04 maggio 2017

Resurrezione, di Fabrice Hadjaji


di Marco Parnaso

Dopo averci deliziato con la fede dei demoni il famoso autore Fabrice Hadjadj, che condensa in sé molte caratteristiche che ne fanno un unicum (è allo stesso tempo, ebreo di origine, arabo per cultura, ateo per formazione), passa ad analizzare la fede dei credenti nella sua ultima fatica, "Resurrezione ‘istruzioni per l’uso’" (il sottotitolo fa da contraltare ai manuali di morte che vengono seminati dalle legislazioni moderne, nascoste sotto un freddo linguaggio burocratico, in quanto istruzioni di vita) con il suo solito particolare stile letterario che si rivela fruttuoso per i tempi moderni. Infatti il filo conduttore dei suoi scritti riguarda come parlare di Dio nel mondo moderno in quanto le formule catechetiche classiche, oltre a non essere più comprese, non esauriscono il mistero che si vuole disvelare e di cui un parte rimane sempre velata.

Il libro affronta i racconti di Resurrezione i cui fatti o protagonisti vengono ri-attualizzati per rispondere alle domande che ci pone la post modernità.
Hadjadj ha la capacità di soffermarsi su particolari che passano davanti a chi legge il testo e di imbastire analisi e collegamenti di non facile immediatezza, ma che alla fine del discorso svelano un aspetto del mistero che la Parola vuole comunicare.
Il suo stile è vivace e tiene il lettore incollato come se si seguisse una indagine da detective e bisogna trovare gli indizi che i testimoni hanno disseminato.

A chi verrebbe in mente di associare le tre funzioni della moneta con le tre virtù teologali? A chi di considerare come più esecrabile la somma di denaro che il Sinedrio dà ai soldati romani, di cui non si parla mai? Nel caso di Giuda infatti si tradisce un mortale, mentre nel caso dei soldati “il denaro manifesta un maggior potere di fascinazione quando offre di tradire un resuscitato”: alla fine si tratta sempre di credere ironizza Hadjadj: non si tratta tanto di non credere nella Resurrezione, quanto di far credere al furto del cadavere!

D’altronde oggi non esistono donne mirofore, in quanto le comodità moderne ci hanno privato di questa preparazione e i nostri cari defunti vengono affidati agli specialisti del ‘thanatos’ che in cambio di denaro li manipolano senza amore. D’altronde una faccenda come la Resurrezione diventa seccante non solo per le imprese di pompe funebri, ma anche per vedove rimaritate o per gli eredi che attendono la spartizione dei beni.
E a proposito di eredità, si parla di nuovo testamento il cui testatore però è vivo!
Con un testamento il messaggio è pieno nella misura il cui l’autore è morto. Tutta la letteratura ha natura testamentaria perché si origina a partire dall’assenza dell’autore: solo quando l’autore non c’è più infatti entra a fare parte della letteratura!
Per questo il testamento di Gesù insiste sul suo messaggio perché in esso si trova Messaggero, in quanto la Risurrezione da sola non basta.

Il criterio di lettura per evitare brutte sorprese e di costruirsi idoli non è quello di leggere, ma di farsi leggere dal testo.
Parlando del sepolcro ‘quasi vuoto’ (infatti è stato lasciato il sudario) l’autore riprende un tema caro al mondo moderno e lo capolvolge: oggi è in voga la tesi che Dio si sia ritirato dal mondo per fare spazio all’uomo, con la conseguenza che affinchè l’uomo si sviluppi, il creatore deve finire per essere annientato; ma il limite di questa tesi è quella di metter il creatore sullo stesso piano della creatura.
Invece quando Dio fa posto, lo crea il posto. Il tutto diventa più chiaro con l’analogia delle viscere materne: nella gravidanza la madre fa posto nel suo corpo nutrendo il figlio, ma non si ritira: se il feto non vede la madre, e se può credere che non ci sia una madre, è perché tutto parla di lei, tutto è segno della sua presenza.

Il proseguo diventa una indagine da moderna serie TV in cui Maria Maddalena viene assunta come detective (ma non alla maniera di Edipo che conduce l’indagine per arrivare a scoprire che il criminale è lo stesso detective, ossia lui!), che ha il pregio di trascurare tutti gli indizi più flagranti: non solo non interroga, ma è lei a farsi interrogare ("Donna, perché piangi?") ma scambia il giardiniere (in realtà il custode del giardino, ossia del paradiso) per il sospettato numero 1: tuttavia accade nella vita una ‘vocazione’ per nome in cui la somma di tutti i propri errori le fa trovare la soluzione giusta e riconoscere … il colpevole … che invero è innocente!

