17 maggio 2017

Le veglie contro l'omofobia e la vita di grazia

di Roberto de Albentiis

Il 17 maggio di ogni anno, dal 2004 a questa parte, è stato ormai monopolizzato dalla Giornata Internazionale contro l’Omofobia, in ricordo, il 17 maggio 1990, della cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie dell’OMS; alla prima si è aggiunta inoltre la Transofbia (interessante peraltro è vedere come parte della stessa comunità LGBT non tolleri le persone transessuali, vedasi ex multis qui ) e la Bifobia (la classica battuta sull’avere il doppio di possibilità di rimorchio il sabato sera è bifoba?).

Ora, il discorso scientifico interessa fino ad un certo punto, dal momento che è bene lasciarlo agli esperti, fermo restando che la scienza, per sua natura, è sempre pronta a rivedere i propri assiomi, e chissà che un giorno, finita la sbornia politica LGBT, gli stessi scienziati non riconsiderino sotto altre luci il comportamento omosessuale; e del resto, francamente, il vittimismo aggressivo di molti militanti gay, o l’esibizionismo da gay pride, sarebbe proprio interessante da studiare dal punto di vista psicologico e antropologico. Non è un discorso, questo, nemmeno sulle c.d. terapie riparative, un mare magnum in cui si incasellano diverse scuole di pensiero e diversi metodi, e che peraltro proprio l’ostruzionismo della psicologia mainstream rischia di far scivolare nelle pericolose pseudoscienze, quasi fossero una campagna antivaccino qualsiasi.

No, proveremo a parlare di quella che molti autori hanno definito omo-eresia, ovvero una colonizzazione del pensiero LGBT insinuatasi nella Chiesa. Innanzitutto, una prima distinzione: non tutti gli omosessuali sono LGBT: la sigla LGBT indica un preciso fenomeno di costume (frivolo, edonista e promiscuo) e una precisa ideologia politica (volta a ottenere matrimoni, adozioni, leggi censorie contro le critiche) che, da una parte e per fortuna, non interessa molti omosessuali, desiderosi in realtà di vivere tranquillamente e privatamente la propria vita senza ostentazione, e, dall’altra, coinvolge moltissimi eterosessuali ideologizzati; molti, spesso, autodichiaratisi cattolici, di quel cattolicesimo moderno che, sposando il mondo, vede in tutte le sue campagne, senza alcun vaglio, un segno della presenza divina.

Mi riferisco in particolare al fenomeno delle c.d. veglie anti-omofobia; di questi episodi, in realtà, ce ne sono stati parecchi da molti anni, e che hanno coinvolto soprattutto chiese protestanti liberal (valdesi, metodisti, anglicani), veterocattoliche e cattoliche di “periferia”. Quest’anno, però, il fenomeno è interessante: ad una copertura di quasi ufficialità dei gruppi e delle veglie (non più tenute in singole chiese periferiche, ma in chiese centrali e da preti non border line), certamente tollerata da Roma, è seguita una incredibile ondata di proteste dei fedeli, molto più forte e generalizzata rispetto agli anni passati, culminata, in Italia, con la oramai nota manifestazione riparatoria contro il Gay Pride di Reggio Emilia (qui per alcune notizie al riguardo).

Le reazioni e le preoccupazioni dei fedeli sono comprensibili, stante una Chiesa, tanto locale quanto centrale, che non si capisce bene dove voglia arrivare, e che per farlo calpesta la dottrina e straccia la stessa pastorale, che dovrebbe essere l’applicazione personale, sì, ma della dottrina; di questo atteggiamento, poi, rimangono vittime anche gli omosessuali cattolici che non vogliono essere assimilati al mondo LGBT e che non hanno problemi con la dottrina. Ma questo è ancora una volta dovuto alla enorme confusione della Chiesa di oggi, che non incultura più la propria dottrina al mondo di oggi, ma prende dal mondo e dai tempi di oggi i linguaggi e i fini, e quindi, nel caso concreto, accoglie non la persona omosessuale, non l’inclinazione omosessuale da sublimare e santificare, ma l’atto e soprattutto lo stile di vita e l’ideologia LGBT, che con la dottrina e la vita cattolica non possono in alcun modo entrare.

La Chiesa può avviare una riflessione sul rapporto con gli omosessuali alla ricerca di Dio? Ma questo lo può fare solo una Chiesa integra e salda, che non ha paura di presentare la dottrina nella sua interezza, nella sua delicatezza e carità quanto nella sua verità, e che pone alle persone omosessuali la chiara scelta di una vita cristiana coerente (come tutti i fedeli, omo ed eterosessuali, del resto, devono praticare) e il chiaro rifiuto dell’ideologia LGBT. E ciò è possibile solo con la vita di grazia, la preghiera, la ricezione dei sacramenti, in particolare Confessione e Comunione.

E a proposito della Comunione, ricordiamo il santo di oggi, 17 maggio, San Pasquale Baylon: umile pastorello spagnolo che visse nel XVI secolo travagliato dal protestantesimo, nonostante sapesse appena leggere, scrivere e far di conto, difese con estrema forza e vigore l’Eucaristia contro gli eretici luterani e soprattutto calvinisti, che in Francia dove si era recato, addirittura, quasi lo uccisero. Tanto da guardiano del gregge quanto poi da fratello laico e portinaio del suo convento, San Pasquale ebbe sempre un fortissimo amore per il Santissimo Sacramento (Che, per singolare dono divino, vide anche in visione, dono riservato a pochi santi), e perfino da morto, al suo funerale, al momento dell’elevazione si alzò dalla bara in onore del Signore!

Senza i sacramenti, segni e ordinanze di salvezza, non c’è vita di grazia, senza la Confessione e la Comunione la nostra anima, preda del peccato, muore, e all’opposto più ci nutriamo del Signore in essi, più vivremo meglio su questa terra e soprattutto potremo goderLo in Cielo; alla scuola di San Pasquale, con il suo esempio e la sua intercessione, ricorriamo ai sacramenti, Confessione e Comunione, soprattutto in questo anno, cinquecentenario della rivoluzione luterana (e rimaniamo forti nel dogma romano e sacrificale sull’Eucaristia, negato a suo tempo dai protestanti e oggi da sempre più teologi ed ecclesiastici) e centenario di Fatima (e a maggior ragione ricorriamo alla penitenza e alla Comunione riparatrice, come chiesto dalla Madonna ad altri tre umili pastorelli). E che i sacerdoti non abbiamo paura di ricordarlo e ribadirlo ai fedeli.  

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