02 luglio 2017

Dal laicismo metafisico all'antichiesa il passo è breve


di Marco Sambruna

In “Romàns”, un racconto di Pier Paolo Pasolini considerato tra le sue opere minori, si narra di un piccolo paese del Friuli in cui arriva il nuovo parroco, don Paolo, il quale tramite una serie di iniziative pratiche – il doposcuola, le gite parrocchiali, i tornei sportivi, etc. – cerca di evangelizzare i ragazzi del paese quasi tutti provenienti da famiglie i cui genitori sono iscritti al P.C.I.
Nonostante la partecipazione dei ragazzi alle sue iniziative don Paolo dovrà prendere atto di essersi ingannato: in realtà non ha evangelizzato nessuno. Così il sacerdote commenta il suo fallimento:
“Io continuo a lottare per capire questa gente, per amarla. Ma in certi momenti sentendola vivere attorno a me con le sue feste, i suoi lavori, le sue osterie, i suoi canti, mi sembra così perdutamente lontana…”

Ora una parte della chiesa contemporanea assomiglia a don Paolo: nonostante il gaio e ingenuo ottimismo con cui si dedica a una serie di coloratissime e partecipate iniziative, non converte nessuno.
Atei e agnostici continuano a essere “perdutamente lontani” mentre i credenti, dopo un primo smarrimento, hanno deciso di rimboccarsi le maniche e rendersi autosufficienti rispetto a un clero che appare anch’esso “perdutamente lontano”. La chiesa attuale è scossa quindi da un movimento centrifugo che tende a espellere chi vi appartiene senza avvicinare chi ne è estraneo.
Lo stesso arcobalenismo che ha trasformato la liturgia in letargia tuttavia non ha scalfito la percezione consueta che credenti e non credenti hanno della chiesa: in altre parole costoro di un clero periferico, liberalizzante e multicolore anziché autorevole, liberante e monocromatico non sanno cosa farsene come dimostrano le crescenti defezioni dalla chiesa attuale particolarmente evidenti nel flop giubilare e nella diaspora dei seminari.

IN ATTESA DEL VELTRO
D’altro canto in un recente sondaggio su giovani e fede emerge un dato che fa riflettere: mentre fra i giovani cresce la popolarità di Francesco, cala l’affezione verso la chiesa sempre più considerata con ostilità.
Il Papa multicolore e periferico sembra piacere perché è percepito come avverso a quella chiesa monocromatica e autorevole che evidentemente non piace: il papa dunque dalla parte dei lontani contro la chiesa - istituzione.
Strana dinamica: il vertice ecclesiastico sembra voler indicare un modello di società cristiana “altra” rispetto a quella percepita come deprimente veicolata dalla Chiesa, come i vecchi sindacalisti di sinistra indicavano un modello di comunismo “altro” rispetto a quello inguardabile dell’Unione Sovietica.
Dunque la dinamica attuale è la seguente: una diaspora dei giovani dalla chiesa consolidata dai secoli verso una meta alternativa al momento irreperibile, stimolata dall’avversione verso la chiesa tradizionalmente intesa che rappresenterebbe un ostacolo lungo questo itinerario. Insomma il carburante che alimenta la simpatia verso Francesco è costituito dall’antipatia verso la chiesa.
La strategia dei vertici cattolici consiste dunque nel narrare una “Chiesa ostacolo” che i giovani devono rifuggire galoppando negli spazi liberi e coloratissimi diretti verso un’immaginaria e inquietante “chiesa altra” reclamizzata come iper cristiana proprio perché post cristiana e che magnifica una società contrabbandata come tanto più cristiana quanto più sganciata dalla religione.
Strategia peraltro fallimentare perché questa evanescente “chiesa altra” non solo non attrae i lontani, ma centrifuga anche i vicini inducendoli ad emanciparsi dalla gerarchia come dimostra l’evento dell’ultimo Family Day: nessuno si è lamentato del mancato appoggio sia del Papa che della C.E.I. la cui assenza è trascorsa inosservata per il semplice fatto che nessuno riconosce a questa “chiesa altra” alcun primato morale.
Ciò che manca è un leader. I credenti che non si rassegnano alla diaspora e che non si sentono itineranti verso una chiesa ulteriore, non trovandolo nella chiesa cattolica lo cercano allora in altre realtà: si spiega così l’enorme popolarità di cui gode, presso i cristiani, Vladimir Putin. Il leader russo nell’immaginario collettivo dei fedeli incarna quell’ideale di leader religioso che non riconoscono a Francesco.
Il Presidente sta dunque vicariando – e di questo gli siamo grati - un ruolo vacante ad interim in attesa del, diciamo così, avente diritto: è facile dunque immaginare che la cristianità in Italia e forse in Europa in un futuro imminente sarà guidata non dal clero, ormai troppo impegnato a proiettare gli ologrammi di una chiesa virtuale per elemosinare l’attenzione di masse entusiastiche di giovani che invece si entusiasmano solo per Francesco, ma da un partito politico di orientamento cattolico – una sorta di veltro dantesco – di cui già si avvertono i primi vagiti nei partiti identitari che stanno rinascendo in tutta Europa.

