13 giugno 2017

Tradizione. I 13 cavalli di Isernia per Sant'Antonio

di Alfredo Incollingo

In onore di Sant'Antonio da Padova, a Isernia, l'omonima confraternita dal 1781 presiede all'organizzazione della tradizionale processione dei 13 cavalli, fatti sfilare per le principali vie della città. Nulla è lasciato al caso perché sia il numero sia l'animale sono legati alla vita del santo portoghese. Il 13 è la data di morte del santo e 13 sono i giorni di preparazione per celebrare la memoria liturgica di Sant'Antonio, le “Tredicine”. Il cavallo richiama invece il miracolo più celebre del frate lusitano, che vide come protagonista questo animale e, in altre versioni della storia, una mula. Chi era Sant'Antonio da Padova? Visse nel tumultuoso XIII secolo, quando l'ascesa delle monarchie nazionali stava mettendo in discussione l'ordine politico dell'epoca e una profonda crisi spirituale minacciava la solidità della Chiesa cattolica. Oltre al lassismo clericale, sul cattolicesimo gravavano diversi gruppi ereticali che raccoglievano ampi consensi tra la popolazione più povera. Era naturale che i “cafoni” provassero disprezzo per la cupidigia dei sacerdoti e del clero altolocato. E poi, che fine aveva fatto il Vangelo e la Chiesa di Cristo in mano ai potentati laici? La Chiesa cattolica non se la passava molto bene ed era necessaria l'opera riformatrice di santi uomini per salvarla. Dio vede e provvede, si dice, e così fu. A sfidare i chierici lestofanti e gli eretici più incalliti ci fu Sant'Antonio da Padova, al secolo Fernando de Bulhoes.

Non è un caso se il teologo e frate spagnolo è definito il “Martello degli Eretici” per il suo zelo nell'arginare l'eresia e la simonia. Proveniva da una ricca famiglia portoghese e i suoi natali si collocano intorno al 1195 a Lisbona. Conobbe San Francesco d'Assisi e rimase scioccato dalla sua personalità a tal punto da abbandonare tutti i suoi agi e seguirlo. Volle predicare il Vangelo, come quei frati francescani che imperterriti cercavano di convertire gli infedeli nonostante le ingiurie e le violenze. Dopo aver preso l'abito monacale a Coimbra, nel 1219 venne inviato in Marocco per convertire i musulmani. Le persecuzioni non dissuasero i missionari dal continuare l'apostolato e, nonostante gli arresti e le torture, continuarono con animo sempre più forte. Sant'Antonio frequentò e seguì personalmente San Francesco e l'assinate ricambiò l'ammirazione del confratello. Lo colpì molto la sua erudizione e la sua pregevole retorica, capace di penetrare negli animi degli uditori, convincendoli della verità evangelica. Venne quindi trasferito a Bologna e qui approfondì i suoi studi di teologia per essere inviato poi nella Francia meridionale per arginare l'avanzata dei catari. Disputava pubblicamente con gli eresiarchi, dimostrando le falsità da loro predicate. La sua santità lo precedeva dovunque andasse e numerosi miracoli provavano il suo essere gradito a Dio. Nel 1222 Antonio era a Rimini: qui la locale comunità catara disprezzava a tal punto il santo da ingiuriarlo in pubblico. Di fronte al rifiuto di ascoltarlo, il frate iniziò a predicare ai pesci i quali miracolosamente si radunarono intorno a lui per ascoltarlo. Un cataro osteggiava più di tutti Sant'Antonio arrivando a sfidarlo: doveva provare che l'ostia consacrata fosse il Corpo reale di Cristo. Chiuse una mula (o un cavallo) in una stalla per alcuni giorni senza cibo: se l'animale, una volta libero, avesse trascurato il cibo per l'ostia, l'uomo si sarebbe subito convertito. In caso contrario avrebbe dimostrato le menzogne di Sant'Antonio.

La mula venne liberata e iniziò a mangiare il fieno, ma, quando si presentò il santo al suo cospetto, lasciò il suo cibo naturale e si inginocchiò di fronte all'ostia consacrata. Lo stupore tra i presenti fu enorme e il cataro si convertì senza indugi. Dopo lunghi anni di predicazione decise di fermarsi presso il convento francescano di Padova, dove iniziò a scrivere la sua opera più celebre, “I Sermoni”, lasciandola incompleta. Morì infatti a soli 36 anni il 13 giugno 1231. Venne canonizzato nel 1232 da Papa Gregorio IX e fu proclamato “Dottore della Chiesa” nel 1946 da Pio XII, con l'appellativo di “Doctor Evangelicus”.  

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