14 giugno 2017

E' tornato don Camillo/10. Il Natale di "tutti"

di Samuele Pinna
Marco Bonni era un porco di prima categoria e un balordo malvagio. Aveva la testa piena delle confusioni filosofiche marxiste, quell’anticlericalismo esacerbato che lo rendevano odioso alle persone di buonsenso e quel modo di fare borioso che infastidiva anche coloro che erano abituati a sopportare nella vita le disgrazie più disgraziate. Rendendosi conto, in un raro momento di lucidità, che un comunista come si deve non poteva avere un conto in banca da capogiro come il suo e servirsi di tutte le comodità capitalistiche, Marco Bonni decise di diventare ancor più radicale.

L’unica cosa sana fatta nella vita, perché in realtà era una brutta bestia disonesta e arrogante, era quella di aver sposato una brava ragazza, cattolica all’anagrafe, che era costretta a esercitare la sua fede nel nascondimento, evitando con cura ogni riferimento religioso, se non voleva sentire in risposta una fila di bestemmie inanellate da suo marito con cattiveria inusitata.

Se la sua donna avrebbe desiderato la benedizione della casa, Marco Bonni non era proprio dell’idea e quando arrivò la busta della Parrocchia con gli auguri dei sacerdoti e l’indicazione della data della loro visita, tirò giù una bestemmia talmente grossa e articolata che sua moglie si segnò impaurita. Accortosi della cosa le rifilò due ceffoni e, continuando una serie di imprecazioni disgustose, si mise al lavoro per controbattere, in nome della libertà, della uguaglianza e della fraternità, all’avanza clericale che voleva entrare nei confini sacri della sua casa.

Dopo pochi minuti in cui affaticò la poca materia grigia presente nella sua zucca vuota, Marco Bonni aveva tra le mani uno scritto che andò ad appiccicare fuori dalla porta, soddisfatto di se stesso e del progresso di pace stipulato in solitudine ben visibile sul foglio. Il povero pretone era giunto lì, a casa di quel cretino patentato, ormai a sera inoltrata: era l’ultima abitazione e iniziava a sentire la stanchezza vuoi per il freddo vuoi per le ore in giro nelle case: sì, accoglienti, ma pure molto riscaldate, creando quel fastidioso caldo-freddo nelle ossa. Quando don Camillo redivivo era stanco diventava suscettibile, meno incline cioè a porgere l’altra guancia. Sicché, bastava poco per fargli venire la mosca al naso, come in quel caso malaugurato. Si trovava davanti alla abitazione del “Signor Bonni”, come recava la targhetta, e dovette rileggere più volte quel cartello appeso fuori dalla porta: stava lì a rimirarlo inebetito come se l’avessero colpito al cuore. Il foglio attaccato era ovviamente quello stilato da Marco Bonni, pieno di insulti non verso il Natale, ribattezzato come festa laica, ma contro la Chiesa in generale, che si era impossessata di tale festività, e i preti in particolare, che si fregiavano di ciò.

La Chiesa, come ogni buon cattolico sa, non è la somma dei sacerdoti e dei vescovi, ma l’insieme dei salvati, ossia di tutti i battezzati presenti nel mondo uniti a quelli già approdati alla terra della promessa.

Don Camillo redivivo, senza pensarci troppo, suonò il campanello, ma per fortuna aprì la moglie del Bonni, la quale rimase per un attimo colpita dalla figura dinnanzi alla porta nonché molto meravigliata.
«Chi è il gran letterato che ha scritto questa porcheria?», domandò minaccioso il pretone di città.
«Reverendo, mi scusi, mi scusi davvero tanto. È stato mio marito e se la trova qui si rischia il finimondo… Non se la prenda, Reverendo, anzi se può ci perdoni e ci benedica col cuore».
A quelle parole il Reverendo non poteva che arrendersi e augurando un felice Natale girò veloce i tacchi e fece per andar via: come si poteva infatti protestare con una poveretta tanto arresa.
“Disgraziata lo è di sicuro”, pensò don Augusto, “come altrimenti una persona normale poteva spostare un imbecille come il Signor Bonni”.

