10 maggio 2017

E' tornato don Camillo/5. Benedetto

di Samuele Pinna
Quando suonò il campanello non pensò che dall’altra parte ci potesse essere lui e se inizialmente era rimasto di stucco, subito capì che era successo qualcosa di grave perché mai sarebbe venuto dal paese solo per un saluto.

L’Amedeo Birocci era un omaccio vicino all’ottantina, ma con la forza di un reggimento di giovani messi insieme e ancora dinamico da far paura. E la paura ti veniva quando sorretto da un bicchiere di troppo gli schiacciavi un callo, perché l’Amedeo diventava una furia, avendo la lucidità e soprattutto la forza di un bufalo. Ma il Birocci era anche un buon cattolico, che davanti a un prete toglieva il cappello e attivava la materia grigia, evitando di fare sciocchezze più grosse del necessario. «Reverendo, mi scuso se vengo a importunarvi», aveva esordito con il suo italiano approssimativo, «ma c’è in ballo una cosa spinosa e solo voi potete aiutarmi e impedire che faccia una stupidaggine».
«Adesso calmati, Amedeo e dimmi tutto daccapo perché possa capire», ripose gentile don Augusto, che intanto versò all’ospite un bicchiere di vino rosso, di quello buono.
«Si tratta della mia nipote Samantha, la figlia della mia Isa e di Giovanni, il balordo del suo marito: è rimasta incinta».
«Bene, i figli sono una benedizione!», rispose il prete, che finì nel frattempo di riempire il bicchiere.
«Sì, ma ha diciassette anni!», esclamò l’altro.
«Capisco la stupidaggine, ma ormai è fatta».
«Sì, ma vogliono che abortisca!».
«Cosa?!», urlò don Augusto che si tracannò tutto d’un fiato il vino dell’ospite.
«Per questo sono qui, Reverendo, rischio di fare una stupidaggine io, se lei non mi aiuta».
«Anch’io, andiamo!».

L’Amedeo Birocci era venuto col camioncino di famiglia e in men che non si dica don Camillo redivivo si ritrovò al paese, in via De Gasperi, 47. Entrati in casa si trovarono il resto della famiglia ad attenderli, tutti lì in salotto.
«Ci mancava il prete», urlò Mirko, il fantomatico “fidanzato” della Samantha, la quale piangeva seduta al tavolo come una disperata.
«Via tutti», disse autoritario don Augusto, «voglio parlare con la ragazza».
«E per quale motivo, prete? Non c’è bisogno di parlare con nessuno, come è venuto se ne può anche andare», intervenne con malgarbo Mirko, che evidentemente non conosceva le buone maniere e soprattutto le buone maniere del pretone di città.
«Io parlo con chi voglio», rispose duro il sacerdote, «e sono qui per mettere ordine a una situazione che la vostra irresponsabilità ha generato. E se non avessi fretta ti insegnerei un poco di buona creanza».
A volte, però, si giunge persino a rifiutare l’invito di un galantuomo e così quel giovanotto non solo disse parole più grosse di lui, ma gli partì anche una bestemmia. A quel punto don Augusto ingranò la marcia e fece una veloce lezione di galateo. Gli si impiantò davanti con le braccia sui i fianchi, la mascella tirata e le sopracciglia corrucciate.
Quando chiese al ragazzo di ripetere se avesse avuto il coraggio, l’Amedeo rise dall’altra parte della stanza e bevve divertito il bicchiere di vino che si era riempito. Sapeva che il ragazzo avrebbe fatto il bulletto, ma ancor di più intuiva il finale. Così don Camillo redivivo gli mollò una cinquina che disorientò il giovinastro e gli rifilò un pugno alla Bud Spencer che lo stese come uno stoccafisso. A quel punto Samantha iniziò a singhiozzare e il balordo del Giovanni prese l’improbabile genero e lo scaraventò sul divano.

«E ora fatemi parlare con la ragazza», chiese di nuovo, «e se qualcuno non è d’accordo...». Ma intervenne l’Amedeo e disse per tutti che non solo erano d’accordo ma che lo avevano chiamato apposta per quel motivo.
Quando furono lasciati soli, don Augusto con dolcezza si avvicinò alla ragazza e accarezzandola sulla testa, le domandò di spiegarle bene la questione.
«Sono incinta, Reverendo ed è stato Mirko a ingravidarmi. Una sera in cui eravamo annoiati abbiamo ecceduto nell’alcool, poi sa una canna e poi due e alla fine ecco il risultato».
«Non so», rispose calmo il prete, «ma capite che state aggiungendo una stupidaggine a una serie di stupidaggini».
«Sì, lo comprendo. All’inizio anch’io ero dell’idea di non tenere il bambino, quel Mirko lì non so se lo amo davvero e poi sono così giovane. Ne ho parlato con i miei genitori e anche loro erano del parere di disfarmene, forse si vergognano di avere una figlia come me. E le ripeto: anch’io ne ero convinta. “Non sei pronta a cambiare vita, troppe responsabilità, troppe fatiche”, mi ripetevo. Ma poi, ma poi non so cosa mi sia successo. È come se lo sentissi, se sentissi dentro di me la vita che cresce, la percepisco e guardo al miracolo. E poi Dio, maledizione! E maledizione a voi! Mi sono ricordato di quello che ci insegnavate, pure lei Reverendo, che la vita è sacra, che non abbiamo il potere di dare la vita e la morte, che la vita è un miracolo. E mi sono venute in mente le parole della mia catechista: la vita è un dono. E allora ho capito che Dio, quel Dio di cui fino a poco prima ero indifferente, aveva usato me per un miracolo. Ho capito che non si può essere felici quando si è annoiati, ma quando hai un dono sì, anche se quel dono non l’hai chiesto né voluto. Come è capitato a me! Eppure mi sta cambiando, anzi mi ha cambiato la vita. No, io non posso abortire...».
«... e non abortirai», concluse don Augusto che la strinse in un abbraccio mentre l’altra riprendeva a singhiozzare senza sosta.
«Stai tranquilla... ora sistemo io tutto... va’ in camera tua e fammi parlare con i tuoi genitori».

