16 maggio 2017

I cristianoidi: la contemporaneità tra la mela di Eva e quella di San Tommaso


di Marco Soro

Quando san Tommaso entrava in classe (ci viene riferito da una accreditata diceria) poneva una mela sul tavolo dicendo: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può uscire”. In pratica: se tu non riconosci l’oggettività del reale, come possiamo costruire una grammatica comune? Quando il serpente con una mela* tentò Eva, le disse che sarebbe diventata come Dio. Cosa significava per Eva diventare ed essere come Dio? Lei e Adamo avevano il dominio su cose e animali esistenti, al punto da poter dar loro il nome; tuttavia questo potere era stato concesso loro da Dio che, essendo Il Creatore, era il garante della veridicità della loro conoscenza e del loro linguaggio, in quanto garante dell’oggettività del reale, nel senso che esso non dipende dalla conoscenza umana.

Diventare come Dio significava quindi avocare a sé la capacità di garantire la veridicità della conoscenza, ricostituendola in una grammatica soggettiva che, immediatamente, si sarebbe rivelata arbitraria. Ma a che pro essere come Dio se già da subito essi potevano dare il nome alle bestie ed alle cose? Lo scopo era non accontentarsi più di dare il nome alla realtà oggettiva, ma iniziare a ricostituirla ex novo su una grammatica che fosse soggettiva ed arbitraria. Infatti Eva si scopre nuda, e nudo scopre il suo uomo; perciò dovranno coprirsi, difendersi: poiché il loro intendersi è stato alterato, non è più possibile condividere o comprendersi in modo immediato. Nelle mani di un soggettivismo che è il nuovo dio degli uomini non ci si capisce più. Quando (per servirmi di un ultimo esempio) Nietzsche cercava il metodo per demolire il cristianesimo, secondo McLuhan, lo trovò nella distruzione della grammatica e del suo senso logico: il cristianesimo (questo strano platonismo per il popolo) si regge sul linguaggio corretto, oserei dire sulla coerenza della parola; si distrugga il senso di questa e verrà meno la forza del pensiero cristiano, ed anche del pensiero stesso. Verrà meno l’umano. 

La mela del primo peccato ha diverse sfaccettature, ed ogni epoca è stata tentata con un morso diverso. Credo che lo specifico della nostra epoca sia proprio il rilassamento, se non il venir meno, del senso logico del linguaggio, della sua capacità di comunicare una realtà oggettiva, chiara ai sensi ed allo spirito. Il vero, secondo i dettami del postmoderno spinto, non esiste più. Ma così viene meno la coscienza che guida il mio vivere, e la veglia si risolve in un ascolto esasperato del proprio intimo dove si colgono necessità primarie ipertrofiche che abbiamo imparato a chiamare diritti; trascorriamo le nostre vite sperando nel “sol dell’avvenir”, pur sapendo che non esiste.

Chiamiamo il nostro obiettivo utopia ed andiamo avanti tra forza d’inerzia e disperazione. Sembriamo giunti al capolinea delle conseguenze negative della soggettivizazzione della conoscenza, ribaltatasi e concretizzatasi nella appropriazione di quel che sul momento ci pare. Tutto questo lo chiamiamo laicità o, con una correzione da parte cattolica, laicismo. Può il laicismo-laicità un giorno “incontrare” e dialogare col cattolicesimo? Questa è stata la speranza (o sarebbe meglio chiamarla utopia?) di molti , in nome di una volontà d’incontro, eppure anche questa appare compromessa se già all’interno del cristianesimo sono presenti problemi grammaticali. Ricordo ancora la commozione e l’appagamento dello spirito quando scoprii il motto episcopale del patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I: “Fermiamoci e guardiamoci”. Bellissimo!

Il tentativo d’incontro era una realtà morale, spirituale e, quasi, una necessità di ricomposizione della nostra psiche, scissa per essere stata alimentata per troppo tempo da due civiltà parallele: abbiamo praticamente due personalità, la cui convivenza ci causa parecchi problemi. Si vede bene allora che non si tratta di un incontro fra due realtà o antropologie distinte, ma della necessità di una scelta dell’una o dell’altra. Tuttavia, per confrontarsi serve un linguaggio comune, che non esiste, perché non esiste più una logica o una morale o una spiritualità comuni.

Prendiamo ad esempio il verbo amare, che non ha più riferimenti ad un sentire comune, ma è fortemente condizionato dalla soggettività dell’io che lo coniuga a seconda del proprio sentire più ermetico: la parola rimane sacra come forza e valore, ma diventa relativa nel suo coniugarsi soggettivista, diventando in pratica un amuleto, una parola chiave, uno slogan più o meno efficace da tirare fuori nei momenti di difficoltà dialettica durante il tanto sospirato confronto. Confronto che, proprio a causa di queste parole-idolo, viene definitivamente esorcizzato.

