18 luglio 2017

Curarsi dalle malattie spirituali


di Fabrizio Cannone

Il filosofo spagnolo Juan Donoso Cortés (1809-1853) nella sua opera principale uscita a Madrid nel 1851, il Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo (edizione italiana a cura di G. Allegra, Rusconi, 1972) mostrava efficacemente il rapporto necessario e insuperabile tra la politica e la teologia, ma anche in un certo modo tra la politica e la spiritualità.

Se infatti la politica è l’amministrazione della polis, essa non può che riferirsi a dei valori extra-politici e pre-politici, che ne siano a fondamento. (E se si parla di valori comunque si è già su un terreno spirituale e non materiale e misurabile).

D’altronde lo stesso rifiuto tutto laico e laicista-contemporaneo della morale cattolica come base della società, è una scelta a suo modo morale, sebbene sia, evidentemente, del tutto immorale.

Se dichiarare l’aborto delitto è una scelta politica di natura etica, non è meno moralmente significativo il dichiararlo e renderlo giuridicamente un “diritto della donna”. Dalla morale nessuno può scappare: né il singolo cittadino, né la società, né la politica intesa qui soprattutto come coloro che amministrano la cosa pubblica. Solo gli animali e i vegetali sono esseri a-morali e ethics free: bella libertà!

Le repubbliche e i regni di epoca medievale e moderna erano società connotate cristianamente. Ove più ove meno, ma questa era la norma in Europa, e in mezzo mondo.

Oggi non è più così, e la società di impianto cristiano (che in Italia ebbe un ultimo sostegno nel Concordato del ’29), non c’è più. Semmai esistono ancora, qua e là, delle società che hanno una maggioranza di cristiani, ma evidentemente non è la stessa cosa.

Solo che il carattere laico, impostosi di fatto dal ’68 ad oggi nell’intero Occidente, non è una dimensione neutra o una mera assenza di religione. E’ una scelta forte, e vista la secolare tradizione precedente, una scelta assai precisa: irreligiosa e anti-cristiana.

Questo è innegabile. Ma torniamo al Cortés. Ebbene, il pensatore ispanico diceva semplicemente che avendo la teologia (cattolica) per oggetto Dio, ed essendo Dio il creatore di tutto ciò che esiste (leggi fisiche, morali, astronomiche, etc.), ovviamente la teologia non può escludere nulla dai suoi interessi.

Tantomeno potrà escludere la politica la quale promuove certi comportamenti umani e cerca di rimuoverne altri. Il matrimonio ad esempio va incoraggiato o scoraggiato? E il divorzio? E l’aborto? La pornografia va repressa, come insegna il Catechismo del 1992, oppure no? Si tratta di questioni decisive su cui sta o cade ogni società ben costituita. E perciò non possono essere prese a colpi di referendum e di maggioranze fluide e improvvisate.

La teologia però risente anche della spiritualità e come esiste una teologia tomista, scotista o agostiniana, esiste pure una spiritualità francescana, domenicana, gesuita o benedettina.

Papa Francesco, gesuita fino al midollo, seppur in un certo senso “a modo suo”, stima più la mistica e la spiritualità gesuitica, che non la tradizionale teologia della Compagnia di Gesù. Preferisce cioè apertamente figure come Pierre Favre, Caussade, Lallement, Gagliardi e san Claudio de la Colombière, piuttosto che i vari Bellarmino, Canisio, Suarez, Molina, Billot e i fratelli Rahner.

Ma se c’è un testo spirituale che il papa predilige questo è il libretto esile ma essenziale appena tradotto dal latino in italiano con il titolo di Accorgimenti per curare le malattie dell’anima (San Paolo, 2016, pp. 146, € 14).

L’autore dell’utilissimo trattatello è il quinto superiore generale della Compagnia, l’abruzzese padre Claudio Acquaviva (1543-1615).

Padre Acquaviva fu eletto Preposito, ovvero presidente dei gesuiti del mondo intero nel 1581, quando aveva soli 37 anni, e restò superiore per ben 34 anni, durata finora imbattuta nell’ordine. Sotto la sua autorità i gesuiti passarono da quasi 5.000 membri ad oltre 13.000, fondando scuole, chiese, istituti e università in mezzo orbe terracqueo.

Il trattatello spirituale presente, riprendendo le riflessioni del Cortés sopra esposte, non solo è un ottimo mezzo per fare progressi nella vita cristiana e nella nostra personale esistenza, ma è un formidabile strumento per sanare, purificare e verticalizzare un contesto sociale laico, materialista ed edonista come il nostro.

Sebbene fosse indirizzato, col bel titolo originale di Industriae pro superioribus ad curandos animae morbos, ai padri spirituali della Compagnia per dirigere le anime dei novizi, esso è fruibile oggi da parte di tutti i cristiani, specie i più ferventi.

Claudio Acquaviva, secondo il direttore del Seminario Romano che presenta il testo, è equidistante da attivismo e quietismo, da volontarismo e pelagianesimo, e fa parte di quegli autori della prima generazione gesuita che “concepiscono la vita cristiana come una milizia, un combattimento continuo” (p. 9).

Se, come ci insegna il grande gesuita italiano, sapremo contrastare efficacemente l’aridità (cap. 3), la mancanza di obbedienza (cap. 5), l’inclinazione alla sensualità (cap. 8), l’ira e l’intolleranza (cap. 9), il secolarismo (cap. 15), l’ostinazione (cap. 16) e la malinconia (cap. 18), allora avremo fatto passi da gigante sulla via della pace interiore e della vera figliolanza cristiana.

Ma, dato che nessun uomo è un’isola, dei solidi cristiani, formati con i canoni imperituri della spiritualità classica, saranno anche oggi e forse oggi più che mai, quel lievito nella pasta e quella cittadella sul monte, che illuminando la società, mette in fuga ogni tenebra, ogni stortura e ogni violenza.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/07/curarsi-dalle-malattie-spirituali/

 

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