28 maggio 2017

«La Bestia, la Bella e il Cavaliere» (di Giacomo Biffi)


Era un venerdì della scorsa estate; e, per raccontare le cose come stanno, avevo mangiato con gusto un bel piatto di gnocchi col ragù.

Sennonché, è appena sparito l'ultimo gnocco, che la mia vecchia coscienza di cristiano preconciliare subito mi notifica con tono severo che quel po' di carne è bastato a farmi violare la legge dell'astinenza. Ma la mia giovane coscienza, di cattolico bene informato sulle evoluzioni ecclesiali della nostra epoca, caritatevolmente si affretta a ricordarmi la possibilità, che mi è data, di sostituire l'osservanza tradizionale con qualche atto pio o qualche opera penitenziale.

A dire il vero, non so quale delle due coscienze in quel momento si dimostrasse seccatrice più uggiosa; perché, se è certo che la prima era riuscita a guastarmi il piacere del pranzo, solo per la seconda la questione era da considerarsi ancora aperta sicché non potevo acquietarmi nel pensiero della buona fede e della incolpevole inavvertenza. Se per l'antica norma tutto poteva considerarsi finito col rammarico e col proposito di stare più all'erta un'altra volta, per quella più recente mi restava ancora l'obbligo di fare qualcosa.

Anzi, con l'intransigenza e il massimalismo dei giovani, la coscienza «postconciliare» mi diede un suggerimento che me la rivelarono culturalmente impegnata sì, ma anche impietosa e perfino con qualche propensione al masochismo: eccellente esercizio di mortificazione compensativa — mi disse — e insieme atto di grande pregio intellettuale sarebbe stata la lettura di qualche rinomato teologo contemporaneo.

Sbigottito, dopo aver tirato un po' di prezzo sulla penitenza da infliggermi, mi rassegnai ad accettare un capitolo del trattato ecclesiologico di un autore tra i più reputati. E poiché certi lavori è meglio sbrigarli subito se non si vuol prolungare ed esasperare il tormento, mi immersi immediatamente nella lettura e dopo alcune pagine mi addormentai. Se non ho dubbi nell'attribuzione del merito di questa misericordiosa sonnolenza, è problematico di chi sia, tra gli gnocchi e la teologia moderna, la responsabilità primaria dell'incubo che ne è seguito.

Un incubo classicheggiante

Mi pareva di avere davanti a me, spettatore fuori campo ma insieme misteriosamente partecipe e quasi attore, una landa desolata, dove due soltanto e ben diverse tra loro erano le creature viventi.

Da un lato, una fanciulla bellissima, impigliata in lacci crudeli, che lacrimava, gemeva, invocava aiuto straziandomi il cuore. Dall'altro, un'enorme bestia orripilante, che, ancora immobile, golosamente la guatava con la compiacenza di chi, affamato, si trova finalmente davanti a un banchetto succulento e stuzzicante e non fa niente per nascondere le sue ferme intenzioni.

Lo schifo e il terrore del mostro mi inducevano alla fuga, la volontà di correre a salvare la bella mi spingeva a slanciarmi. E così non mi riusciva di muovermi di un solo passo. E quando un soprassalto di coraggio e una irresistibile vocazione all'eroismo — che in sogno mi càpita qualche volta di sperimentare — mi decidono per il consiglio più animoso e più nobile, ecco che un intorpidimento strano mi blocca le membra e mi interdice ogni moto. Più faccio per avventarmi, più la maledetta paralisi mi inchioda; intanto la fiera impercettibilmente ma implacabilmente sí avvicina al suo pasto agognato, e cresce il lamento disperato della fanciulla.

Era come se per una malia fossi entrato con tutta la mia persona ín un canto dell'Orlando Furioso o in un'antica icona della leggenda di san Giorgio, senza però che nessun paladino e nessun santo guerriero si vedesse comparire all'orizzonte. Inerme, attonito, sfiduciato, mi struggevo di pietà, di rabbia, di raccapriccio, mentre un freddo sudore mi gelava. Non mi riusciva di liberarmi in nessun modo da quella angoscia né scappando né accorrendo né tanto meno evadendo dal sogno, che a sprazzi pur come sogno mi si palesava.

A un tratto, chiamato dagli alti lai della giovane donna o fors'anche dai muti appelli del mio cuore, fiducioso nonostante tutto nella intrinseca bontà dell'ordinamento cosmico, sí profila un cavaliere, fulgente nella sua panòplia aí raggi obliqui dell'ultimo sole, montato su gagliardo palafreno, con uno scudo dorato e vermiglio e «un bianco pennoncello per cimiero»: l'immagine stessa del bene vincente e la figura animata della salvezza.

Vedevo il sollievo distendersi sul bel femmineo volto lacrimoso, come la nuova luce di un cielo che si rasserena fa scintillare le ultime gocce di pioggia. Vedevo la fiera sussultare di dispetto e gonfiarsi di collera di fronte all'ostacolo impreveduto. E mi accingevo ad assistere con intima soddisfazione al combattimento, all'immancabile trionfo del liberatore, alla gratitudine della donzella sottratta a un efferato destino.