Perdendo di significato la parola diventa un assoluto inarrivabile e non raggiungibile, una utopia. Così avviene delle altre parole amatissime nella nostra contemporaneità come libertà, coscienza, dovere, diritto, ascolto, rispetto, tolleranza ecc. Benché si debba riconoscere lo sforzo della contemporaneità di cercare una armonia sponsale fra individuo e collettività, mi pare che a livello pratico si sia di fronte ad un fallimento. Il mondo laico non riesce a proporre dei minimi comuni denominatori d’incontro tra i vari soggetti che lo compongono e la società che lo esprime. Esso risulta incompleto e per poter essere qualcosa di definito, e soprattutto nell’incontro e nelle relazioni della quotidianità commette un latrocinio subdolo nei confronti del cristianesimo. L’insufficienza della laicità è colmata dalla spiritualità cristiana, la quale però è deformata ed amputata di sue sostanziali peculiarità, come l’integrità del pensiero logico che ne è un elemento fondante e l’oggettività dell’atto morale. Tolti questi due elementi il cristiano non è più tale: ha forma cristiana, ma non sostanza; non siamo più cristiani, ma cristianoidi. O anche trans-cristiani, in una trasformazione di cui l’esito è difficile da stabilire.

*Si usa il termine mela per via della tradizione risalente alla Vulgata di San Gerolamo  

3 commenti :

  1. Nel primo racconto della creazione dell'uomo (Gen 1,26-27) Dio vuol crearlo a sua immagine e somiglianza, ma poi, nell'atto creativo, imprime solo l'immagine, mentre la somiglianza sparisce. La somiglianza con Dio, infatti, è il compito dell'uomo, che lo interroga in quanto essere libero. Un compito che è chiamato a svolgere in comunione con il Creatore. In questo rapporto di dialogo e comunione si intromette il diavolo (che, infatti, è "colui che divide"); da parte sua, anch'egli prospetta all'uomo il raggiungimento della somiglianza con Dio: "Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gen 3,5). Un raggiungimento che però, nella malvagità diabolica, dovrebbe venire non attraverso la comunione fra creatura e Creatore, ma nella disobbedienza, quindi nella rottura del rapporto comunionale.
    Conoscere il bene e il male, di per sé, non è una cosa malvagia, ma buona e rende veramente l'uomo somigliante a Dio, il quale è il Bene assoluto e la cui onnipotenza si dispiega proprio nel non poter mai fare il male (che infatti è la negazione di Dio).
    Quando, dunque, l'uomo potrà conoscere il bene e il male? Quando Dio stringerà il patto con il suo popolo sul Monte Sinai: lì farà conoscere i Comandamenti. Questi, dunque, sono un dono libero ad un popolo libero, non la conquista autonoma di Israele, come non è sua conquista la libertà dalla schiavitù d'Egitto.
    I comandamenti, inoltre, sono l'ordine intimo, il progetto che Dio ha seguito per creare il mondo, quindi la loro Rivelazione è conoscenza di Dio e dell'uomo; un po' come quando fra due persone aumenta l'amicizia aumenta anche l'esigenza della conoscenza reciproca.
    Infine sarà lo Spirito Santo, proveniente dal Costato di Cristo immolato sulla Croce, a dare ai credenti la possibilità di vivere secondo la Legge, attraverso la Grazia giustificante e la Grazia santificante, secondo quanto fu rivelato attraverso Ezechiele: "Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme" (Ez 36,27).
    La laicità (o laicismo che dir si voglia) non potrà mai né conoscere il bene, né operarlo in quanto misconosce Dio e il Suo ordine per sostituirlo con l'ordine soggettivo dell'uomo. Ma i propri desideri e fantasie non portano da nessuna parte. Lo sanno bene gli scienziati, i quali, se non obbediscono alla realtà e alla "durezza" delle sue leggi, non riusciranno a scoprire mai un fico secco. E lo vediamo oggi nel caso della psicologia: per molti aspetti essa ha smesso di essere scienza per essere una forma di "accondiscendenza pseudoscientifica" alle varie perversioni odierne.

    P. Francesco, passionista

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  2. Un articolo e un commento (P.Francesco) di notevole livello. Grazie davvero. QB.

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  3. Articolo stimolante. Mi pare che la questione centrale risieda nella strutturale incapacità, da parte delle società liberali, di uscire dall'ambiguità che le costituisce e che sembra essere divenuta invisibile per la maggior parte dei nostri contemporanei: una democrazia "laica" è un dispositivo di natura puramente formale, che per poter funzionare DEVE presupporre un'antropologia cristiana. Privatela di questa, e diventerà barbarie. L'ambiguità sta nel non poter abbracciare fino in fondo questa antropologia, perché in tal caso i motivi e le circostanze reali per cui le democrazie liberali sono emerse sarebbero platealmente sconfessati. Per cui no, il laicismo non può dialogare con il Cristianesimo, né può onestamente sconfessare ciò che, segretamente, la tiene in piedi e le conferisce quell'unica legittimazione che le serve agli occhi di uomini che non abbiano ancora perso del tutto il senso dell'umanità (che, lo ricordiamo, il Cristianesimo, e nella fattispecie il Cattolicesimo, protegge, conserva ed eleva).

    Torquato

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