31 maggio 2017

E' tornato don Camillo/8. Pranzo di Natale

di Samuele Pinna

Mario Ceriotti se era stato un fascista, più fascista dei fascisti e poi era diventato comunista, più comunista dei comunisti, in fondo era sempre stato dalla parte del Sommo Pontefice e, dunque, più papista del Papa stesso. Del resto, sia quando stava a destra sia quando era a sinistra porcherie grosse non ne aveva fatte né vigliaccate nei confronti di terzi. Era sì, un passionale ma tutto era proporzionato alla sua ingenuità. A un certo punto della vita, quando non era già da un bel pezzo fascista e iniziava a stancarsi di essere un “rosso” tutto di un pezzo, ricordò gli insegnamenti della sua povera madre e, illuminato come san Paolo sulla via di Damasco, si riscoprì cattolico. Non che non lo fosse anche prima, da militante comunista senzadio andava comunque sempre a sentir Messa, non nella sua Parrocchia, ma in qualche chiesetta dove non lo conosceva nessuno. Il Partito era sicuramente importante eppure il Padreterno lo era ancora di più. Siccome entrambe le parole iniziavano con la “P”, sovente Mario Ceriotti confondeva i soggetti. Quando si stancò del Partito non ci volle poi molto a tornare dal Padreterno. Si sa, però, che i peccati ci rimangono sul groppone se non confessati e che il loro malefico influsso permane anche dopo l’assoluzione. Mario Ceriotti era conscio che qualcosa da scontare l’avrebbe avuta nell’aldilà, ma era tranquillo per l’al-di-qua. Purtroppo si sbagliava e di grosso.

Mario Ceriotti aveva fatto una gran porcata, una di quelle che non si sarebbe neppure sognato di combinare quando era tutto a destra o tutto a sinistra, nonostante le ideologie da zucca vuota. L’aveva fatta dopo, quando non c’era un vero bisogno, perché Mario Ceriotti stava bene a quattrini e ne aveva in abbondanza. L’ingordigia era la parola che l’aveva fregato, facendosi fregare. Doveva essere un lavoretto tranquillo, nessuno se ne sarebbe accorto, tutto sarebbe filato via liscio, al limite della legalità. Nei fatti il cosiddetto amico nell’affare, colui che aveva pronunciato parole rassicuranti, era finito in gattabuia e Mario Ceriotti aveva una paura folle di fare la stessa fine. Lui, un istrione di prima categoria con medaglia al merito, aveva intuito subito che sotto quell’affare là c’era puzza di bruciato, tuttavia il guadagno era garantito senza sforzo e con gran profitto. E così si fece tirare in ballo in una porcheria colossale, almeno per un galantuomo.

La ditta del Mario Ceriotti non era stata costruita in città, bensì in periferia: aveva voluto lui così. Pochi occhi, pochi pettegolezzi, poche indiscrezioni. E per andar a lavorare doveva spararsi più di un’ora di strada in automobile. Tuttavia, era stato avveduto, perché si era fatta costruire una villetta adiacente all’azienda. Nessuno ci andava mai lì: i figli avrebbero voluta usarla per far bisbocce con gli amici, ma era troppo lontana da raggiungere. La moglie invece al sol pensiero sarebbe svenuta, lei era una cittadina non una villana. Eppure la sua Maria era una persona dolce che insieme alla questione cattolica aveva rimesso in piedi il suo Ceriotti, rendendolo se non proprio un galantuomo, almeno uomo. Ma della porcata messa in opera dal suo consorte, lei non ne sapeva nulla, così come i tre figlioli.

Mario Ceriotti quella mattina era partito insolitamente presto, disubbidendo a una delle sue regole: “non correre al lavoro che tanto il lavoro correrà da te”. E quel buontempone aveva tanta fortuna nella saccoccia che la sua azienda, che non aveva affrontato vere crisi, era fiorente come non mai.
Quella notte, però, non aveva chiuso occhio e quindi alla fine si era deciso di mettersi in auto per raggiungere la ditta fuori città. Prima di poter arrivarci la strada portava a un’altra grande cittadina, dove a quell’ora della mattina c’era un sacco di traffico. Si accese sovrappensiero una sigaretta, poi si rammentò una delle regole della moglie (molto più importanti delle sue): non si fuma in macchina! Tirò giù il finestrino come se avesse la sua dolce metà nel sedile a fianco e se ne liberò.

