17 maggio 2017

E' tornato don Camillo/6. Come una cristiana

di Samuele Pinna
 
La Gisella era milanese in generationem et generationem. Nonostante ciò la sua vita fu misera. Certo lei era un cingolato quattro per quattro inarrestabile: non troppo alta di statura e grassa in ogni parte appariva come un armadietto a tre ante. Era una lavoratrice indomita, come tutto il suo popolo, anche se si era specializzata nella lingua: un profluvio di parole vivente. Non diceva cattiverie ma cose inutili e per buttar fuori un concetto dalla bocca ci metteva un’eternità.

Disgraziata com’era, rimase in fretta vedova, quando ancora era giovane, ma aveva già perso la sua avvenenza. Del resto, per lavorare si doveva pur rimanere in forze e mangiare il “giusto”. Il discorso filava tranne sul concetto di “giusto”, che corrispondeva all’uso comune di “abnorme”. Però la Gisella si dava da fare come una matta, anche per crescere il figlio. Quando, tuttavia, uno è disgraziato, non c’è niente fare, è proprio disgraziato e sembra che tutte le disgrazie si diano appuntamento disgraziatamente in casa sua.

E così quel figlio tirato su con la giusta severità milanese invece che crescere bello dritto, venne su più storto di una pianta ricurva. E la Gisella era disperata, oltre che disgraziata. Il figlio era all’apparenza normale, aveva cioè un buon posto di lavoro, che in milanese significa “sussistenza”, ma due vizi grossi come una casa: una ingordigia pantagruelica e un rancore verso la madre e le donne in genere. Se si aggiunge l’uso costante di droghe e una vita sregolata anche nel bere, il gioco è fatto: al lavoro un santerello e nel focolare domestico una belva vigliacca. E la povera Gisella ormai sulla settantina doveva ancora andare a spaccarsi la schiena perché quella bestia di suo figlio era capace di svuotare il frigorifero per fare uno spuntino.

Se poi si sommano gli investimenti sbagliati, l’affitto e le varie fregature che una disgraziata come la Gisella poteva trovarsi rifilate, ecco che il quadro clinico è finalmente completo e disastroso. In tutte queste disgrazie, però, la Gisella aveva un arma potente dalla sua: credeva sinceramente e convintamente in Dio. Non era una di quei cristiani dalla fede fai-da-te. No, lei era conscia dei doveri da buona cattolica. Soltanto, a volte si giustificava, come tutti, e non lottava contro, non dico i suoi difetti, ma i peccati grossi grossi, che invece ingrassava lautamente.

Se poi teniamo conto della sua logorrea il pasticcio era sfornato: siamo sempre a quella porcheria della grammatica, che a furia di parlare si riesce a far diventare il bianco nero e il nero bianco. La Gisella non aveva amiche, perché non aveva tempo, i soldi mancavano sempre e l’unico modo era lavorare e lavorare e quando finiva la giornata stanca morta l’unico suo amico era il letto. Le sue conoscenze, poi, erano le pie donne della Santa Messa serale, ma oramai la Gisella non riusciva più ad andarci, né in settimana né alla domenica. E allora ogni tanto entrava in chiesa e si andava a confessare dal nostro pretone, buttando fuori con uso eccessivo di parole tutti i suoi peccati e le disgrazie.

Questa routine andò avanti del tempo fino a quando le capitò il fatto di quella brutta malattia. Per farla breve, un giorno nello stomaco, o giù di lì, alla Gisella trovarono un polipo che sembrava una piovra ed era pertanto necessaria un’operazione per asportare la massa indesiderata. Ma la Gisella, vaccadiunboia, non si era, disgraziata com’era, messa a letto da una settimana per i dolori lancinanti. Il giorno dell’operazione il figlio andò a lavoro come sempre, dimenticandosi della madre, la quale disperata non sapeva come arrivare in ospedale e allora chiamò il suo confessore, il quale a sua volta telefonò a un taxi. Una volta in ospedale con la tranquillità di un carrarmato pronto a fare fuoco, mediante parole pacate e ispirate al Vangelo il redivivo don Camillo spiegò al figlio della Gisella che se non si fosse immediatamente presentato in ospedale gli avrebbe polverizzato il sedere a suon di calci.
Il figlio arrivò trafelato e l’operazione per una volta andò bene. Senonché la Gisella non uscì dal ricovero, perché nel frattempo erano venute a galla altre complicazioni frutto di trascuratezza di anni. Il tempo passava via veloce in ospedale tra controlli su controlli, fintantoché, povera disgraziata, la complicazione fu definitiva e così chiamarono don Augusto per raccomandare l’anima della Gisella al buon Dio.

