01 giugno 2017

L’amore riparatore del Sacro Cuore di Gesù


di Roberto De Albentiis

Finito il mese di maggio, dedicato tradizionalmente alla Madonna, inizia quello di giugno, dedicato al Sacro Cuore di Gesù: sembra quasi che proprio Sua Madre, attraverso un mese, ci voglia preparare a vivere bene un altro mese in compagnia di Suo Figlio; del resto, come il messaggio di Fatima, in questo anno centenario, insegna, le devozioni ai Sacri Cuori di Gesù e Maria sono intimamente e strettamente connesse, come sono connesse quelle al Sacro Cuore e alla Divina Misericordia
“Dio è amore”, come si legge nella prima lettera dell’Evangelista Giovanni (e questa frase sarà poi citata nella famosa enciclica di Papa Benedetto XVI “Deus Charitas est”), dell’amore che Lo ha spinto a sacrificare Gesù (e a far partecipare Maria, innocente, alle sofferenze del Figlio) sulla Croce per noi uomini, che il più delle volte rispondiamo con indifferenza, freddezza, odio. Per riparare l’offesa primigenia che i Progenitori fecero al Padre e poi in subordine tutte le altre offese, passate, presenti e future, degli uomini, Gesù ha accettato di soffrire la Passione, e allo stesso modo così noi dovremmo avere una devozione riparatrice per alleviare le sofferenze di Gesù e del Suo sacro e addolorato Cuore, Cuore che tanto ha amato e ama gli uomini e che nulla per loro ha risparmiato, come si legge dagli scritti di Santa Margherita Maria Alacoque, la veggente del Sacro Cuore.
La devozione al Sacro Cuore si struttura nel XVI e XVII secolo, un periodo in cui l’eresia calvinista e l’eterodossia giansenista avevano raffreddato gli animi degli uomini, confusi tanto dalla mollezza di alcuni teologi lassisti e probabilisti quanto dalle durezze e dalle asprezze dei discepoli di Calvino e Giansenio, e proprio Gesù, apparendo ad una umile suora visitandina, volle mostrare non solo l’errore di questi pensieri teologici travisati, ma soprattutto volle ribadire il Suo immenso amore per noi, offrendoci un segno visibile di ciò (l’immagine del Cuore) e i mezzi per comprenderlo (la preghiera e i sacramenti); ma tra gli anticipatori del culto al Sacro Cuore troviamo Santa Brigida di Svezia, Santa Matilde di Helfta, Sant’Antonio di Padova, San Francesco d’Assisi, Sant’Agostino d’Ippona, in un vero e proprio fiume carsico che troverà il suo sbocco in Santa Margherita Maria, ma che, se ci pensiamo bene, ha una evidentissima origine biblica: l’episodio, descritto ancora da Giovanni, nel suo Vangelo, del soldato che, con la lancia, squarcia il Cuore di Gesù morto sulla Croce, da Cui escono sangue ed acqua, simboli dei Sacramenti.
La devozione al Sacro Cuore conobbe uno straordinario sviluppo nei secoli a venire, incontrando il favore dei Papi, di tanti sacerdoti, di numerosi santi e beati, delle semplici masse di fedeli, tanto che un sicuro indizio di fede cattolica è dato proprio, in una casa, dalla presenza di un’immagine del Sacro Cuore, magari intronizzata; di recente, poi, ha avuto un nuovo impulso con la parallela devozione alla Divina Misericordia, iniziata con Santa Faustina Kowalska e diffusa da San Giovanni Paolo II, in cui Gesù chiede di riparare gli oltraggi che riceve con la fiducia nella Sua Divina Misericordia (fuoriuscente dal Suo Cuore come sangue ed acqua), la penitenza, la confessione e la comunione riparatrice.
Inutile dire che, negli ultimi cinquant’anni, la devozione al Sacro Cuore, per le sue caratteristiche molto poco politicamente corrette (tanto gli insorgenti vandeani e carlisti quanto i cristeros, le milizie cattoliche nella Guerra Civile spagnola e le formazioni politiche cattoliche integriste francesi e belghe avevano il Sacro Cuore come loro simbolo) e soprattutto per gli accenni che si fanno al peccato e alla necessaria espiazione, ha conosciuto un lento ma inesorabile declino: chi sente più parlare di primi venerdì (salvo da qualche singolo bravo sacerdote), soprattutto della confessione e comunione riparatrice, in una Chiesa che scambia sempre più la confessione per una chiacchierata o una seduta psicologica e che tende a livellare e abolire certi peccati? Chi sente più appelli accorati allo smettere di offendere Dio con il peccato, tanto personale quanto sociale? Davvero, con San Francesco d’Assisi, potremmo dire che l’“Amore non è amato” (l’amore vero, quello della Croce, non la sdolcinata melassa sentimentalista e magari arcobaleno odierna), e sempre per citare un’altra santa francescana, Angela da Foligno, dovremmo ricordarci che Gesù non ci ha “amati per ischerzo”, e il Suo Cuore, “ripieno di obbrobri”, coronato dalle spine e soprattutto ferito dalla lancia, sta a mostrarcelo. In una visione, un’altra santa francescana, la mistica cappuccina Veronica Giuliani, vide che Gesù prendeva il suo cuore e lo spremeva fino a far fuoriuscire del pus: il cuore di una santa monaca di clausura, veggente e stimmatizzata, aveva ancora del pus! E di noi, dei nostri miseri cuori, che dovremmo dire? Non illudiamoci, l’amore di Dio e per Dio è esigente, non ha niente di debole o smielato: basti pensare ad una delle ultime grandi mistiche cattoliche, la beata Madre Speranza, che mai smise l’abito religioso nero e mai interruppe il digiuno e la penitenza, e che volle fondare un santuario e una famiglia dedicata all’Amore Misericordioso, di Cui volle diffondere l’immagine: l’immagine di Gesù, sulla Croce, con il Cuore in vista. Amore, confessione, cessazione ed espiazione del peccato, comunione, sono un tutt’uno che niente e nessuno, foss’anche la più alta autorità politica o spirituale sulla terra, può separare.
Pensiamo a ciò che dice l’Apostolo Paolo ai colossesi, ai filippesi e ai romani, partecipare alle sofferenze di Cristo, quindi consolarLo di quelle arrecateGli dagli altri e soprattutto da noi, pensiamo a non più offenderLo con il nostro peccato, dimostriamoGli un po’ del nostro amore per Lui confessandoci e comunicandoci: a tutti, un buon mese di giugno, da passare in compagnia del Sacro Cuore!
 

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