Ma l'incubo non era ancora finito: a causa forse della digestione laboriosa forse del peso della lettura appena compiuta, l'affanno onirico era ancora ben lontano dallo stemperarsi in un sonno quieto e ristoratore o dissolversi nella lucidità del risveglio. Anzi, stava per riprendere in forma più tormentosa, anche se con sceneggiatura più originale.

L'incubo si modernizza

Il cavaliere, così tempestivamente sopraggiunto, non si accinse subito al combattimento, ma parve volere prima valutare bene l'impresa, sostando, guardando ora l'una ora l'altra delle due allegorie contrapposte, riflettendo intensamente tra sé. E, per un prodigio possibile solo nei sogni, io, sempre estraneo alla vicenda e sempre coinvolto, seguivo il sorgere e il concatenarsi dei suoi pensieri, quasi fossero miei «La prima cosa — si diceva il giovane eroe — è di non essere precipitosi: guai a prendere partito prima di aver esaminato bene tutta la questione e osservato ambedue i contendenti. Bisogna guardarsi dalla intolleranza di chi divide nettamente il bene dal male, e trova tutte le ragioni e tutti i torti, tutta la verità e tutto l'errore, tutta la bellezza e tutta la turpitudine da un'unica parte.

Fosse capitato in questo caso uno dei tanti cavalieri antichi, noti per la loro gran bontà e per l'ingenuità ancora più grande, certo avrebbe parteggiato immediatamente per la fanciulla in pianto e avrebbe assalito con impeto la bestia. E così ancora una volta avrebbe ripetuto un'azione ovvia, scontata, già mille volte descritta; il che è la colpa più grande che uno spirito evoluto possa commettere. Non la commetterò io, però, che ho fatto della spregiudicatezza e dell'anticonformismo la mia divisa.

Esaminiamola un po' da vicino questa donna querula e lacrimosa.

Piange, sì; ma anche mia moglie tante volte piange, e proprio nei momenti delle sue prepotenze più risolute.

Pare atterrita e senza difesa; ma c'è qualcosa nel suo viso — gli zigomi, il taglio degli occhi, la bocca — che mi ricorda mia suocera. Ed è una somiglianza inquietante: anche mia suocera si atteggia volentieri a vittima inerme di immaginarie ingiustizie.

Per bella, è bella; ma la sua bellezza non passa l'esame di uno sguardo esperto e disincantato: è convenzionale, prevedibile, senza pepe.

Quanto alla sua virtù, meglio non indagare; chi ci giurerebbe, visto che è andata a cacciarsi da sola in questo guaio?

Sembra ìmpari a ogni lotta; ma chi mi dice che non abbia seguìto un corso di karatè? Se fossi il drago non mi fiderei.

Povera bestia, il drago: in tutte le storie cavalleresche e in tutti i quadri sacri è la vittima predestinata dei campioni del fanatismo. Tutti l'aborrono, eppure avrà anche lui una madre che gli vuol bene e una draghina che lo trova simpatico. Del resto, nei suoi occhi infocati, nelle squame smeraldine, nelle zanne lucide e acuminate è possibile cogliere una sorta di orrida e fascinosa venustà.

Senza dire che questo mostro, tanto malvagio in apparenza, in fondo non fa che cercarsi di che vivere e magari è mosso dalla preoccupazione paterna di sfamare i suoi mostricini. Impedirglielo potrebbe anche essere giudicata un'azione ecologicamente scorretta e un'intromissione indebita nell'equilibrio biologico delle specie».

Così andava senza pausa riflettendo il cavaliere. E queste straordinarie considerazioni, a mano a mano che rampollavano dentro di lui, anche si dipingevano sulla sua faccia pensosa. A poco a poco vedevo ritornare il terrore nella fanciulla e ricominciavano a brillare di speranza gli occhi astuti e famelici del drago. Io poi dal primo sollievo ero passato allo stupore, dallo stupore alla paura, dalla paura all'angoscia, dall'angoscia alla disperazione più nera.

«Sta a vedere — mi dicevo — che adesso dovrò assistere a un patto di alleanza tra il guerriero e la bestia e addirittura a un loro assalto concorde ai danni della bella sventurata?».

Dall'incubo nasce un libro

Quest'esito grottesco era eccessivo da sopportare anche dormendo: il filo del mio sonno pietosamente si ruppe.

Da allora vado rimuginando su quell'incubo di un pomeriggio estivo, dovuto forse agli gnocchi forse alla letteratura teologica contemporanea.

Il titolo di questo libro è il mío tentativo di dire che queste pagine vogliono soltanto vincere la malignità di un brutto sogno e cercano di rimettermi in piena comunione, oltre le allucinazioni, le apparenze, le mode culturali, con la verità delle cose, come è colta e cantata dalle antiche leggende, dove i mostri sono mostri, le fanciulle fanciulle, e i cavalieri sanno ancora distinguere fra i draghi e le belle ragazze.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/05/congedo-con-onore-la-bestia-la-bella-e.html

 

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