19 maggio 2017

La potenza dei sacramenti

di Marco Parnaso

È bello vedere l’efficacia che la Parola può suscitare in chi la legge e la ascolta.
Tuttavia può accadere che la parola anzichè generare intendimenti, è usata per generare fra-intendimenti, perché ogni Parola ha un -senso, un doppio-senso ed un contro-senso: questo avviene perché la Parola ci fa da specchio e ci legge dentro.

Con un parallelismo si può dire che l’osservanza dei comandamenti del giovane ricco costituiscono quello che per noi sono le nostre osservanze, ossia la santa messa, le devozioni, i rosari ed in genere i nostri atti di culto e devozioni:
Il giovane ricco è un pio uomo religioso ma per rivolgere quella parola a Cristo vuol dire che, nonostante l’osservanza dei precetti, aveva un vuoto da colmare: intuisce che c’è un "di più" e che solo la persona cui si sta rivolgendo gliela può dare.
Il Cristo di Dio legge nel suo cuore e penso gli dia la risposta che lui vuole sentirsi dire, il pieno compimento dell’amore.

Non è sbagliato fare gli atti di culto e devozione, ma c’è un modo sbagliato di fare gli atti di culto, tra cui andare alla santa messa, l’atto di adorazione per eccellenza, oltre il quale niente è più importante, ossia c’è il rischio di  fare un atto di amore verso Dio senza amore, così come verso gli uomini.
Ciò che i profeti dell’Antico Testamento hanno detto ai Giudei in merito all’inefficacia del culto solamente esteriore senza giustizia, valgono anche per i cristiani.

Senza dubbio, la frase “agli occhi di Dio non importa se vai a Messa tutte le domeniche, se poi non compi un gesto di carità” come a volte ripete spesso il vescovo di Roma - è quella che si è prestata di più a fraintendimenti, perché non è stata letta nel contesto del riferimento del giovane ricco in relazione al secondo comandamento.

Noi tutti sappiamo che durante la Messa, prima della professione "annunciamo la tua morte Signore, annunciamo la tua risurrezione, in attesa della tua venuta"  avviene in maniera incruenta lo stesso sacrificio di espiazione che avviene sul Golgota: la crocifissione di Gesù.
Ora che cosa avviene durante la crocifissione? Durante la crocifissione (ossia durante l’Eucaristia) si può stare in diversi atteggiamenti:
c’è chi come la Vergine Maria partecipa alla passione di Cristo
o chi come Giovanni contempla la scena (l’Ora della gloria, secondo il suo vangelo, l’Ora dell’innalzamento),
c’è chi piange come le donne al seguito,
c’è il malfattore che confessa le proprie colpe davanti a Dio,
ma ci sono anche quelli che lo tentano (i sacerdoti, gli scribi e tutti i notabili e falsi sapienti di ogni tempo)
i soldati che sono indifferenti a quanto sta accadendo,
l’altro malfattore che bestemmia,
chi sonnecchia o  chiude gli occhi davanti alla sofferenza del giusto, etc.

In pratica durante il sacrificio di espiazione dell’Eucaristia possiamo rivivere le stesse situazioni di chi era presente alla crocifissione, perché lo Spirito rende presente e attualizza tutto ciò e a seconda della nostra disposizione d’animo possiamo trovarci ora nella condizione ora in quella di un altro dei personaggi citati.
C’è un modo di vivere i comandamenti e di relazionarci con Dio (e quindi anche con la santa Messa) che poco hanno a che fare con la sostanza del Cristianesimo: l’amore senza misura che Dio ci dona GRATUITAMENTE nel banchetto messianico.
La Santa Messa è tutto tranne che un OBBLIGO e un DOVERE, perché nell’amore non c’è dovere.
Perché noi andiamo a messa? Per rispondere ad un precetto? E’ troppo poco.
Noi cristiani  partecipiamo alla Santa Messa e amiamo non perché siamo meglio degli altri, ma perché siamo stati per primi amati da Dio e rispondiamo al suo amore con Cristo , per Cristo  e in Cristo nell’Eucaristia (= che appunto significa ringraziamento).

Quindi si ama il prossimo e i fratelli secondo i doni della grazia ricevuta e necessariamente si va a messa a fare ringraziamento perché siamo stati amati di un amore immenso: noi valiamo il sangue del Figlio dell’Altissimo!
L’uomo può compiere la stessa azione, ma essa può essere fatta per amore o per dovere: Maria stava sotto la croce per amore, i soldati per dovere.
Andando al giudizio universale: io posso visitare gli ammalati per dovere (come affermava l’etica kantiana e parte dell’etica protestante), ma posso, secondo il comandamento di Cristo, andare a visitarli per amore e stare presso la loro croce, anche senza fare niente, ma solo con la presenza, con amore, come Giovanni sulla croce (gli uomini abbandonano colui che dicono di amare fino a 12 ore prima, invece le donne sfidano tutte le avversità e rimangono al seguito del Messia crocifisso: c’è secondo me un mistero, un significato di Dio in questa presenza piangente ed impotente ai piedi della croce).

In questo sta l’amore di Dio: non siamo noi ad amare Dio ma è Lui ad amare noi per primi.
Questo si può comprendere  nel sacramento della confessione.
Cosa succede nel mirabile sacramento della riconciliazione? Succede che dopo che confesso ennesime volte i medesimi peccati prendo coscienza che Dio mi ama, non perché sono bravo o migliore o prego di più rispetto agli altri, ma perché mi ama cosi’ come sono in quanto è impossibile acquistare meriti presso Dio.
Allora il limite dell’uomo non diventa il luogo di divisione (dia-ballo, da cui diavolo = dividere dagli altri), ma il luogo di comunione con gli altri, ciòè che ho in comunione con gli altri uomini.
Dice l’apostolo Giovanni nella sua missiva: “Anche se il nostro cuore ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore”. (cioè anche se noi non ci pentiamo perché ci sentiamo sempre in colpa, Dio è più grande della nostra colpa”).

Pensate che Dio abbia bisogno della nostra adorazione? La prefatio della liturgia in questo periodo ordinario recita quanto segue: “I nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.
Caricarci il nome di Dio, assumere il nome di cristiani, significa dare gloria a Dio ed adempiere la legge: ma  che si riassume nel comandamento dell’amore.
Pieno compimento della legge e l’amore recita l’Apostolo.
Che cosa significa dunque dare gloria a Dio nella nostra vita: significa riconoscere ‘il peso’ e la consistenza  che Dio ha nella nostra vita e conseguentemente assumere il nome di Dio.
La carità, cioè l’agape, copre una moltitudine di peccati.
Nel nostro mondo c’è così tanto giudizio, ma così poco amore …..

Tutte le Scritture parlano di Gesù, il Figlio che ci rende figli di Dio, compimento di ogni dono.
La sua vita intera è testimonianza della Gloria di Dio: l’amore del Padre e dei fratelli.
Chi è attaccato alla legge e non sa amare, non lo riconosce e rifiuta il dono di Dio, anzi vuole meritare l’amore di Dio in quanto vuole comprare ciò che è gratuito (l’Amore) trasformando Dio in un  idolo e trattandolo da prostituta.  

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