09 giugno 2017

Uccidete quel bambino: il caso di Charlie


di Alfredo Incollingo

La scrittrice e psicologa Silvana De Mari ha ricordato il tragico caso del piccolo Charlie Gard in un “post” di Facebook del 31 maggio: “Charlie Gard, il bimbo britannico di cui hanno parlato le cronache in seguito alla sentenza dell’Alta Corte di Londra dell’11 aprile scorso che lo condanna all'eutanasia. Dopo ciò i genitori hanno fatto appello e giovedì scorso lo hanno perso. Adesso aspettiamo di sapere se l’ospedale romperà gli indugi e staccherà Charlie dalle macchine o se aspetterà che i genitori istruiscano un appello alla Corte Suprema. Per un bimbo occorre battersi ogni giorno. Un genitore non può essere condannato a vedere il suo bimbo morire.” La parola d'ordine è “non dimenticare”, rompere il silenzio sulla storia di questo neonato inglese, ritenuto indegno di vivere. Il piccolo Charlie ha otto mesi ed è affetto da una malattia genetica rara, la “Sindrome di deperimento mitocondriale”, che gli causa un repentino calo di peso, che gli è fatale, se non assistito costantemente. I medici del “Great Ormond Street Hospital”, dove il piccolo è stato ricoverato urgentemente, riferiscono ai coniugi Yates e Chris Gard che non potrà mai guarire dal suo male. L'unica soluzione per non farlo soffrire è staccare la spina delle macchine che lo mantengono in vita. Così ha affermato un portavoce della clinica: “Charlie ha una malattia molto rara e complessa per la quale non c’è una cura riconosciuta. Riteniamo di aver esaurito tutte le opzioni di trattamento disponibili. Continuiamo a sostenere i genitori in tutti i modi possibili, ma allo stesso tempo raccomandiamo ciò che riteniamo sia la cosa migliore per Charlie”. I genitori, disperati, non hanno accettato il referto dell'equipe medica e hanno preso la decisione di portarlo negli Stati Uniti per sottoporlo a una nuova terapia in via di sperimentazione. Hanno lanciato una campagna di raccolta fondi online, “#Charliesfight, riuscendo a raccogliere la stupefacente somma di 1,2 milioni di sterline. Eppure la giustizia inglese ha ritenuto inopportune e “criminose” le volontà, sacrosante e naturali, dei coniugi Gard. L'Alta Corte di Londra si è espressa sul caso e ha emesso una sentenza a dir poco barbara. Il giudice Francis ha sentenziato: “È con la più profonda tristezza nel cuore, ma anche con la più grande delle attenzioni per l’interesse del piccolo Charlie che ho preso la decisione. Va permesso a Charlie di morire con dignità." In pratica, è lodevole l'iniziativa dei Gard, ma Charlie non è degno di vivere. Neanche le lacrime dei suoi genitori hanno ribaltato la sentenza. La legge si è imposta come una nuova morale che decide del destino delle persone. Lo fa su principi relativi, che sono alla fine quelli umani, e che oggi sono considerati “diritti” imprescindibili. La sentenza annovera un clamoroso paradosso: non era l'individuo a decidere di morire volontariamente? Nel caso di un neonato, non dovrebbero essere i genitori i responsabili di questa (non) scelta? Perché non permettere ai Gard di curare il loro bambino? L'8 giugno la Corte Suprema inglese ha respinto il ricorso dei genitori del piccolo Charlie e ha decretato la sua morte. La giustizia inglese, a quanto pare, non ammette la compassione: il piccolo Gard è indegno di vivere e costituisce una spesa inutile per il sistema sanitario inglese! Prima di staccare la spina la “Corte europea dei Diritti dell'Uomo” esprimerà il suo parere, come hanno chiesto Yates e Chris, sperando così di salvare loro figlio. Charlie vivrà per altre 24 ore. Oremus pro eo!


 

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