Decise che era troppo presto per recarsi in ditta, non voleva dare cattivo esempio agli operai con la sua puntualità, ma in realtà aveva paura di preoccuparli o, quantomeno, impensierirli: se si faceva vivo a quell’ora significava che qualcosa di strano stava accadendo. Si diresse tranquillo al solito bar per fare una seconda abbondante colazione. Parcheggiò il suo mezzo e rimirò il ristorante davanti a sé: era bellissimo, curatissimo e soprattutto carissimo. Per un pranzetto lì dentro ci si poteva rimettere lo stipendio di un mese di un operaio. Lo rimirò ancora.

“Un giorno lo sfizio me lo tolgo, non ti preoccupare ristorantino mio”, disse tra sé e sé e si accese una sigaretta che fumò continuando la contemplazione del ristorante tutto addobbato per le feste natalizie.
Quando l’ora giusta per andare in ditta si presentò, dopo aver sfogliato il giornale, risalì in macchina, ma giunto in azienda rimase sbigottito per le auto parcheggiate fuori. Entrato fu investito da un caos insolito, poi la segretaria lo rincorse e gli accennò la cosa. Non riuscì a far comprendere bene tutta la faccenda e Mario Ceriotti rimaneva imbambolato, vuoi per il freddo vuoi per la botta improvvisa, fintanto che si trovò a faccia a faccia con il maresciallo della finanza.

«Signor Ceriotti», disse spiccio dopo i saluti, «dobbiamo parlare».
Il tempo dentro il suo ufficio parve non passare mai.
«È molto grave la situazione?», balbettò alla fine della requisitoria.
«Gravissima», rispose secco il finanziere.
«Cosa dovrei fare ora?».
«Oltre a stare a disposizione, trovarsi un bravo avvocato. Se lei ha voluto frodare il fisco, non le sarà tolto qualche anno di reclusione».
Il Ceriotti impallidì.
«Non sono certo io il giudice e non mi competono sentenze», affermò il finanziere vedendo la reazione, «Insomma, voglio solo dire che la questione è grave. Da quanto vedo, poi, o lei è stato un delinquente capacissimo o è uno sprovveduto totalmente ingenuo».
Ovviamente, dopo tutto quello che aveva sentito, la seconda definizione calzava a pennello, perché Mario Ceriotti aveva fatto una porcheria ma nel limite previsto della Legge, magari sbavando un pochino dal margine della legalità, ma non certo una cosa così schifosa. Comprese immediatamente che l’amico non soltanto gli aveva proposto l’affaruccio, ma che quello era stato il mezzo per fregarlo alla grande.
«E l’azienda? Ho delle bocche da sfamare...», chiese trasalito dopo un attimo.
«La ditta può andar avanti nella produzione, fino a che il giudice non deciderà altrimenti», rispose più morbido il maresciallo, notando la genuina reazione dell’altro.

Mario Ceriotti era convinto di essere stato catapultato in un incubo. Prima di andarsene i finanzieri avevano lasciato un avviso di garanzia e lui pensò in quel preciso momento di schiattare per un colpo apoplettico. Divenuto pallido uscì a prendere una boccata d’aria, pensando che tutto era oramai finito: giunto al capolinea, la sua onorabilità gettata alle ortiche. Immaginò per un attimo la sua Maria e se la vide morta di crepacuore a seguito di quella notizia. Non riusciva a perdonarsi quell’ingenuità e quella ingordigia, che l’avevano portato lì. Avrebbe voluto invocare Dio, ma si sentiva troppo vigliacco: non poteva rifarsi sentire solo adesso. No, avrebbe dovuto evitare quella situazione e chiedere a suo tempo l’aiuto al Signore per avere la forza davanti a quella tentazione e non finire a questo disgraziato punto.

Mario Ceriotti come ogni persona goliardica e capace come pochi di tenere la scena e fare ridere e ridere di gusto, quando viveva momenti di sconforto, magari anche per sciocchezzuole, cadeva in depressione e percepiva ogni realtà nera come la pece, chiudendosi in uno stato vegetativo. Figuriamoci ora. E, come avviene a ogni uomo quasi per istinto naturale, da una stupidaggine cavò fuori una fesseria blasfema ancora più grande. “Oggi mi ammazzo”, pensò.