Poi come un novello Tertulliano Hadjadj ama lanciarsi in nuovi paradossi: infatti mentre il frutto proibito poteva essere toccato, ma non mangiato, Gesù che è il pane vivo non deve essere toccato, ma invece mangiato per significare il capovolgimento dell’economia neo-testamentaria. Anzi il suo ‘noli me tangere’ diventa proprio la raccomandazione di essere preso in bocca come un bacio appassionato in cui i due amanti non si sfiorano e non di farsi consegnare nelle mani.

Un altro filo conduttore del libro è cercare di fare comprendere il problema dell’incarnazione ponendo tra le altre la domanda “Dove è il corpo del Risorto”? il cui cristiano dovrebbe intuire la risposta; in secondo luogo invece si cerca di comprendere i gesti compiuti dal Risorto.
Gesù risorto chiede da mangiare imbastendo una vera e propria teologia della tavola: “Il Risorto non si volatilizza, ma diventa qualcosa di solido, il pane quotidiano. Dopo essersi fatto carne, si fa cibo per rifare la nostra carne”.

Poi il protagonista soggetto e oggetto dell’indagine saluta con un semplice pace a voi, una espressione di uso quotidiano che equivale al nostro ‘Buongiorno!’ (che il saluto domenicale del vescovo di Roma non sia un ritorno alle origini mediante la ri-attualizzazione in chiave moderna delle parole del vangelo?)
Infine si torna a pescare dove tutto era cominciato, ma la realtà non è più come prima: lo straordinario irrompe nel quotidiano ed è questo uno dei cavalli di battaglia del filosofo Hadjadj: quella straordinarietà di una vita ordinaria che solo quando ci è privata se ne scopre il tesoro: un risvegliato da coma gioisce perché può mangiare, camminare e fare cose normali, perché ne è stato privato temporaneamente: il paradiso può attendere perché si può cominciare a viverlo nel tempo concesso.
Dalla mistica della carne alla mistica dell’ordinario ove sono ricomprese anche le faccende domestiche.

Entusiasmanti sono poi i ritratti degli apostoli: il loghia di Tommaso viene ritradotto dallo scrittore in “non credo se non ciò in cui metto il dito o meglio credo solo ciò che nella cui ferita posso frugare”. L’apostolo, assente all’inizio, sente che la gloria per essere vera non può consistere in un semplice miracolo ove le piaghe scompaiono. Nella gloria occorre che le piaghe restino aperte in modo che quei fori ci ricordino sempre le nostre colpe. 

Quindi non più un semplice rimanere nella gioia - tipica di chi ha incontrato il Risorto - ma che le piaghe rimangano e io ne muoia di vergogna!

Commovente invece il capitolo dedicato a Pietro e non solo a motivo del triplice rinnegamento. Dopo un leggero excursus del curriculum di Pietro, che fa sempre il contrario di quanto detto da Gesù pensando di fare la sua Parola, il principe degli Apostoli scopre finalmente il motivo della sua elezione: la gioia di sentirsi indegno. La scoperta di questa umiltà (non sono io a dare la vita per Dio, ma è Dio a donare la sua vita per lui) avviene con un capovolgimento. Non è che Pietro poi ubbidisce: egli continua a disubbidire ma avendo a cura i fratelli. Infatti quando Gesù dopo la triplice confessione gli ordina ‘seguimi’ lui si volta indietro perché chiede dell’altro discepolo. Finalmente capisce di non essere stato scelto perché è il più bravo, ma si preoccupa ormai dei suoi fratelli e ciò lo rende degno di essere il suo vicario in terra.

L’arco delle apparizioni si chiude con le tre degli atti degli apostoli, che non solo mancano di quella quotidianità e familiarità tipica di prima della Pentecoste, ma mettono in correlazione i tre soggetti beneficiari delle apparizioni: il cui fine è l’incontro, impossibile sul piano orizzontale, tra il persecutore Saulo e il perseguitato Stefano, mediato da Anania.

Molti altri spunti si trovano per l’uomo moderno nel manualetto ed ognuno può riconoscersi in tante situazioni rappresentate; ma il fine con cui si è cimentato con i testi di Risurrezione non è stato per parlare delle cose del cielo, ma delle cose della terra, in quanto il cristiano è un uomo che deve avere i propri piedi, ossia le proprie radici piantate in cielo.
La frase della quarta di copertina racchiude la cifra di questo sforzo: “L’ultima lezione del Verbo Incarnato è stata di rifare gesti semplici e con ciò insegnare ai discepoli a non vedere più lui, ma a vedere ogni cosa in Lui”.

 

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