07 giugno 2017

E' tornato don Camillo/9. Benedizione delle case

di Samuele Pinna

(Omaggio al cardinal Giacomo Biffi)

Don Augusto pensò come il Natale ormai era alle porte, ma c’era ancora del lavoro da sbrigare. Per caso si ritrovò davanti a uno scatolone di scartoffie vecchie e si mise a sfogliare qualche carta all’interno. Incuriosito da un vecchio Bollettino Parrocchiale iniziò a leggere un articolo che trattava delle “benedizioni di Natale”, ed era esattamente il titolo del trafiletto a firma del Parroco di allora don Giacomo.
«È la preparazione rituale del mistero natalizio, quasi la raffigurazione di Colui che nascendo ha voluto far visita a tutti gli uomini, mescolandosi alla loro vita. Ed è una gioia per un sacerdote. Una gioia che ti rompe le gambe e ti fa venire la palpitazione, ma sempre una gioia. La gioia di salutare, di benedire, di ascoltare, di portare la presenza del Signore in tutti gli angoli della nostra immensa Parrocchia. Accogliamoli bene questi sacerdoti che bussano a tutti gli usci, che suonano tutti i campanelli: sono un piccolo importantissimo segno. Il segno che la nostra vita non è fatta soltanto di lavoro, di cibo, di tasse, di televisione e di dottori della mutua: c’è qualche altra cosa, come è venuto a farci sapere quel Bambino che tanto tempo fa è nato in una capanna», il pretone di città lesse ad alta voce come se lo stesse declamando a un vasto pubblico, mentre in realtà era solo nella stanza.

Ne sfogliò un altro in cui si soffermò su qualche passaggio: si intitolava Di casa in casa sempre a firma di don Giacomo. Il saggio Parroco confidava qui alcuni dei pensieri, un po’ seri, un po’ birichini, che gli danzavano nella mente durante questa lieta e faticosa peregrinazione. Il primo “ostacolo” delle benedizioni natalizie erano i famigerati gradini. «Quanti gradini ho visto!», iniziò a leggere con interesse don Augusto che con il testone confermava in un assenso completo le parole dell’articolo, «Di tutte le qualità: di marmo, di pietra, di legno. Gradini lucenti come quelli della scala del Paradiso e insidiosi come quelli dell’inferno; gradini sbrecciati o dondolanti. Dopo che ne hai fatti diverse migliaia, i gradini diventano i tuoi nemici personali e cominci a sognare un mondo tutto in pianura, tutto fatto di piani terreni. E c’è sempre qualche brava donna, piena di fede, che ti vuole a tutti i costi portare al piano di sopra a benedire la stanza del figlio “che ne ha tanto bisogno”!».

Poi la bellezza delle case e i ninnoli in essa contenuti, e don Camillo redivivo fu assorto nella lettura:

«È una soddisfazione vedere come in questi anni le case della nostra gente si siano fatte tutte più belle, più accoglienti, più umane. Case senza dubbio nelle quali si vive meglio, anche se non si soffre di meno. In ogni casa si vede o si intravede una pena: tra gli elettrodomestici non hanno ancora inventato quello che tiene lontano il dolore e dà la felicità. È curioso notare le oscillazioni della moda dei ninnoli che adornano gli appartamenti. Una decina di anni fa ci fu una invasione di donne africane (qualcuna la si vede ancora appesa alle pareti), tutte poco abituate ai vestiti nonostante che il nostro clima non sia quello del Congo. Poi vennero i tori di pezza, neri e furiosi. Infine il Papa Giovanni, in tutte le fogge e in tutte le misure, ma sempre col suo cordiale sorriso di contadino lombardo che ha incantato il mondo. In tutte le case egli ricorda, in un mondo che sembra diventato allergico al sacro, il nostro bisogno di Dio e la nostra sete di bontà».

Don Augusto continuò a concentrarsi nella lettura di quelle pagine e si consolò con le parole seguenti, dove si affermava che le benedizioni diventano davvero una festa quando si incontrano i bimbetti portatori innati di gioia.

«Entrare in una casa dove ci sono dei bambini è una festa. Ti guardano stupiti e sognanti, strizzando gli occhi allo spruzzo d’acqua benedetta. Si vede subito che sono i re della famiglia. Talvolta sono intenti ai loro giochi o alla televisione, e continuano imperterriti, senza che la mammina o la nonnina senta la necessità di far assumere una posizione più rispettosa nei confronti del sacerdote che sta pregando anche per loro: si vede che educare è troppo faticoso e tanti ormai ci hanno rinunciato».