Era, tuttavia, troppo attaccato alla vita e così decise, prima di trapassare a quella che si augurava fosse una miglior vita, di togliersi l’ultimo sfizio. Andò in bagno, si sciacquò il viso, insultandosi allo specchio come non mai, poi si ricompose e, riprendendo l’automobile, se ne andò lì vicino in città.
Arrivò qualche tempo dopo davanti al ristorante riccamente addobbato di decori natalizi e, senza esitazione, vi entrò. Quasi l’aspettasse, un giovanotto con indosso una divisa che pareva stirata direttamente su di lui, lo salutò con gentilezza e, preso il cappotto, sparì. Un altro cameriere apparve immediatamente e lo scortò nella maestosa sala da pranzo. Tutto era uno sfoggio di ricercatezza e ricchezza incredibili: sentendosi come un bimbo davanti a uno spettacolo pirotecnico, Mario Ceriotti guardava ogni cosa sgranando gli occhi. La scena ricordava lo stupore di Pinocchio giunto nel paese dei balocchi.

Non voleva badare a spese ed essendo capace di ingurgitare porzioni di cibo spaventose, si era ficcato nella zucca dura che non sarebbe stato male morire di indigestione.Volle dell’acqua solo per sciacquarsi la bocca, ma ordinò subito dello champagne, che accostò all’antipasto di pesce: ostriche, caviale e tartine ai crostacei con carpaccio di salmone e tonno.
Alla fine dell’antipasto era anche quasi scemato lo champagne nella bottiglia, che si accompagnò anche con il primo: un risottino delicato sfumato con lo spumante italiano doc. La bottiglia aveva ancora un goccetto che si sposò con la seconda portata: una lasagna di pasta fresca con besciamella di zucchine, gamberetti e una cremina di crostacei.
Al bianco subentrò il nero: un barolo d’annata, capace di far risuscitare un morto, che si accostò delicatamente con il terzo primo: ravioli di pasta fresca, riempiti di carne di manzo fassona italiana, conditi con burro e salvia. Dopo quest’ultimo primo della carta il barolo ne risentì, ma la bottiglia non era ancora finita.
Il secondo fu eccezionale: un filetto di carne chianina cotta nel vino, e precisamente un amarone di Valpolicella, accompagnata da un tortino di polenta e funghi, che solo a guardarlo eri impressionato. Il barolo finì così come il sorbetto che serviva a depurare lo stomaco sotto pressione. Lo spumante servì invece ad aiutare nello sforzo di fare fuori sia un trancio di tonno ricoperto da una crosta di pistacchi sia un’aragosta cotta a puntino.
Caffè e ammazzacaffè, un’ottima grappa barricata, lasciava un ultimo spazio per la fetta di panettone con mascarpone e cacao accompagnata da un ottimo bicchiere di piccolit: posticipare il dolce era stata la volontà del cliente, che voleva andare via dal ristorante almeno con la bocca dolce.
Ci voleva un carrarmato anziché lo stomaco per ingurgitare tutta quella roba, ma vuoi la bontà paradisiaca vuoi che quello doveva essere l’ultimo pranzo, Mario Ceriotti si costrinse senza troppa fatica.

“Buon Natale, Mario!”, si disse, “Sei una bestia, ma una bestia con classe da vendere”. Siccome non era un posto di cafoni, il conto glielo portarono elegantemente al tavolo. In un’altra occasione a vedere il totale sarebbe sobbalzato, ma stavolta rimase impassibile e consegnò con indifferenza la carta di credito al cameriere.
Questo tornò un poco agitato qualche istante dopo e, avvicinatosi all’orecchio, spiegò che la carta non funzionava. Il Ceriotti avrebbe voluto gridare il suo disappunto, poi si ricordò della finanza e capii che i suoi conti erano stati bloccati. Per non dare nell’occhio si portò fuori dalla sala.
Sarà stato il vino ad abbundantiam e il cibo sublime, ma per una volta Mario Ceriotti disse la verità tutta intera: non aveva più una lira, voleva farla finita e non immaginava gli avessero già bloccato i conti.

Il responsabile di sala era fuori di sé e voleva chiamare i carabinieri, ma due corpi armati accorsi per lui nello stesso giorno il suo cuore adiposo non li avrebbe retti, soprattutto con la chianina e l’aragosta che litigavano nel suo stomaco.
«Posso recitare un pezzo di teatro per sdebitarmi», disse innocente e illuminato Mario Ceriotti.
E senza aspettar risposta si fiondò fuori dal ristorante, il responsabile di sala lo fece seguire da un cameriere, ma si tranquillizzò quando il povero cliente lasciò il cappotto e prese solo le chiavi dell’automobile.
Il cameriere che per sicurezza continuò a inseguirlo nel parcheggio vide Mario Ceriotti rivestirsi di una lunga tunica color terra, mettersi un panciotto di pelo di pecora e un simpatico berretto da pastore. Raccolse anche un bastone e una bisaccia e così conciato rientrò trionfalmente nel ristorante.

