don Camillo/4. La forza del Crocefisso

di Samuele Pinna

Era una roba vecchia, una vicenda di quando era ancora in paese. Ci sono delle cose per cui, anche se prendi e te ne vai in un altro luogo, quelle ti si appiccicano e vengono via con te. E così è il caso della Cesarina. La Cesarina, avanti parecchio con l’età, finché ha potuto era sempre presente alla Santa Messa e praticamente non è più venuta solo quando l’hanno ricoverata.

Era successo qualche anno prima, quando si era sentita male, e portata all'ospedale si accorsero che mancava soltanto un prete per darle l’ultimo conforto. Lei, però, voleva don Camillo redivivo e nessun altro. Appena saputo il fatto don Augusto uscì dalla canonica in tutta fretta e si fece scortare al suo capezzale. Appena vide il prete dalla sana e robusta costituzione la Cesarina si illuminò, nonostante la triste situazione.

E lui le parlò amabilmente, la confessò e la unse con l’olio degli infermi, le amministrò il viatico e prima di andare via le consegnò il Crocefisso. Era il suo Crocefisso, appartenuto alla Cesarina da anni annorum: lo teneva in casa nella sua camera e precisamente sul comodino. Quando lo ebbe tra le mani lo baciò con devozione e ringraziò il pretone con un sorriso da sciogliere un tocco grosso di ghiaccio in una cella frigorifera.
 «Ora posso morire tranquilla», sospirò la Cesarina, «deve sapere, ma gliel’ho già raccontato Reverendo, quando ho fatto quella brutta operazione, alla fine sentii freddo in sala operatoria, ero mezza immobilizzata, la stanza buia, poi una luce e apparve Lui, bellissimo, tanto bello che non si può descrivere, e mi rincuorò. Lui è sempre con me, il mio amato Signore».
 «Sì, me lo avete già raccontato», rispose don Augusto con un dolce sorriso e una carezza che riuscì a essere per una volta davvero tale e solo perché il viso che la riceveva era quello della Cesarina.
 «È vero», riprese l’altra con la grinta delle donne di fede, per poi sciogliersi in una allegra risata e stringendosi il Crocefisso al petto, «Lui è sempre con me. Sempre!».

Fu così che il Signore predispose che per la Cesarina non era ancora giunto il tempo di morire e i dottori furono strabiliati della sua ripresa, difficilmente pronosticabile. I parenti dettero il merito all’olio santo ricevuto con rara fede e don Augusto si schermì, non avendo problemi a credere ai miracoli. Dopo qualche anno, quando ormai don Camillo redivivo era oramai via dal paese, fu avvisato che la salute della Cesarina scemava a poco a poco e così il prete di città corse al ricovero dove era ospitata. La cercò tra i molti ammalati della clinica, ma lei era coricata a letto. Sonnecchiava, ma appena ebbe riconosciuto il sacerdote si illuminò.
 «Questo è il regalo più bello!», esclamò ad alta voce con tutto il fiato che aveva in corpo. Alle domande scontate sulla salute, la vecchina rimase meditabonda. «Sono vecchia», disse con grinta, «tanto vecchia e non so perché il Signore non mi prenda con sé, ma non sto male: il fisico è a pezzi, ma lo spirito è forte! Sì, sono piena di dolori, a volte li sopporto a fatica, mi manca il fiato, ma non mi lamento. È Lui che mi dà la forza, il mio Signore».

Trasse fuori quel Crocefisso senza età e lo baciò con devozione. «È Lui, non io!», riprese con serietà, «Lo aspetto, quando vorrà. Io sono pronta e sono stanca di vivere e di dare noia a tante persone che si prendono cura di me».

Allora don Augusto le spiegò che il suo essere lì era per un compito importante: poteva pregare per i bambini che venivano alla luce, in quel sconclusionato mondo che anche la Cesarina non capiva più, perché troppo trapassato da inutili violenze e cattiverie di ogni sorta. Il prete gli suggerì, poi, come i suoi cari, i figli e nipoti in primis, sarebbero stati tristi della sua dipartita: lei era davvero un dono per tutti.
«Sì, tutti mi vogliono bene», confermò quasi assorta la Cesarina.
 «Certo, perché voi portate Gesù Cristo e la sua Croce».
 «Sì è vero», rispose lei facendosi improvvisamente seria e con uno sguardo estatico, quasi mistico, «È vero: Lui mi dà la forza di sopportare la Croce e di portare la Sua gioia a tutti. Lui mi vuole bene, ma perché me ne voglia così tanto non lo so. Sono davvero fortunata. Non c’è nulla di più bello di una vita con il Signore, una vita con Lui vicino, qui nel profondo del cuore. Tutto cambia, tutto diventa gioia e allora Lui ti aiuta a portare anche le fatiche, il dolore».
Rimase qualche istante in silenzio, poi si riebbe e fece un grande sorriso. «Ma ora Reverendo lei deve andare», riprese, «ha tante cose importanti da fare. Che gioia che è venuto a trovarmi! Che regalo!».

E così don Augusto si congedò, dopo un Pater, un Ave Maria e la benedizione. E quando uscì aveva un magone grosso grosso, ma anche una gioia particolare, quasi impalpabile eppure molto reale, decisamente soprannaturale. Nonostante le preoccupazioni e il piano clinico critico, il buon Dio decise che era ancora presto per chiamare la Cesarina nel regno eterno e il pretone poté andare a salutarla in più occasioni. In lei poté vedere sempre una grande fede, semplice se si vuole, ma capace di spostare le montagne. Una persona umile eppure granitica nelle sue convinzioni, perché non sue ma ricevute in dono dall’alto, che non necessitavano pertanto di grandi sofismi per essere accettate e dove bastava nutrirsi di genuina preghiera per sentire nel cuore le risposte vere e necessarie per andare avanti. “Ecco chi sono coloro che salveranno questo pazzo mondo”, pensò tra sé e sé il sacerdote di città.

E già. Saranno quelle persone non sciocche, ma semplici o se vogliamo piccole e insieme grandi, come ricorda il Vangelo, che non si fanno prendere dal demonio moderno che trasforma vizi in virtù e che idolatra ogni stupida novità. Quelle persone che non buttano via le tradizioni, anzi le coltivano, perché sanno che non si può arrivare da nessuna parte senza sapere da dove si è partiti. Quelle persone che amano la vita perché sanno che li attende la morte, la quale non è la fine di tutto, ma un passaggio per giungere a qualcosa di più maestoso e inimmaginabile anche per le menti più fervide e le fantasie più accese. Quelle persone che non confondono il bene con il male né la terra col cielo, sicuri della sua esistenza perché l’ha proclamato nostro Signore che un Paradiso ci attende e che siccome saremo giudicati sulla carità ogni azione ha un valore e soprattutto un senso. Quelle persone che danno un nome al dolore e lo chiamano Croce e lo vedono riflesso in quel Crocefisso che possiedono da anni annorum, che baciano con devozione e che stringono al petto.

Don Augusto sorrise pieno di gioia: avere una persona così che prega per te copre una moltitudine di tuoi peccati. “Anch’io sono fortunato”, disse a se stesso il pretone di città, “grazie Signore!”. E sospirando una lacrima gli bagnò la guancia.  

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