05 luglio 2017

È tornato Don Camillo/13. L’imbattibile forza del Regno di Dio

di Samuele Pinna
Don Andrea Pirletti lo aveva conosciuto tempo fa, quando era andato nella sua Parrocchia, dove era Vicario, a confessare, dopo una richiesta di aiuto. Era il ventinove di novembre sera e don Augusto se lo ricordava bene, perché quel prete folle là aveva progettato ogni cosa a puntino: radunati tutti i collaboratori, soprattutto i più giovani, si era inventato una festa vigiliare in onore di sant’Andrea apostolo, dove in realtà tutto l’onore era per sé, tanto è vero che più che invitati tutti si sentivano precettati. Un concentrato di egocentrismo così il pretone di città che fu di paese non lo aveva mai visto.

Siccome era suonato come una campana di bronzo, don Andrea Pirletti voleva che durante la celebrazione, vista l’affluenza obbligata di popolo, vi fossero dei confessori. Ma quel megalomane li fece venire, per essere sicuro, due ore prima del necessario. Il povero don Augusto poté, in quel lasso di tempo, conoscere don Andrea Pirletti da vicino insieme a quella sventurata di sua madre. Don Andrea Pirletti sembrava un giovinastro mal stagionato, benché portasse male i suoi anni era pur sempre giovane all’anagrafe: un viso banale che certo non brillava per bellezza, i capelli brizzolati, un corpo sproporzionato, oblungo e simile a una pera, dalle mani tozze e piccole, con le gambe corte, storte e tarchiate.

I suoi modi marziali uniti a una voce femminea e da movimenti non proprio da vero vir insieme a un’ottusità eccezionale a motivo di un cervello microscopico, potevano rendere anticlericale chiunque gli si accostasse e, tutta in una volta, anche don Camillo redivivo subì quella sensazione, che gli procurò un forte pizzicore sulle mani grosse come badili.

Sì, perché don Andrea Pirletti faceva parte di quei preti che quando li incontravi ti veniva voglia di essere un comunista di un volta in piena rivoluzione e con l’unico pallino di impallinare il clero. Davanti alla stupidità non ci sono difese, aveva scritto quello ed è proprio così, perché davanti a un cattivo puoi sempre sperare che diventi buono, ma uno stupido rimane sempre tale. E quel prete lì non era solo stupido, bensì un concentrato di cattiveria e ignoranza travestita con qualche nozione di cultura generale. Quando, però, don Augusto, nell’attesa di recarsi in chiesa per iniziare a esercitare il sacramento della Penitenza, incrociò in quella casa, non proprio modesta, la madre di don Andrea Pirletti, gli vennero in mente le parole di Gesù: ogni albero cattivo produce frutti cattivi.

Una tale mostruosità il pretone non se l’era mai neppure figurata: magra come un teschio di ossa marce, brutta che aparagone la catechista brutta era una reginetta delle favole, cattiva come il demonio, con una bocca da serpente e i capelli pitturati di biondo platino da far spaventare un cieco. Dopo mezzo minuto che faceva uscire aria dalla bocca, don Augusto stremato dalle sue idiozie chiese gentilmente di poter andare in confessionale, ma quella aveva risposto che non si trovava a casa sua, che doveva aspettare e che aveva capito subito che razza di persona era, ossia ignorante e altre caratteristiche che si potevano immaginare. Mentre la mammina aveva attaccato con quella solfa era giunto il figlioletto a cercar di rimediare.

«Non vi butto giù dalla finestra», disse serio don Camillo redivivo, «solo perché tu sei un sacerdote e questa pazza scatenata mi dici essere tua madre».
A quelle parole, però, “la pazza scatenata” fece la matta per davvero e si calmò solamente quando il nostro don Camillo prese il bel tavolo intarsiato del salotto e lo scaraventò, dopo averlo alzato sopra la testa, contro la parete. Allora uscì di corsa dalla stanza impaurita. Don Andrea Pirletti, che aveva un cervello grosso come una ciliegia, si era messo a fare la predica sulle buone maniere e la pazienza da avere in casa altrui al pretone che appariva come un trattore avviato in una marcia inarrestabile, con il risultato di fare la stessa fine del tavolo e di sfracellarsi su di esso.

«Credo non ci sia più bisogno di me qui», disse calmo don Augusto, «E ora se sei così gentile di dirmi dove devo andare a confessare, vado a fare ciò per cui sono venuto».
Dopo le spiegazioni per giungere in chiesa il pretone si mosse, ma tornò subito sui suoi passi.
«Ti raccomando», disse a quel disgraziato che era ancora a terra, «che tua madre mi stia alla larga altrimenti oggi ti lascio orfano».
Detto ciò andò e fece il suo lavoro come si deve, nonostante la pressione arteriosa aveva raggiunto picchi preoccupanti.

La Santa Messa fu uno scempio, Gesù era stato usato e abusato da don Andrea Pirletti per celebrare se stesso. La compressione nervosa del povero don Augusto non diminuì e anzi aumentò: in questi casi era meglio stargli a debita distanza. Il Parroco della Parrocchia di don Andrea Pirletti era un tipo gioviale, come i Parroci di città, ma sprovveduto a causa di quella malizia che utilizzava e che gli si ritorceva sempre contro. E così si avvicinò più del dovuto al nostro don Cammillo, ovviamente scottandosi.

Quando attaccò bottone, il pretone non si avvide con chi stava parlando, essendoci diversi sacerdoti oltre a lui, ma quando lo comprese diventò una furia. Come poteva permettere che si celebrasse una tal Messa, di cui la prefestiva non era consentita se non per un vero e valido motivo? Come poteva permettere uno macello tale? Come poteva umiliare tanto la Chiesa dando consenso a una farsa del genere? Come non redarguire il suo sottoposto?

«Una Eucaristia sacrilega e dei confratelli impegnati a vuoto per ore!», il tono della voce era alto, così come le mani vicino al colletto della veste del confratello. Sentendo stringere l’altro bofonchiò che era l’unico modo per andar d’accordo. «Vigliacco», rispose don Augusto, «banda di delinquenti!».
Allora si presentò don Andrea Pirletti con una dozzina di giovani per calmare il pretone: fu una scazzottata colossale, come quelle dei lungometraggi famosi alla Bud Spencer e Terence Hill. Li mandò al tappetto tutti e dodici, ma lo sfizio più grande se lo tolse quando scoprì rintanato in confessionale don Andrea Pirletti, che appena ebbe visto quell’armadio in talare gridava con vocina stridula, «Non mi percuotere, non mi percuotere!».
«Tranquillo», rispose asciutto don Camillo redivivo, «non picchio le ragazze».

Sulla via del ritorno, ripensando all’accaduto, don Augusto ammise con se stesso che doveva andare a confessarsi quanto prima. Poi, gli prese lo sconforto: lui era un buono a nulla, ma almeno cercava di fare bene il prete. Era scandalizzato da quel confratello non tanto per sé ma per i danni che poteva fare nel popolo di Dio.
Alla fine gli venne in mente una frase di un vecchio prete saggio, il quale gli disse una volta in confessione: «Vedi don Augusto, nonostante tutto l’impegno che ci metti a distruggere il Regno dei cieli, questo è sempre più forte di te e tu, nonostante le tue manone, non riuscirai mai a scalfirlo per davvero».

Ricordando quelle parole si sentì confortato e guardandosi le nocche peccò ancora, questa volta di presunzione e vanità. Però, a esser sinceri, non poteva mancare almeno da parte nostra un poco di ammirazione: una dozzina di giovinastri messi al tappetto sono pur sempre una dozzina di giovinastri!  

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