24 luglio 2017

Ci salverà una reale spiritualità cattolica!

L’Isola di San Giulio, madre Cànopi e le domande ineludibili


di Samuele Pinna
Durante il penultimo conclave Giacomo Biffi era intervenuto, come tutti i porporati, con il tentativo di rincuorare il nuovo pontefice dinnanzi alle sfide e alle responsabilità che lo attendevano.

Aveva, poi, citato – con la sua tipica raffinata ironia – una striscia del fumetto di Mafalda: «“Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina –; il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”» ( Memorie e digressioni di un italiano cardinale, p. 631).

Oltre all’ilarità che inevitabilmente deve aver ingenerato nel collegio cardinalizio, la frase si presta a seria riflessione. Cosa può salvare questo mondo così contraddittorio? In cosa si devono impegnare coloro che si dicono figli di Dio e della Chiesa? Dove rileggere la tangibile salvezza portata da Gesù Cristo? Domande, queste, impegnative e insieme ineludibili. Citando Dostoevskij, Giovanni Paolo II in una lettera indirizzata agli artisti era persuaso che «la bellezza salverà il mondo», perché «la bellezza – scrive il santo Papa – è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza» (4 aprile 1999). Più prosaicamente, nel 2010, Ermanno Olmi – a motivo della consegna del David di Donatello alla carriera a Bud Spencer e Terence Hill – ha scritto «che a salvare il mondo non sarà soltanto la cultura, e neppure la bellezza, che pure è una piacevolissima opportunità, ma che potremo davvero scampare al declino di civiltà se sapremo praticare la strada maestra della gioia».

Pochi giorni fa mi sono recato all’Isola di San Giulio sul lago Orta dove vive una nutrita comunità di monache benedettine (una settantina) capitanate dalla madre Anna Maria Cànopi, molto conosciuta fuori dalle mura del monastero a motivo dei suoi libri di altissima spiritualità cristiana. Mi trovavo in quei luoghi ameni perché ho accompagnato una persona che, dopo un serio discernimento, ha iniziato il cammino oblativo presso quella comunità. Era un passaggio e un arrivederci: quell’anima era ora affidata a una madre figlia di san Benedetto per proseguire il suo cammino di santità. Per me che l’ho diretta c’era tanta gioia spirituale nel vedere la grazia che lavora anche e nonostante le nostre incapacità di guida e ci fa accompagnatori di vite, dove non sai mai quanto aiuto stai realmente dando a chi si è affidato a te ma riconosci la grazia e un disegno più grande e fantasioso.

L’Isola di San Giulio è ora un posto suggestivo, ma quando le prime monache vi arrivarono nel 1973 si trovarono davanti a un posto desolante e desolato. Si trattava dell’antico Seminario ormai abbandonato da tempo. Ma si sa, i monaci, nei luoghi in cui arrivano, abbelliscono o bonificano il territorio: e allora oggi si può vedere qualcosa di splendido laddove prima, per tanto tempo, sembrava regnare solo l’abbandono.
Tra i regali vissuti, l’incontro con la Madre badessa è ciò che mi ha molto arricchito e mi ha fatto riflettere su una possibile risposta alle domande succitate. Durante il delizioso colloquio mi è parso, quel giorno, di essermi trovato dinnanzi a una persona santa. Una donna di grande profondità spirituale, con uno sguardo umanissimo eppure così decisamente sciolto nel divino, lei che ha detto con verità che «tutte le situazioni in cui veniamo a trovarci durante la nostra esistenza sono quelle che il Padre ha predisposto per dipingere in noi l’icona di Colui che è il Santo, il Figlio eletto, prediletto e amato». Quale vigore in una donnina anziana di età eppure così giovane nello sguardo e nel cuore, all’apparenza fragile ma in realtà (di un realismo “caravaggesco”, direi) tenace e forte come una vecchia quercia profondamente radicata nel terreno solido (della fede) e dalle fronde alte e possenti (vicine a Dio). Un’oretta di colloquio volato via e interrotto solo per andare in chiesa a recitare l’Ora Sesta.

Di là dall’esperienza personale toccante, mi è sembrato di incontrare una persona che con la sua vita può in qualche modo rispondere, risolvendole, alle domande di cui sopra. La bellezza che rimanda al più bello tra i figli dell’uomo, la gioia «come condivisione di sentimenti di pace – è ancora Olmi a parlare –, poiché una bella, raffinata e onesta risata è anch’essa a pieno titolo opera d’arte, che fa bene allo spirito, e alla cultura e anche alla salute», sono strade per la salvezza. Queste e altre vie, però, possono essere tenute insieme solo da una autentica spiritualità cristiana: abbiamo necessità di abbandonare l’uomo psichico, secondo la distinzione di san Paolo, e riscoprire quello pneumatico. Dobbiamo farci avvolgere dallo Spirito, così che infiammi il nostro cuore e ci dia la capacità di vedere la realtà come il Padre e di agire come il Figlio. Il nostro mondo, oramai così stanco di guardare in alto, si è dimenticato della potenza della grazia (forse anche molti battezzati sono dimentichi di ciò).

Abbiamo vòlto il nostro interesse altrove, il nostro affanno non ha posa e la ricerca risulta sempre inconcludente. E allora c’è divisione, incomprensione, egoismo: incapacità di assumere le responsabilità (che possono essere anche gravami ma che rendono più saporosa la vita), difficoltà di accettare la sofferenza, che invero colpisce ogni uomo. «Poiché l’essere uno con Cristo – ha scritto Edith Stein – è la nostra beatificazione sulla terra, l’amore per la croce non è affatto in contraddizione con la gioia del nostro essere figli di Dio. Dare il nostro contributo a portare la croce di Cristo è fonte di una letizia forte e pura» ( Alcune riflessioni per la festa di san Giovanni della Croce, p. 278). E madre Cànopi, soffermandosi su queste parole, rileva come «la gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico e nel benessere, nel successo politico, professionale e nell’immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri» (Lettera a Edith Stein, pp. 30-31). È la parola della Croce, predicata con fierezza e veemenza dall’Apostolo, che permette di amare in modo vero: «soffrire – scrive ancora santa Teresa Benedetta della Croce – e nella sofferenza essere beati; stare sulla terra e tuttavia sedere in trono con Cristo alla destra del Padre; piangere e ridere con i figli di questo mondo e cantare senza posa la lode di Dio con i cori degli angeli, questa è la vita dei cristiani, fino a che sorga l’alba dell’eternità» (p. 279).
Tutti abbiamo necessità di riscoprire un’autentica spiritualità, nessuno escluso, perché l’uomo, tutto l’uomo nella sua integrità (spirito, anima e corpo), possa essere di Cristo. «Lo Spirito Santo – ha affermato ancora madre Cànopi – vivifica, santifica, trasforma, divinizza, è la forza dell’amore che sempre crea, sempre rinnova, è la fiamma divina che pervade tutte le creature, e specialmente il cuore dei credenti».

Sì, soltanto una reale spiritualità cattolica, fatta di bello, di bene e di verità, salverà il mondo già redento dal prezioso sangue della Croce!  

1 commento :

  1. La Creazione continua nel tempo, nello spazio, nelle cose e nell'Uomo e non avrà mai termine perchè è eterna come il Creatore.

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