E detto ciò innestò di nuovo la marcia e si trovò davanti a quel balordo di Giovanni, alla sua donna e, sempre seduto in disparte, all’Amedeo che se la rideva alla grossa.
«Pazzi maledetti», iniziò il sermone, «non solo non siete riusciti a tirar su bene una figlia, neppure quando un povero prete come me vi aveva messo sul chi-va-là, ma davanti a una sua azione irresponsabile ne fate un’altra ancora più grave. Se quella ragazza abortisce è scomunicata insieme a voi, rinnegati! E invece la ragazza senza valori ha più senno dei suoi genitori e quando capisce che non si può zittire quello che è iscritto nel profondo dell’animo, voi che fate? Cercate di persuaderla!».
«Reverendo, pensi allo scandalo», disse la Isa mortificata.
«Dovevate pensarci prima!» ribatté furente don Augusto, «L’avete tirata su come una bestia di istinti e bisogni e adesso vi preoccupate! Quello è il vero scandalo!».
«Lasciamo da parte la morale, Reverendo, io mi preoccupo dei soldi, cosa costerà mantenere questo figlio?».
«Cosa?», urlò il prete che si fece minaccioso, facendo indietreggiare quel balordo del Giovanni, «Cosa? Come osate pensare a metter in mezzo i quattrini in questa faccenda? Siete dei disgraziati e bestemmiatori».
«Sui soldi», intervenne l’Amedeo, «li metto io, fino all’ultimo centesimo! Basta che quel bambino nasca».
«Capito!», riprese il reverendo, «Vi rendete almeno conto che l’aborto significa ammazzare una creatura innocente. Una creaturina indifesa che non ha chiesto nulla e di cui, nelle strabilianti scelte discusse oggi da voi, nessuno ha tenuto conto! Una creaturina indifesa che vostra figlia desidera più di ogni altra, perché da bestia che era, per come l’avete tirata su, finalmente si è accorta di essere donna!».
«Fate in fretta a parlare, voi che non avete figli», rispose il Giovanni.
«Non si parla mai abbastanza davanti a un omicidio! Io sono qui a dirvi tutta l’indignazione necessaria e la vergogna per quello che state compiendo! Mettetevelo nella zucca: se quella ragazza abortisce per causa vostra, siete responsabili di quell’assassinio. Davanti alla legge potete anche star tranquilli, ma dinnanzi al tribunale di Dio e alla vostra coscienza quell’onta rimarrà in eterno».
A quel punto, l’Amedeo Birocci si alzò e si passò una mano sulla testa lucida come una boccia da biliardo, se non fosse per una strisciolina di capelli che partiva da una orecchia e passando per la nuca arrivava all’altra.
«Giovanni», disse in modo grave, «ho chiamato don Augusto per farti capire le cose come stanno. Io non sarei riuscito a dirtele con la calma del Reverendo. Sei un balordo e lo so, ma non mi sono mai immischiato nella vita di mia figlia e nelle sue scelte, neppure quando ha deciso di sposare uno come te. E non mi sento di dire molto anche in questa occasione, ma se non ascolti il Reverendo e non sostieni tua figlia nel far nascere il bambino, io richiamo qui don Augusto e insieme ti apriamo la zucca per vedere cosa ci sta dentro e, una volta scoperto, l’unico assassinio lo faccio io».
Il discorsetto dell’Amedeo fu convincente, nonostante si incespicò sulla parola “assassinio”, del resto c’erano troppe “esse” da dire tutte insieme.

Dopo mesi, poco meno di nove per l’esattezza, l’Amedeo Birocci si rifece vivo da don Augusto spiegandogli che tutto si era sistemato per il meglio: la Isa lo ringraziava tanto, il Giovanni rimaneva un balordo, ma almeno riusciva a comprendere i momenti in cui tacere, la Samantha era letteralmente al settimo cielo.
«E, Reverendo, quel porco del Mirko se ne è andato via, non voleva assumersi la responsabilità, ma meglio così, la mia nipote non l’amava e lui era proprio un cretino. L’ho trovato ancora che trattava male Samantha».
«E tu che hai fatto?».
«Semplice», rispose toccandosi le nocche delle mani, «quello che, urbietorbi, mi ha insegnato lei: gli ho dato modo di riposare per un po’ sul divano e schiarirsi le idee».
«Non c’è che dire», concluse don Camillo redivivo, alzando le mani e lo sguardo al cielo, «i figli sono sempre una benedizione».
«Già», gli fece eco l’altro, prima di tracannare un buon bicchiere di rosso, «lo si è chiamato appunto Benedetto».  

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