24 maggio 2017

E' tornato don Camillo/7. Note stonate

di Samuele Pinna
 
“Paese che vai e usanza che trovi” e anche “ogni sacrestia ha la sua liturgia”. Detti popolari con qualche saggia verità di sottofondo. La Liturgia per quel prete dai modi rudi e dal cuore grande era un affare terribilmente serio. Si poteva chiudere anche un occhio e un orecchio a qualche involontaria bestemmia, ma sulla Liturgia niente sconti. Perché il rito, per quel pretone là, era come un contenitore bellissimo, austero e insieme atto a contenere in modo degno un dono meraviglioso. E allora la Liturgia, contenitore, doveva essere la via comoda per raggiungere Dio, contenuto. Mistero. Non c’erano altre parole per descriverla. Un Mistero grandioso che oltrepassa la ragione, ma non per umiliarla, bensì per tirarla su di giri al massimo consentito. Un magnum Mysterium, per dirla alla san Paolo, che permette il contatto soprannaturale col divino, una sorta di trasfusione spirituale in cui si trova un anticipo di Paradiso. Pertanto, la Liturgia era uno stramaledetto affare serio: come una composizione di Bach o di Mozart così sublime che l’aggiunta o la variazione di una sola nota o, persino, di una pausa renderebbe tutto inevitabilmente stonato. Bisognava fidarsi dello spartito e interpretarlo, senza modifica alcuna, nel migliore dei modi.

Ma “se ogni sacrestia ha la sua liturgia” gioco forza che di stecche quel povero prete là era costretto a sentirle suo malgrado. Da giovane sacerdote aveva lottato con tenacia contro i mulini a vento della scelleratezza liturgica, ma quando si accorse di essere praticamente solo, abbandonato anche dal fido Sancho Panza, allora cedette le armi e ingoiò bocconi amari. Soprattutto nella città. Non voleva inquietarsi, non desiderava per nulla litigare. Eppure si inquietò e litigò.
Malauguratamente lo invitarono nella Parrocchia vicino a dire una Santa Messa dei ragazzi, perché il pretino era caduto a letto ammalato. Entrato in chiesa sobbalzò, pensando di essere entrato in uno stadio, visto gli urli e il caos che regnava.



“Mancano solo gli striscioni”, disse borbottando tra sé e sé, ma ecco che sull’altare campeggiava un orrendo cartellone che strideva con la delicata architettura della chiesa romanica.
“Come non detto”, concluse, segnandosi e inginocchiandosi dinnanzi al Santissimo Sacramento.
Dopo un rapido passaggio in sacrestia, si recò sull’altare maggiore e lì si imbatté nella classica direttrice di coro della Messa dei ragazzi. Il coro in questione era quello delle chitarre e la classica direttrice era la solita “giovane”, di anni cinquanta, vestita da ventenne e accaldata come una quindicenne: col freddo porco che faceva in quella chiesa, lei girava con un maglioncino improbabile e leggerissimo. A chi poteva obiettare il leggero vestiario avrebbe però fatto notare la sciarpa simil bandiera della pace, nella fattura e nella ideologia, che teneva tanto caldo.

La direttrice del coretto dei ragazzi, questo il suo nome usuale, si presenta sempre sorridente e ilare. Si presenta, appunto, poi si conosce e inizi a dubitare della scienza: perché quella lì non invecchia mai nei modi, mettendo nella zucca un po’ di saggezza, e sembra sempre nella fase lunare. Aperta al dialogo a una sola condizione: mai contraddirla, altrimenti diventa isterica come una pazza.
Quando il pretone la incrociò la salutò con gentilezza, anche se la pressione stava a poco a poco montando visto il caos nel tempio sacro di Dio. Mentre risistemava l’altare una ragazzetta andò a salutarlo e gli disse i canti che avrebbero suonato durante la celebrazione.

“Almeno sono gentili e sanno che il Presidente della celebrazione è il direttore d’orchestra della Liturgia e che deve dirigere anche la direttrice del coro”, pensò tra sé e sé. Ma appena ebbe sentito qual era l’Alleluia e il Santo proposti, don Augusto divenne serio e accigliato. Rispose alla dolce ragazzina di dire alla direttrice del coro di cambiare quei due canti. Ritornato gentile, la ringraziò e dopo averla salutata tornò in sacrestia per indossare i paramenti.
Non fece in tempo a vestirsi completamente che la direttrice del coretto entrò in sacrestia come un ciclone transatlantico, riempiendo di parole il povero prete. Lo definì retrogrado, pieno di sé, maleducato e incapace di rendersi conto di chi con tanta dovizia si prestava per un servizio.
«Ma chi si crede di essere? E soprattutto chi l’ha mandata?», concluse la guerrafondaia rivestita con la bandiera della pace.
Don Augusto inizialmente rimase fermo come un sasso dinnanzi a quella scena che non si aspettava minimamente, poi si riscosse.
«Scusi, ma perché dirmi i canti, se tanto non avevo voce in capitolo?», disse con logica impeccabile, «Comunque se vuol dire Messa lei, io me ne vado».
«No, no», si sentì rispondere, «purtroppo noi donne non possiamo per questa chiesa medievale. Lei doveva solo confermare, ma troppo difficile per un presbitero retrogrado come lei».