La dea bendata aveva permesso a don Augusto di ritrovarsi davanti la Signora e non il Signor Bonni, ma siccome la fortuna non esiste, ecco che mentre il pretone stava per andarsene fu colpito da una mitragliata di improperi che provenivano dalla casa alle spalle e precisamente da una persona che giungeva lesta sull’uscio.
«Non sa leggere… cosa ha suonato a fare… lei è…».
Siccome sarebbe impossibile trascrivere quelle parole, ci basti il concetto sintetico: un insulto dietro l’altro al povero prete e a quanto rappresentava e in conclusione il seguente pindarico ragionamento, ovviamente depurato dalle bestemmie usate come ripetuto intercalare:
«Il Natale è di tutti e non di voialtri maledetti preti! Tutti lo possono celebrare! La maggior parte delle canzoni e dei film che celebrano il Natale non li citano nemmeno, Dio o Gesù. Babbo Natale non controlla le assenze o le presenze di un bambino in chiesa per capire se merita o meno un regalo. È un giudice dalla fibra morale assolutamente laica. Dire che i laici offendono lo spirito del Natale è come dire che due uomini che si sposano infangano l’istituzione del matrimonio. Perché il modo in cui io celebro il Natale non offende nessuno! Voi preti siete il vero oltraggio per l’umanità. I cristiani offesi dalla mia festività laica diranno di sicuro che mi sto privando di una gioia più grande, che viene dall’accettare Gesù nel proprio cuore. Ma io non sto togliendo a nessuno il diritto di andare in chiesa o fare il Presepe, cose entrambi inutili. Tutto quello di cui ho bisogno per celebrare il Natale è un albero, dolci, panettone, spumante e persone a cui voglio bene, e qualche regalo da consegnare e da ricevere…».

«Guardi», rispose calmo don Augusto, «lei non offende nessuno a celebrare quello che crede, è un problema suo. Nessun cristiano, poi, si offende dinnanzi al suo Natale laico e più che a venirgli a raccontare che lei si perde la gioia più grande (il che è vero!), forse le dovrebbero ricordare che il suo festeggiamento non ha senso, a prescindere che questo sia raccontato o meno nei lungometraggi e nelle canzoni: il Natale non ricorda la nascita di un bambino, ma di quel Bambino che è il Salvatore. È questione di coerenza logica: se lei non crede che quel Bambino è il Salvatore non dovrebbe neppure festeggiare un bel niente, che è quello in cui crede. Il suo modo di celebrare il Natale è paragonabile a quello dell’asino e del bue, che, vicini anch’essi al Salvatore, vedono senza capire, ascoltano le voci degli angeli senza commuoversi, e prendono occasione del trambusto solo per mangiare di più.

La questione non è avere pretese laiciste, bensì capire il senso delle cose. Non bisogna certo dire che due uomini che si sposano infangano l’istituzione del Matrimonio, perché il loro non è un vero Matrimonio: questo c’è solo tra un uomo e una donna, che così divengono famiglia aperta alla vita, base logica e naturalissima per il proseguimento della civiltà sulla terra. Non è una questione di offesa, ma di buonsenso, dando a ciascuna cosa il suo nome. Se si cambiano i nomi alle realtà si vive in una babele senza senso. Se lei non crede nel Bambinello Salvatore non potrà mai celebrare il Natale, festeggerà in quel giorno qualcosa d’altro e chiamarlo appunto Natale è assurdo e sbagliato. La nascita che si ricorda infatti è quella di Gesù Cristo, non di altri e la si commemora non perché è la nascita di un uomo grande agli occhi della storia, ma perché quest’uomo è anche Dio. Allo stesso tempo, se vuole contrarre Matrimonio c’è bisogno di un uomo e di una donna, altrimenti fa qualcosa d’altro, che deve essere chiamato con altro nome e non importa che la Legge di qualche Stato forsennato lo definisca impropriamente in questo modo. Detto ciò, a motivo della pace, del rispetto altrui e della concordia tra i popoli conviene che tolga quell’orrendo e blasfemo cartello!».

