31 maggio 2017

Fotografia di un’Italia che muore (abortita)

di Giorgio Enrico Cavallo

Siamo un paese senza figli. E fin qui niente di nuovo: lo si ripete da anni, ma vabbè, dai, siamo seri: i problemi sono altri. E pure chi capisce che i problemi sociali hanno anche una profondissima radice demografica, si trova davanti ad ostacoli concreti quali, ad esempio, la torchiatura del leviatano fiscale, che e dai e dai finisce per portarsi via tutto. E figuriamoci fare figli. Li farà qualcun altro, i figli. Già, ma chi?
Andiamo a farci un giro in campagna. Fa bel tempo, la primavera si è travestita da estate tant’è che abbiamo a maggio dei giorni tipici di luglio. Eh, dai, andiamo in campagna. O in montagna. O dove volete voi, purché non scegliate le mete blasonate e note. Lì non vale. Andate nella provincia, quella lontana dagli svincoli autostradali o quella che, per qualche misteriosa ragione, è stata dimenticata dai turisti, dall’industria, dai suoi stessi residenti. Andateci. Da buon piemontese, vi consiglio alcune mete: ad esempio, il Monferrato Casalese. È semplicemente meraviglioso (no, non mi pagano per dirlo). Paesaggi splendidi, vino ottimo, salumi eccellenti. Paesi fantasma.

Parlate con i residenti, emergerà che il problema principale è lo spopolamento: lì i giovani non vogliono più vivere. Quando ci sono, i giovani: perché ci sta anche che qualche ragazzo se ne vada via. Generazioni di italiani sono andate a lavorare lontano, ma le famiglie un tempo avevano anche otto, dieci, dodici figli. Oggi se va bene – se va bene – ce n’è uno solo per coppia. Un caso? Andate a farvi un giro per Asti. O per il Vercellese. Andate e contate i negozi e i balconi su cui c’è scritto «Vendesi». Altra provincia ancora, stesso scenario: andate nelle montagne cuneesi. Andate nella splendida Val Tanaro. Una valle selvaggia, rude, di una solennità ancestrale: nella sua roccia sono impresse le storie di antichi cavalieri medievali e di guerrieri saraceni. Ebbene: fatevi un giro per vedere come è oggi la Val Tanaro. E se vi avventurate per le montagne – non solo qui, ma in tutto l’arco alpino – vedrete tra gli alberi interi paesi completamente spopolati. Paesi fantasma. Paesi meravigliosi, come meraviglioso sa essere un borgo costruito con il sudore della fronte di montanari silenziosi e cocciuti, capaci di costruire la propria casa da soli – da soli! – senza architetti, ingegneri, geometri, periti e chi più ne ha più ne metta. Oggi, di questi antichi uomini restano i fantasmi spersi tra le borgate deserte.

Direte voi: ma chi vivrebbe in mezzo ai monti, lontano dai negozi, dalla comodità della città, con i suoi trambusti, il suo smog, la sua frenesia? Boh, non so voi ma io personalmente ci vivrei. Ci metterei la firma, anche a costo di farmi un’ora di auto ogni giorno per lavorare. Peccato che in montagna oltre al lavoro manchino i servizi basilari, due tra tutti: scuole ed ospedali. Ci sarebbero ancora, così come ci sarebbe ancora il lavoro, se non avessimo abbandonato le montagne a se stesse. E ormai chi può ritornare sui monti sono solo i proverbiali quattro pellegrini. Ma non soltanto in montagna. Anche in pianura ci sono le ghost-town. Sembrano uscite da un film di Sergio Leone. La Pianura Padana è disseminata di questi borghetti dove si e no ci saranno un decimo degli abitanti di un tempo. A fianco, l’autostrada che ha rovinato il sonno dei residenti. O l’immancabile supermercato, il capannone che vende piscine, decori da giardino, elevatori, gomme, cucine. Tutta fuffa: per andare al primo ospedale degno di questo nome, ti devi fare mezza regione. Nel mentre, puoi rimetterci la pelle. Non parliamo del treno, che con la storia dell’alta velocità ha derubricato le stanzioncine di paese ad un ridicolo retaggio del passato: tanto, qui sale soltanto un’anziana coppia di vecchietti. Si prendano il frecciarossa, ‘sti pezzenti, e muovano le gambine fino alla stazione del capoluogo.

