20 giugno 2017

La generazione delle ciambelle

di Paolo Spaziani
“La generazione delle ciambelle”, “La sindrome del bravo ragazzo”, questi i titoli di due articoli apparsi nelle scorse settimane sui siti ”Religione en Libertad” e “The Catholic Thing”, legati dallo stesso filo conduttore, ovvero l’irrilevanza di buona parte del mondo cattolico che, intriso di relativismo, si preoccupa esclusivamente di essere ben voluto e ben visto.

Nel suo articolo Monsignor Antonio Gomez Cantero, Vescovo spagnolo, colpisce nel segno evidenziando come “… anche noi cristiani partecipiamo al banchetto preparato dalla maggioranza schiacciante. A forza di cedere, per piangere con chi piange e per ridere con chi ride, stiamo perdendo la nostra originalità e la nostra freschezza evangelica”.

Parole inequivocabili quelle di Monsignor Cantero che considera la manipolazione del linguaggio come la nuova torre di Babele che intende costruire una nuova società perfetta che non comunica, ma confonde, con lo scopo di eliminare le tracce di Dio. “Cosa pretendere se l’eutanasia viene definita dolce morte? Quando diciamo interruzione volontaria di gravidanza perché non vogliamo dire aborto?"

Secondo Monsignor Cantero “tanta edulcorazione del linguaggio, per non urtare la sensibilità, sta generando una umanità manipolabile, una folla enorme che forma la generazione delle ciambelle, ossia molle, senza spigoli, dolce,flaccida e senza un riferimento (…) perché il problema fondamentale della nostra società è trovare e rispettare un accordo. Preferiamo la filosofia dell’insalata mista, condita con un po’ di tutto, realizzata senza alcun logica, dove tutto vale (…) e in nessuno modo si può dire che un ingrediente è meglio di un altro o che ha più valore nutritivo”. Un vero e proprio menù relativista quello descritto da Monsignor Cantero che, passando dal contorno fino al dolce, denuncia la mancanza di coraggio di parte del mondo cattolico che ha preferito annegare nel mare della maggioranza.

Dello stesso tenore sono le parole del professore James Toner che, nell’articolo apparso su “The Catholic Thing”, parla dei “bravi ragazzi” e delle persone “per bene” evidenziando come per la mentalità odierna l’uomo per bene sia tollerante, sincero, una persona normale e semplice. Toner, citando l’opera di Robert Bolt su Tommaso Moro, evidenzia come quest’ultimo, parlando del suo carceriere, esclami: “Oh Buon Gesù, questi normali e semplici uomini!”.

Secondo Toner “…i bravi ragazzi, questi normali e semplici uomini, hanno commesso e possono commettere un grande male a causa dell’apatia nel cercare la verità e quindi di perseguirla. La verità obbliga. Conoscere la verità chiede di agire nella verità, di “fare la verità (Giacomo 1,22)”. Se essere un uomo per bene, prosegue Toner, significa che dobbiamo essere annacquati o apatici nel conoscere e servire la verità, allora dobbiamo essere i più scortesi e indigesti possibili. La nozione per cui non c’è una verità o, se c’è, non è conoscibile è il principio cardine del relativismo morale tanto amato dai bravi ragazzi di oggi che rifuggono dall’idea di ammonire i peccatori (Luca 17,3)”. Il problema è che questi bravi e sorridenti ragazzi non sono uno sparuto gruppo in via di estinzione, bensì sono innumerevoli e si possono trovare ovunque: “in Parlamento, sui pulpiti, nelle cancellerie, nelle università, nella piazza pubblica e nei sinodi religiosi”.

Toner tocca un punto fondamentale quando precisa che “…se non mi struggo per la verità – per la sua certezza in Cristo - allora non mi devo preoccupare di perseguirla (…), rischiando di alienare quelle persone che mi vedono come un bravo ragazzo”.

Seguendo, o ancora peggio, identificandoci con questi bravi ragazzi il rischio è appunto quello di essere accompagnati da queste persone per bene nel burrone dell’irrilevanza e del relativismo. Le retorica buonista propone quotidianamente casi, che secondo alcuni dovrebbero essere degli esempi, di persone per bene che in nome del quieto vivere e del consenso non dicono mai una parola fuori posto. “L’aderenza alla verità, scrive Toner, potrebbe significare che il mondo ci odi (Matteo 10,22) e che, orribile a dirsi, non si venga annoverati tra i bravi ragazzi”. Un rischio che Chesterton, citato da Toner, aveva già abbondantemente preventivato, osservando che i cristiani non sono abbastanza odiati dal mondo. Troppo spesso, secondo Chesterton, siamo dei bravi ragazzi. Aiutiamoci, dunque, a rimanere saldi nella verità, rifuggendo ogni tentazione di cadere in quel seducente perbenismo anche costo di mettere a repentaglio alcuni rapporti, perché, come ha detto San Tommaso d’Aquino, “chi dice la verità perde le amicizie”.  

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