La moglie di Marco Bonni aveva annuito a quelle parole e per questo si era preso uno sberlone del marito, del resto è sempre così: coloro che infangano gli altri di oscurantismo, di intolleranza o di omofobia e tutte queste altre cosette affini alla fine sono quelli che predicano la pace con la guerra, con parole infocate e con gesti scellerati.
Il pretone sarebbe stato al suo posto dinnanzi agli insulti, diretti invero più che altro a Nostro Signore, il quale si offende meno, essendo misericordioso (e, ovviamente, molto più del nostro don Augusto), ma non si trattenne davanti al gesto manesco nei confronti di quella povera donna.
Afferrò, pertanto, Marco Bonni per il bavero lo spazzolò un pochino e, dopo avergli assestato due sganassoni, preso il foglio appeso sulla porta lo fece ingurgitare al bestemmiatore che dovette interrompere le sue litanie sacrileghe. Un calcio ben piantato nel di dietro rispedì il padrone di casa in fondo al suo corridoio. Parve al pretone sentire la moglie sussurrargli un “grazie”.

Don Camillo redivivo sulla via del ritorno attivò il cervello riflettendo fortemente sulle parole di Gesù: non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione. Rincasando si accorse di avere in giro ancora i vecchi Informatori Parrocchiali tirati fuori qualche giorno prima. Si mise, benché stanco morto, a rimettere in ordine, ma gli capitò tra le mani ancora uno scritto di don Giacomo che diceva:

«Una voce sibila dentro di me: questi sono i vaneggiamenti di un prete che tutto sommato vuol scaricare sugli altri i suoi compiti più faticosi; che in fondo in fondo non ha tanto voglia di cominciare il giro della benedizione delle case e vorrebbe passarlo ai Cherubini; che invoca l’intervento degli abitatori del cielo, perché non spera più di farcela da solo a sfondare il muro di indifferenza, di distrazione, di insensibilità che sembra pararsi davanti a chi porta agli uomini la “buona notizia”, la più buona notizia che si possa ascoltare.
Non è vero. È una voce maligna»
.

S’interruppe nella lettura, se non era riuscito a sfondare il muro di indifferenza, di distrazione, di insensibilità aveva sfondato almeno le terga di quel senzadio. Nonostante questo rasserenante pensiero, il suo cuore era pieno di malinconia, non tanto per la mancanza di fede registrata, quanto per la carenza di ragione degli uomini del suo tempo, che cambiano i nomi alle cose e le piegano ai loro interessi, che si fanno paladini di pace mediante parole violente, che rispettano tutti tranne quelli che li contraddicono con esatti ragionamenti, insultandoli e perseguitandoli. Non si pentì di aver bistrattato Marco Bonni. Sapeva di essere un prete sanguigno che non poteva accettare i maltrattamenti sui piccoli: donne, bambini, disabili, anziani o chicchessia. Si rammaricò ancora della perdita sia della ragione sia, di conseguenza, di una fede genuina. Ridestato da questi pensieri, continuò a leggere e arrivò alla fine dell’articolo:
«Sta di fatto che anche quest’anno, invece degli angeli, passeranno per le vostre case, come segni della gioia natalizia e della pace, dei poveri preti stanchi, dalle parole antiche e dai gesti consueti.
Cercate di vedervi voi degli annunciatori di Dio e, come pastori entusiasti, non indugiate ad andare alla Capanna
».

“Poveri preti stanchi”, don Augusto ripeté quelle parole riconoscendovisi, poi sospirò, per fortuna, nonostante tutto, poteva aspirare anche a essere un povero annunciatore di Dio: il vero Natale, con buona pace di tutti quelli della risma di Marco Bonni, non è incartato. Il vero Natale è Incarnato.

 

1 commento :

  1. Grazie Samuele, sono racconti utili per la vita di tutti i giorni, sta a ciascuno di noi, raccogliere gli spunti di catechesi e morale. Sono molto utili.

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