Ma dove sono finiti i residenti? Non basta dire che si sono spostati in città, perché anche le città rivelano un calo demografico. È meno evidente, perché sono più grandi; ma il calo c’è, eccome. Non si può certamente dire che tutti gli assenti all’appello abbiano preso l’aereo e siano all’estero. La verità è che questi residenti non sono mai esistiti. È il calo demografico, bellezza: a furia di non far figli, i paesi diventano dei ruderi. Volete i dati? Secondo l’Istat, sono 485.780 i nati nel 2015 (-17mila rispetto 2014); 1,35 in media i figli per donna; 31,7 anni l’età del parto. Le proiezioni per i prossimi anni non sono rosee; tutt’altro: sempre secondo l’Istat, di qui al 2065 le nascite non aumenteranno mai. Diminuiranno sempre.

Sempre, capite? E noi lo sappiamo, visto che il fenomeno è già evidente ed allarmante, ma lorsignori che governano questo sventurato paese non se ne curano affatto. Ci aveva provato il ministro Lorenzin con il Fertility Day: ricorderete com’è andata a finire, pure con le prese di distanza dell’allora premier Renzi. Tragicomico Fertility Day, volutamente silurato da una politica fatta di nani e ballerine incapaci di guardare all’anno prossimo; figuriamoci se riescono a vedere al prossimo decennio, o addirittura al prossimo secolo. Lo sappiamo: nelle stanze del potere si pensa alla promozione della – sterile – “cultura gay” e a coccolare quegli immigrati che “faranno i lavori che noi non facciamo più”. Compreso, evidentemente, il lavoro che si fa a letto per ripopolare un paese in inverno demografico. In pratica, signori, il mondo della politica se ne fotte – perdonate il francesismo – dei cittadini e del futuro del paese. E allora ben venga il popolo che ricorda, dal basso, la drammaticità del problema: ben venga la Marcia per la Vita, ben venga il Family Day. Ben vengano tutti coloro che ricordano che la vitalità di un paese passa dai suoi figli. Non certamente dalle assurde astrazioni chiamate “progresso” o “riforme”: parole che in quanto astratte non vogliono dire niente, se slegate da qualcosa di concreto.

Fatevelo, dunque, un giro in montagna o sulle colline. Fatevelo, magari nel ponte del 2 giugno. E fatevi due domande. Quanto credete che possa durare, un paese così? Quanto credete che possa durare lo status quo di una nazione senza figli, di una società senza figli, di una cultura senza figli? Perché se crolla un paese la sua società andrà a gambe all’aria e la sua cultura, talvolta millenaria, scomparirà. Siamo destinati a questo: a scomparire. Sì, leggete questa parola, sillabatela, ripetetela come un mantra: scomparire.

Adesso occorre parlarci chiaro. Perché “inverno demografico” e “calo demografico” sono definizioni imprecise. Imprecise perché volutamente non chiamano le cose con il loro nome. Spesso le culle sono svuotate da uno spettro chiamato aborto. Parola tabù, perché non si può dire che uno è contro l’aborto. Ci sono i diritti delle donne, di mezzo. Già. Dei diritti dei bambini, invece? Fatto sta che l’aborto ci ha privato di milioni di giovani vite. Forse, avrebbero vissuto in quei paesi abbandonati. Forse, sarebbero stati uomini e donne che avrebbero salvato una comunità dall’estinzione. Forse. Invece, li abbiamo ammazzati. Ammazzati. Crimine atroce, barbaro, che si ripercuote sulla geografia antropica di un paese. E che rivela tutta la disperazione di una nazione che si priva del proprio futuro per continuare a boccheggiare nel suo drammatico presente. Come se ci fosse una via d’uscita; come se prima o poi un politico (risata sarcastica) si svegliasse una mattina con il proposito di aiutare concretamente le famiglie e le aziende. Anche le aziende, sì, perché nell’ammuffito panorama lavorativo italiano, già un giovane fa fatica ad avere uno stipendio degno di tal nome; figuriamoci poi una ragazza sposata. O che scopre di essere incinta.

Per aiutare la famiglia a far figli, bisogna parallelamente aiutare tutto il tessuto sociale: non basta il Fertility Day. Non bastano le parole. Servono i fatti. Serve la concretezza, e questa si ha solo se si concepisce la politica come la più alta forma di carità (Paolo VI docet), e non come un cadreghino da legarsi al fondoschiena. In attesa (altra risatina) che sulla scena politica arrivi questo fantomatico Veltro dantesco, non resta che affidarsi alla fede. Perché in fondo l’uomo ha smesso di pregare, di aver fede, di credere che un figlio non è un fardello ma una benedizione del Cielo, e se è una benedizione Dio non mancherà di aiutarlo. Follia? Forse, ma è una follia basata sull’affidamento alla Provvidenza divina: e non c’è follia migliore di questa.

 

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