Quando giunse nella stanza lo spettacolo era triste, a dir poco. La povera Gisella tutta intubata stava lì con gli occhi semi chiusi, la bocca spalancata nel tentativo folle di far entrare e uscire l’aria in modo regolare. Don Augusto si avvicinò salutandola con dolcezza, poi un’infermiera dai tratti gentili consigliò che forse era il momento di darle l’unzione, in questo caso, estrema, come la Gisella avrebbe tanto desiderato. Essendo molto discreta e di poche parole tutto il reparto sapeva la sua vita, morte e miracoli.

Guardandola così agonizzante, don Camillo redivivo comprese che il momento non era soltanto delicato, ma anche serio. Chiese del figlio, ma l’infermiera dai modi garbati fece spallucce e confermò che il tempo era poco e non avrebbe avuto senso aspettare chicchessia. E così con solennità e dignità, alla presenza di una sconosciuta infermiera, senza il figlio che pure quel giorno aveva preferito lavorare piuttosto che stare al capezzale della madre, don Augusto amministrò il sacramento dell’unzione degli infermi e le parve, per un attimo, che la piccola stanza si fosse riempita di angeli che cantavano, con le loro voci melodiose, inni stupendi a Dio per l’anima della povera Gisella.

Non più disgraziata, perché sorretta dalla grazia, non più disperata perché poteva vedere, e che spettacolo immaginò don Augusto, la speranza farsi realtà. «Neppure un cane muore così sola!», esclamò con rabbia la commossa infermiera. «Sola?», rispose il prete, «No, non è morta sola: oltre a noi, gli angeli del cielo si sono dati qui appuntamento e credo che abbiano condotto la nostra sorella in Paradiso. E poi abbiamo radunato intorno al suo letto la Trinità intera. Non sola né come un cane, ma come una cristiana, con l’ultimo e, in fondo, unico conforto necessario».

Forse la Gisella aveva vissuto piena di disgrazie, disperata per una vita che le si ritorse contro violenta a causa di un destino beffardo, che non esiste, e per i suoi errori grossolani. Forse, nonostante i suoi sbagli, il figlio era ancora più disgraziato di lei. Forse le mancò un po’ di coraggio, che difetta soprattutto a chi si spacca la schiena da mane a sera per un tozzo di pane. Forse la vita di città disintegra quei rapporti amicali che rendon piacevole la vita e sicuramente la sua verbosità non la rendeva amabile. Forse.

Quel che è sicuro è che morì da cristiana. E per una volta la Gisella fu servita e non servì: non dagli uomini, ma dagli angeli di Dio, convocati dalla gentilezza di una dolce infermiera e da un povero prete chiamato a vivere con serietà e gioia la sua missione. “Essere serviti dagli angeli e portati dinnanzi alla maestà di Dio…”, ripensò a un certo punto don Augusto, “per un milanese ciò significa essere davvero dei gran signori. E la Gisella è morta allora da vera sciüra, perché nella sua povertà materiale era ricca di te, Signore. Accogli, ti prego, la sua anima qui sulla terra tanto disgraziata e ora ripiena del tuo amore".

E al don Camillo redivivo, quasi fosse portato dalla fredda corrente, in un giorno in cui faceva un freddo vigliacco, parve sentire un tenue “Amen”, che si dissolse veloce in una folata di vento.  

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