23 maggio 2017

Il suicidio di Cornell e la disperazione di una generazione

di Alfredo Incollingo
 
Ha terminato il suo concerto prima di togliersi la vita nella notte tra il 17 e il 18 maggio. Chris Cornell ha deciso di lasciare questo mondo volontariamente, impiccandosi nel bagno del suo albergo a Detroit, negli Stati Uniti, dove il suo tour era approdato.
Quella sera, raccontano le persone più vicine a lui, era più euforico del solito e pronunciò al pubblico una frase molto strana: “Mi dispiace per la prossima città”. In seguito al suo insano gesto tutto torna: ha premeditato ogni cosa. Ha voluto comunque congedarsi dai suoi fan, quegli ammiratori che probabilmente lo seguivano dai tempi dei “Soundgarden” fino ai recenti progetti solisti e con gli “Audioslave”.

Con il suicidio di Cornell va via un altro pezzo della stagione musicale “grunge”, quel suono duro e disperato che ha accompagnato l'adolescenza di americani e di europei. Tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso a Seattle, negli Stati Uniti, esplose la febbre di questo stile rock molto grezzo, semplice, ma dai testi carichi di disperazione, di malinconia e di rabbia. Cornell non era da solo: migliaia di gruppi, noti e meno noti, emersero nel panorama musicale americano di quei decenni, ma pochi furono i catalizzatori del malcontento giovanile.

Chris ha seguito la strada di Kurt Cobain, il frontman dei Nirvana, suicidatosi nella sua casa il 5 aprile del 1995. Cocaina, alcool e donne impregnavano la vita di questi ragazzi sbandati, con un passato difficile alle spalle, che sfogavano nella musica la rabbia dell'infanzia infelice. Cantavano l'assurdità della vita, il dramma di un'esistenza difficile, senza famiglia o abbandonati a se stessi, e il desiderio di riappropriarsi dei propri giorni. Con loro vi erano intere generazioni di giovani che avvertivano il peso di una società che sempre più li marginalizzata o li trattava al pari di burattini e di oggetti (cosa molto evidente adesso).

Cantando i brani dei “Soundgarden” i ragazzi manifestavano l'antipatia, se non l'odio, verso la famiglia, i modelli sociali e un mondo che sembrava mal sopportarli. Eppure Cornell ha resistito all'ondata nichilista, ha affrontato il successo e la popolarità e non è stato travolto come fu per Cobain. Era sicuramente un artista di talento, che è passato per tanti altri progetti importanti nella sua vita. Forse i “Soundgarden” rimangono il faro della sua produzione musicale e della sua esistenza. Il brano “Black hole sun” (in italiano “Sole del buco nero”) è, a parer di chi scrive, il pezzo che più di altri rappresenta l'angoscia di Cornell e quella dei suoi fan, probabilmente gli stessi che lo hanno seguito nell'ultimo concerto a Detroit. Il ritornello “O sole del buco nero, giungerai e spazzerai via la pioggia?” è una richiesta di soccorso ad una entità (celeste?) che possa spazzare la “pioggia”, la tempesta emotiva negativa che si viveva.

Cornell, come Cobain, fu un ribelle, un eterno giovinetto, ma come tale, soffriva di una parte ormai passata, chiuso in una fuga senza scampo. Aveva ragione nel parlare dell'angoscia esistenziale, del nichilismo serpeggiante nella ridente società a cavallo tra gli anni 80 e 90 del novecento, ma in lui mancava lo sguardo rivolto all'Eterno e solo da lì, molto probabilmente, avrebbe recuperato un senso alla propria esistenza.  

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