Di là dal fatto che presbitero significa anziano, don Camillo redivivo avrebbe potuto a quelle parole disintegrare la giovinastra direttrice di coro. La pressione, si sa, sale e arriva a un punto in cui il danno è fatto e così il pretone divenne una furia, ma si limitò: anche se non pareva proprio una donna quella davanti a sé lo era nei fatti e una donna non si tocca neppure con un fiore. L’idea di uno sganassone passò subito di mente al saggio sacerdote così come buttar lì un discorsetto logico. Non c’è purtroppo un briciolo di logica in chi riveste i propri occhi di ideologia: inutile dire, pertanto, che il canto è a servizio della Liturgia e non viceversa oppure che la chitarra suonata a grattugia oltre a essere suonata male non può sostenere il canto di innumerevoli persone.

L’organo, lo strumento eletto per la Liturgia (così come il canto gregoriano, pur non disdegnando altre forme), è quello scelto dalla Chiesa. Don Camillo redivivo si ricordò di aver letto a proposito in un articolo di uno psichiatra che il gregoriano era una delle forme di canto che i bambini apprendevano più velocemente, rispetto alle canzonette sincopate che toglievano il fiato a chiunque, a motivo pure degli attacchi e delle pause approssimative. Non stette neppure a spiegare che mettersi a servizio significava proprio mettersi a servizio e non invece spadroneggiare. Aveva troppa paura della questione della grammatica per spingersi così oltre. Avrebbe, però, voluto sottolineare che il “piacere” assurto a criterio ultimo non era da usare nelle scelte liturgiche. Il rito sacro non doveva essere, poi, usato per dimostrare l’avanzamento sociale: si era a servizio di Dio, non ci si serviva di Dio per primeggiare.
Voleva precisarlo, ma si trattenne e non volle neanche dire che un direttore di coro doveva studiare, oltre la musica, la Liturgia e le sue norme, anche se i preti intorno erano ignoranti in materia. Pervertire il rito, anche in una piccola cosa, significava dunque in qualche modo affermare che si era più importanti di chiunque, Papa e Vescovo diocesano compresi. In fondo chi agiva in questo modo si percepiva come la Verità incarnata, sciolta da ogni riferimento: infatti se una cosa non si poteva fare, come quell’Alleluia e quel Santo, ma si eseguivano lo stesso voleva dire che il Capo della Liturgia non era più la Chiesa ma il proprio io (in)cosciente.

Don Augusto, però, si trattenne e non disse nulla, perché immaginava che sarebbe stato solo fiato sprecato.
«Davanti alla sua umiltà, posso solo tacere», rispose serio, «E ora che le ho ribadito che quei canti non dovranno essere eseguiti in questa celebrazione altrimenti sarò costretto a fare tutta l’omelia sul perché quell’Alleluia e quel Santo non andrebbero cantati a Messa, le chiedo di tornare al suo posto. Non vorrei infatti trasformarmi in un prete medioevale e mandarla al suo scranno con una pedata nel sedere».

Notando la tranquillità minacciosa del pretone e ricordando alcune strane voci sul suo conto, a denti stretti la direttrice del coro dei ragazzi e delle chitarre scordate e usate come grattugie tornò al suo posto.
La Messa fu un cinema di confusione e distrazione, ma don Augusto fece la sua brava figura soprattutto nell’omelia: quel prete lì sapeva scaldarti il cuore quando si impegnava e in quel momento era tanto su di giri che appariva ispirato.
Al momento dell’elevazione fissò il suo sguardo nell’ostia consacrata. “Perdonatemi Signore”, sussurrò, “sono un sacerdote indegno”.

Nel cuore c’era tutta la sofferenza davanti a celebrazioni così sciatte e scadenti e alla sua incapacità di testimoniare un’altra via, quella cioè della bellezza. Al sol pensare che l’Eucaristia doveva essere la realtà più importante per ogni cristiano c’era da svenire per la vergogna.
Dopo che appoggiò il calice di vino consacrato sull’altare, ormai Sangue di Cristo, nel genuflettersi vide un bambino. Era uno tra i tanti, benché non tantissimi, lì davanti, ma a differenza di molti altri non era distratto, anzi inginocchiato con le mani giunte teneva gli occhi chiusi e muoveva le labbra in preghiera.
A don Augusto parve un angelo.
“Grazie, mio Signore”, disse tra sé prima di rialzarsi e continuare il sacro rito. Nonostante i canti, inascoltabili anche per i duri di orecchie, la confusione in chiesa, il disinteresse dei genitori che portavano i figli come fossero pacchi postali, i cristiani adulti e adulteri per cui Dio era solo una scusa per fare altro… Nonostante tutto questo e altro ancora il Signore, davvero onnipotente, si faceva presenza in mezzo al suo popolo che, immutato in secula saecolorum, continuava a essere di dura cervice.

Prima di uscire dalla Chiesa don Augusto s’imbatté in quel piccolo angioletto e dopo aver ravanato un bel po’ nelle tasche trovò una caramella e la pose al bimbetto senza dire nulla e uscì. Nella mano si scoprì anche un foglietto. Fu attirato dall’esergo che recava una frase di Guareschi. La lesse con attenzione e sorrise: “Ciò che non va è la nostra libertà”, si disse, “che il Signore ci aiuti a ricercare sempre la sua volontà, massimo bene per noi: verità che ci rende liberi!”.

La frase attinta dalla miniera ricchissima della produzione guareschiana diceva infatti testualmente:
«Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell’altar maggiore e disse: “Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano”. “Non mi pare”, rispose il Cristo. “Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano”».  

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