CHIESA, SUPERCHIESA, ANTICHIESA.
La Chiesa attuale dunque è impegnata in un processo di cambiamento.
Tale cambiamento poteva avvenire verso due direzioni nettamente divergenti: o verso la Rivoluzione o verso l’Innovazione. Entrambe queste direzioni destinate a sfociare nel cambiamento sono di tipo, come direbbe Nietzsche, “apollinee”, ossia razionali nel senso di atte a porre un sistema di valori cui fare riferimento.
- Movimento rivoluzionario: in questo caso il termine “rivoluzione” e suoi derivati deve intendersi solo in senso scientifico. Infatti in astronomia la rivoluzione è un movimento ellittico o circolare per cui un corpo celeste torna al punto d’origine dopo aver compiuto un tragitto più o meno lungo.
La Rivoluzione della Chiesa quindi corrisponde al mito delle origini incontaminate, qualificata spesso come “età dell’oro”. Tale mito riguarda la convinzione secondo cui solo tornando alle proprie radici primitive la Chiesa possa rifiorire e purificarsi scuotendosi di dosso la polvere dei secoli che ne ha offuscato il volto.
- Dinamica innovatrice: significa l’elaborazione di un modello alternativo a quello attuale e sua proiezione rivolta verso il futuro. Questa dinamica corrisponde all’idea che si è consolidata nel post concilio della “Chiesa in cammino” verso un’ipotetica Terra Promessa come luogo da cui scaturirà “l’uomo nuovo” prefigurato dal Vangelo. Il cammino nella storia è allora un processo di progressiva purificazione tanto più fecondo quanto più si evolve rispetto a un primitivo “big bang” iniziale.
Ora taluni vertici del clero non sembrano voler indicare ai fedeli né un modello di Chiesa rivoluzionaria rivolta al passato come vorrebbero i cosiddetti “tradizionalisti”, né un modello innovativo rivolto al futuro, come pretenderebbero i cosiddetti “progressisti”.
Non si propone, nonostante le apparenze e almeno in termini espliciti, la decostruzione della Chiesa in vista di una sua ricostruzione secondo un modello rivoluzionario o innovativo.
La gerarchia cattolica infatti sembra aver deciso di richiamarsi a un terzo modello metafisico anche se maturato in ambito extra cattolico. Si tratta della metafisica laicista che in quanto tale non è apollinea, ma dionisiaca ossia non regolata da norme, ma caratterizzata dal libero esercizio dell’assecondamento delle voglie o perlomeno dall’accondiscendenza verso gli appetiti sensuali.

L’ANTIMETAFISICA LAICISTA
Storicamente e tradizionalmente per la Chiesa cattolica il cammino di santità che come tensione ideale riguarda, o dovrebbe riguardare, ogni credente prevede l’estinzione smodata degli appetiti pulsionali e l’adozione di uno stile di vita sobrio, essenziale, moderato circa l’uso dei beni di questo mondo.
E’ il processo di liberazione che conduce alla vera libertà che consiste non nell’assecondamento delle voglie sensuali e della brama di possesso, ma nel loro dominio perché non siano motivo di stanchezza, tormenti, affanni, etc.
Ma taluni settori della Chiesa odierna specialmente dal Concilio in poi e particolarmente negli ultimi anni paiono indicare, per così dire, una nuova strategia di santificazione fondata su un atteggiamento ecumenista e dialogante verso chi storicamente ha sempre avversato la visione del mondo e dell’uomo cattolica; la nuova strategia trova la sua giustificazione culturale e perfino “religiosa” in una nuova metafisica di recente formazione: la metafisica laica cui la Chiesa in alcuni suoi ambiti ha deciso di aderire.
Tale metafisica è però, come detto, di tipo dionisiaco in quanto configurata secondo un’etica relativista fondata sul soddisfacimento immediato delle pulsioni. Ma poiché un’etica relativista in quanto tale non pone, né può porre valori essa si configura come antimetafisica. Infatti la visione del mondo laicista ha il suo carattere distintivo nella capacità di destrutturare o decostruire tutte le strutture precedenti il suo avvento, cioè le metafisiche pre esistenti, denunciando così la sua vocazione palesemente antimetafisica.