Il pretone sorrise a quelle parole così lucide e ironiche e si buttò a capofitto nel resto di quella lettura, molto proficua, e che gli riaccese il buonumore e gli scaldò un poco il cuore.
«È un’usanza sacrosanta di esprimere la propria gratitudine per la benedizione con una offerta, assolutamente libera e spontanea. Qualcuno, appena il sacerdote entra in casa, scompare subito alla ricerca di qualche moneta tenuta nascosta nei segreti forzieri, senza curarsi affatto della preghiera che viene pronunciata in quel momento. Sembra quasi dar l’impressione che, a suo giudizio, il sacerdote sia un mendicante di lusso venuto solo per raccogliere soldi. Se fosse così, rinunceremmo subito a benedire le case: la fatica non sarebbe proporzionata».

Rise di gusto, figurandosi qualche scena, quando arrivò al punto in cui si parlava dei cani e dei gatti:
«Un accenno a parte meritano i cani, questi fedeli e rumorosi amici dell’uomo. C’è chi ti salta festosamente addosso e pensa che sei venuto apposta per giocare con lui. Ma i più abbaiano, ringhiano, mostrano i denti, mentre i loro padroni sorridendo dichiarano che è un angelo di cane che non ha mai fatto male a una mosca. Sono bestie simpatiche, lo so, ma più che amici dell’uomo in genere, mi sembrano amici dei loro padroni, perciò una certa inquietudine la lasciano sempre. Tutto sommato, per chi va a benedire, meglio i gatti, i quali al massimo si limitano a protestare silenziosamente, scappando se l’acqua benedetta arriva fino a loro».

Nelle case per fortuna sono ancora presenti i Presepi, che ci ricordano il vero senso del Natale:
«Che bello vedere l’angolo del Presepio, che dà il tono natalizio e illumina tutta l’abitazione! Il Presepio riesce ancora a richiamare efficacemente alla mente l’idea, in quest’epoca di Natali stipati di panettoni, di spumanti, di regali, che all’origine della nostra letizia di questi giorni sta il grande dono che Dio ha fatto agli uomini: il Figlio suo nato nella povertà di una stalla, per la salvezza di questo mondo rissoso e sgangherato».

Sì, il Presepio, questa antica e poetica usanza delle genti italiane, che prodigiosamente riesce ancora a prosperare in una società prosaica e funzionale come la nostra, ci ricorda plasticamente il significato profondo del Natale. Purtroppo qualcuno se n’è dimenticato e altri, peggio, vogliono a tutti costi trovarne un senso differente. Sì, potrà sembrare ridicolo o ideologico fino al midollo, ma la realtà spesso supera persino la fantasia. Quel pretone là dai modi bruschi eppure capace di commuoversi e far commuovere si imbatté proprio in una tragica vicenda. Ma questa è un’altra storia. Per ora basti ricordare la bellezza del gesto in cui si accoglie con gioia la benedizione del Signore: tanta gente piena di fede aspetta con trepidazione il passaggio del sacerdote, che benedice in nomine Domini i muri dell’abitazione con annesse le persone che vi abitano. Non viene a stringere solo mani né a dire parole di consolazione e di pace. Il prete non è lì per dare soltanto una generica benedizione alle famiglie (basterebbero quelle che si ricevono in chiesa alla fine di ogni santa Messa). Il presbitero va di casa in casa per benedire le abitazioni con l’acqua santa! Viene cioè a benedire con l’acqua benedetta i luoghi in cui si vive, purificandoli dal maligno che si insinua in ogni dove. Forse sono visioni un poco arcaiche e incomprensibili per chi non crede se non in ciò che è scientificamente evidente, ossia materiale, e tralascia noncurante tutta la sfera spirituale, come molti cristiani di oggi. Ma, anche in questo caso, lo sforzo di benedire tutte le case della Parrocchia non varrebbe per il risultato: il Signore si è incarnato per liberarci dal male. Qualcuno potrebbe obiettare che il “segno” sta nel raggiunge tutti i fedeli, una Chiesa quindi in uscita. Se questo è vero e sacrosanto lo è altrettanto il fatto che il prete non porta se stesso né, idealmente, la sua comunità, ma un messaggio che non si riduce a una persona o a un gruppo. Il sacerdote porta, nella concretezza di un’acqua che non è più semplicemente solo acqua, la benedizione, il dire bene di Dio nella vita e nella casa di tutti i parrocchiani, sfidando – per vincerlo – quel male che ammorba l’anima di ogni uomo.

“Siano benedette le benedizioni”, sospirò don Augusto preparandosi e intuendo la solita strapazzata fisica per raggiungere ogni fedele, ma anche un poco di gioia nel poter incontrare le sue predilette pecorelle!
 

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