Si diresse sicuro nella sala, ma il responsabile cercò di bloccarlo, senza riuscirvi: il Ceriotti entrò così addobbato causando un generale interesse. In realtà, vestito in quel modo faceva una discreta figura. Aveva da sempre nel bagagliaio quel vestito là: era l’abito scenico di san Giuseppe, che conservava come una reliquia da quando, temporibus illi, aveva preso parte in un presepe vivente della Parrocchia e gli capitò proprio di personificare il padre putativo di Nostro Signore. La cosa lo colpì molto, perché da poco era ritornato a essere cattolico, prima cioè di fare quello stramaledetto inciucio che lo aveva ridotto così male. La vita è strana, perché se da tempo pensava a una cosa, quale chiodo fisso ben piantato nella sua materia grigia, non ne aveva mai parlato con nessuno. Neanche ora si mise a disquisirne propriamente, ma la buttò in teatro e, da buon istrione qual era, gli uscì una recitazione da premio nobel.

Parlò dello stato d’animo di questo grande e umile Santo, che si era fidato della parola onirica dell’Angelo inviato da Dio e di Maria sua promessa sposa, andando contro il buonsenso e ogni logica. Parlò dei suoi possibili dubbi spazzati via da un coraggio grande come le montagne, della sua tenerezza e tenacia, della sua fede immensa nel Signore d’Israele e del suo amore smisurato per quella ragazza di Nazareth dallo sguardo limpido e puro. Parlò dell’emozione dovuta al compito a cui era stato chiamato, ossia occuparsi del Figlio di Dio, del dono soprannaturale che il Signore gli affidò. Delle emozioni che portava seco a causa di avere per sposa Maria e per figlioletto Gesù: alla dolcezza delle loro carezze e all’incanto delle loro voci e dei loro sguardi. Parlò e più parlava e più la sala si faceva silenziosa e attenta, anche i camerieri fermarono a un certo punto il servizio ai tavoli e i cuochi incuriositi uscirono dalla cucina per sincerarsi di cosa stava succedendo. Il monologo continuò ancora per un po’, poi si spense con garbo. Ci fu un grande silenzio, tutti rimasero col fiato sospeso, fino a quando non scoppiò un applauso tanto fragoroso da far venire giù a momenti le vetrate del ristorante. Tutti si complimentarono con il responsabile di sala per la strabiliante trovata e lo riempirono letteralmente di mance.
Mario Ceriotti rimase lì imbesuito, poi si riscosse, si inchinò e uscì lentamente dalla sala e, con passo calmo e solenne, si appropinquò all’uscita, quando fu improvvisamente richiamato. «Signore, Signore mi scusi», disse il responsabile di sala.
Mario Ceriotti non si girò, ma chiuse gli occhi e trattenne il fiato.
«Scusi, Signore», ripeté ancora l’altro, «dimentica il resto».
«Resto mancia», rispose con un inchino e un largo sorriso il Ceriotti.

Ripresa la macchina non tornò subito a casa, ma volle passare in chiesa e nel confessionale vi trovò don Augusto a cui riferì innanzitutto la disgrazia e poi tutta la vicenda del ristorante. Il pretone, saputo della vaccata che aveva commesso, lo rincuorò: aveva delle attenuanti se era stato imbrogliato da quell’amico nel tentativo di imbrogliare il fisco. Insomma se doveva pagare, avrebbe dovuto farlo e punto. Il don Camillo redivivo fu comprensivo e rimase stupito dinnanzi al secondo racconto. Gli venne in mente il melodramma e le parole del Sindaco di quel mondo piccolo e le ripeté tali e quali al Mario Ceriotti.
«Giovanotto, dicano quello che vogliono, ma politica a parte, il Padreterno è sempre il Padreterno».
Politica a parte, perché il Ceriotti, che fu di destra e poi di sinistra, ora stava esattamente nel posto in cui doveva stare, ossia in ginocchio davanti al Crocifisso del confessionale. Il pretone aveva pronunciato quella frase quasi commosso, ben sapendo che il Mario Ceriotti non era più così giovane, ma l’amore di Dio sì: sempre fresco e rinnovato per ogni persona in cammino in questa nostra polverosa terra.  

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