DALLA CHIESA ALLA SUPERCHIESA
L’antimetafisica laicista - cui alcuni settori della Chiesa aderiscono con un certo godereccio entusiasmo - poiché non pone valori di riferimento è quindi priva della capacità di elevare nel senso che la religione ha sempre normalmente attribuito a questo termine. L’antimetafisica non pone più nulla di vincolante, né di auspicabile rinunciando a qualsiasi apparato di norme e dogmi che sono l’anima di qualsiasi metafisica; in definitiva il sovra mondano o il sovrasensibile ha perso la sua capacità normativa. Con la morte della metafisica tuttavia muore soprattutto la visione del mondo configurata dalla religione; ciò avviene perché nessuno oggi pare disposto a farsene guidare. La metafisica cattolica dunque giace inerte come una cosa abbandonata, morta.
Inoltre l’antimetafisica laicista che pare aver lusingato e sedotto taluni vertici cattolici, ha una fisionomia che, richiamandoci ancora al pensiero di Nietzsche, possiamo definire superomistica vale a dire al di sopra del bene e del male avendo rinunciato a porre dei valori che del bene e del male tracciano il discrimine.
Quindi, nell’ambito del nostro discorso, si pone sopra e oltre tutte le metafisiche che storicamente si sono sviluppate, specialmente quelle religiose.
L’antimetafisica laicista ha potuto travestirsi da metafisica e come tale rendersi accettabile da parte della gerarchia cattolica grazie a due slogan calati dall’alto che solo l’ingenuità e la sprovvedutezza clericale nella migliore delle ipotesi o il desiderio di trattare prematuramente la resa nella peggiore, ha potuto scambiare per prassi cristiana: l’assistenza ai poveri e i diritti per le minoranze.
Infatti l’antimetafisica, proprio perché tale, non ha nulla da insegnare a nessuno e dunque non può far altro che limitarsi a un filantropismo somministrato da una cattedra laddove le metafisiche tradizionali creavano una visione del mondo e dell’uomo indicando una meta e con essa anche gli strumenti necessari per conseguirla.
Questo significa che la chiesa attuale che si ispira all’antimetafisica secolare tratta poveri, emarginati, sfruttati come semplici fruitori di servizi erogati e dunque dipendenti dalle elargizioni altrui; è evidente infatti che i rapporti di dipendenza presuppongono sempre una relazione up – down in cui uno dei soggetti detiene il potere e l’altro lo subisce. In questo caso i fruitori non sono null’altro che utenti posti in uno stato di soggezione nei confronti di un centro erogatore che decide per loro modalità, tempi e intensità degli interventi che lungi dall’essere umanitari sono solo assistenziali.
In altri termini mentre l’antimetafisica laicista favorisce la centralizzazione del potere nelle mani di chi si pone come erogatore di interventi verso soggetti passivi peraltro quasi mai in funzione preventiva, ma quasi sempre in funzione d’emergenza, la metafisica religiosa ha sempre favorito la disseminazione del potere al fine dello sviluppo personale da parte di soggetti attivi tendenzialmente orientati verso l’autonomia e non la dipendenza.
La Chiesa che in taluni comparti si plasma secondo il modello antimetafisico laicista dunque rinuncia ai dogmi e assume perciò, anch’essa, una connotazione superomistica che non pone e non trasmette valori, forse senza esserne pienamente consapevole.
Infatti per la Chiesa attuale occuparsi di derelizione umana – i poveri, gli immigrati, i disoccupati, etc – non significa più dotare questi ultimi di strumenti, cioè di una visione del mondo e relativi valori, in grado di renderli artefici del loro riscatto, ma semplicemente erogare servizi.
L’adozione dell’antimetafisica secolare nasce dunque dalla rinuncia da parte della gerarchia alle due metafisiche storicamente elaborate dalla Chiesa: la metafisica tradizionale della pratica delle virtù di matrice rivoluzionaria nel senso scientifico sopra evocato e la metafisica progressista della teologia della liberazione di matrice innovativa volte, rispettivamente, ad attingere dalle ricchezze del passato o dalle promesse del futuro la possibilità di un riscatto umano e sociale.
La possibilità del riscatto migra così dai soggetti coinvolti come diretti interessati, cioè gli emarginati di tutti i continenti, alle organizzazioni mondiali e mondialiste le quali decidono autoritativamente cosa è strategicamente più opportuno per gli emarginati stessi.
Alla base di questa adozione della antimetafisica laicista né rivoluzionaria, né innovativa, ma superomista, quindi al di sopra di ciò che è bene o male per l’una e per l’altra, c’è da parte di alcuni settori del clero un grave fraintendimento di cosa significhi “aiutare” efficacemente.
Aiutare in modo efficace infatti non significa “assistere” come oggi si intende tale termine, ma “cooperare” o meglio “co-operare”. Aiutare in modo efficace significa sostenere il bisognoso non secondo la strategia che l’aiutante ritiene più adatta per l’aiutato se questi è una persona matura, ma valutando le modalità d’aiuto che l’aiutato stesso propone quale massimo esperto di se stesso e massimo conoscitore mondiale dei suoi problemi.

DALLA SUPERCHIESA ALL’ANTICHIESA
Alla luce delle conclusioni appena descritte la maschera dell’antimetafisica laicista ammantata di generosità occulta un volto insospettato: quello inquietante di una organizzazione che appare potentemente strutturata, autoritaria e superomistica che decide quali strategie siano più corrette per somministrare forme di assistenza a prescindere dal coinvolgimento dei beneficiati cui evidentemente non si riconosce razzisticamente la capacità di proporre soluzioni ai loro problemi.
Si tratta in definitiva di fornire mera assistenza materiale priva della trasmissione di qualsiasi metafisica valoriale la quale invece presupporrebbe la cooperazione secondo un progetto che conferisca una visione del mondo, o metafisica, con dei valori atti a fare del bisognoso un soggetto attivo.
Da qui scaturisce il rapporto padrone – servo o carnefice – vittima della metafisica laicista dal vago sapore sovietico, cui alcuni settori della Chiesa si sono adeguati. Un rapporto che crea una relazione di dipendenza umiliante nell’aiutato/assistito e una sorta di autogratificazione narcisistica nell’aiutante/assistente.
Del resto c’è un preciso indicatore che segnala la tendenza di taluni esponenti della gerarchia cattolica ad accostarsi alla metafisica superomistica che, lo ricordiamo, è niccianamente non solo anticristiana, ma anche anticristica.
Tale indicatore è il sostanziale accantonamento se non in forme spurie e grazie a iniziative individuali, dell’evangelizzazione. La rinuncia all’evangelizzazione organizzata in definitiva segnala la rinuncia all’iniziativa finalizzata all’aiuto efficace rivolto a chi ha bisogno tramite il conferimento di una visione del mondo, e quindi di una metafisica, coi suoi correlati valori cui tendere: significa rinuncia al coinvolgimento co-operante dell’emarginato nel processo volto alla sua emancipazione dall’infelicità giacché evangelizzare significa anche, sul piano esistenziale, rendere concepibile e quindi sperabile la formazione di un ordine sociale più equo oltre l’emergenza, secondo quanto insegna la stessa dottrina sociale della Chiesa.
In questa prospettiva perfino un’evangelizzazione compiuta secondo le erronee categorie tipiche della teologia della liberazione è certamente più cristiana della metafisica superomistica laicista fondamentalmente, anzi ontologicamente, razzista in quanto esclusivamente assistenziale e non co-operante, parafascista in quanto “concordataria” con la Chiesa che seduce disinnescandola col suo volgare languore buonista, e anticristica in quanto tendenzialmente nichilista.
D’altra parte è chiaro che se la Chiesa o una parte di essa mutua dal laicismo relativista la metafisica superomistica si configura a propria volta come Chiesa Superomistica ossia superchiesa, vale a dire un’entità che si erge sopra e oltre la Chiesa.
Trasformandosi infine e inevitabilmente in antichiesa.

 

2 commenti :

  1. Due notazioni: Francesco è popolare perché i media sparano continuamente la sua faccia associandola a concetti elementari del tipo "adesso cambia tutto, fate un po' quel che vi pare". Non è certamente popolare in quanto guida spirituale o portatore di un messaggio elevato.
    La Chiesa che assume un'agenda da ong laicista è la conseguenza diretta di una Chiesa che di fatto ha messo in soffitta il Cristianesimo (magari in nome di un Cristianesimo più vero da realizzarsi: campa cavallo) e si ritrova a mendicare qualche brandello identitario dove capita, meglio se già strombazzato dai mezzi di comunicazione in mano a lorsignori.

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  2. La chiesa può racimolare qualche brandello di consenso non presso delle realtà identitarie, ma progressiste. La chiesa attuale infatti presenta Bergoglio come una sorta di logo in grado di catturare il consenso del progressista medio. Costui si riconosce ideologiicamente in Francesco che per lui è garanzia di quelle istanze mondialiste e globaliste considerate assolutamente prioritarie. Si tratta di un meccanismo pericoloso perchè Bergoglio è diventato un'icona che si sovrappone al magistero tradizionale e in parte lo sostituisce; in un certo senso la chiesa è ostaggio di questa immagine che non può più ridimensionare senza incorrere nella riprovazione generale di media e una parte significativa dei cattolici più secolarizzati.
    Marco Sambruna

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