12 luglio 2017

E' tornato don Camillo/14. Il Professore

di Samuele Pinna

(Omaggio al professor Piero Viotto. 1924-2017) 

Il Professore è stato un uomo di altri tempi e non soltanto perché era nato circa un secolo fa, ma a motivo della sua caratura umana e spirituale unita a quei valori cristiani che ha incarnato, vissuto e testimoniato nella sua vita. Il Professore aveva uno sguardo sempre rivolto al cielo, ma i piedi ben piantati sulla terra: uomo di fine cultura e di grandi conoscenze. Egli aveva dedicato anzitutto la sua esistenza all’approfondimento del pensiero – ricco e articolato – filosofico, producendo numerosi scritti. Una ricerca scientifica, la sua, non fatta semplicemente di nozioni e di discussioni fini a se stesse, ma che gli hanno permesso di abbracciare, per quanto possibile, quel sapere umano che porta ed eleva alla sapienza rivelata. Questo cammino di verità il Professore l’ha vissuto in pienezza attraverso una coscienza intellettuale onesta e formidabile insieme a una fede genuina e capace, davvero, secondo la parola del Cristo, di spostare le montagne. Don Augusto aveva conosciuto il Professore quando risiedeva ancora in Seminario: se la loro amicizia nacque per caso – che comunque non esiste – continuò sempre più salda negli anni mediante una collaborazione strettissima. Il Professore era uno così, con le gambe lunghe e quindi capaci di camminare velocemente sulla strada della vita, ma aveva anche con caparbietà passato la sua esistenza a crescere ed esercitarsi nella virtù dell’umiltà. Dinnanzi ai riconoscimenti si schermiva, più attento agli altri che a se stesso. Stimato o quantomeno rispettato dai colleghi docenti – cosa comunque rara –, era circondato dall’affetto di decine e decine di giovani che in diverse occasioni gli si stringevano intorno intravvedendo in lui un maestro che è, in realtà, un testimone.

«I maestri – aveva scritto a tal proposito – si fermano a spiegare l’oggettività del sapere, trasmettono cognizioni, ma sono i testimoni che le trasformano in convinzioni, per le quali vale la pena vivere e morire, ma le convinzioni morali bisogna che siano anche cognizioni vere». Il Professore è stato davvero un maestro, ma per il don Camillo redivivo anche un amico e un testimone luminoso della fede. Non era soltanto un filosofo, ma pure un pedagogista: «ai giovani – diceva – bisogna insegnare a filosofare, affinché possano cogliere la verità ovunque essa si trovi».

Si sentirono con l’apparecchio telefonico l’ultima volta il 3 gennaio per scambiarsi alcuni pareri su un certo affare intellettuale che il Professore stava scrivendo e il 4 gennaio di mattina arrivò la notizia che aveva gelato il cuore caldo del pretone. Gli avevano fatto sapere che il Professore era tornato alla casa del Padre o, come diceva lui, al piano superiore, dopo una lunga vita spesa nella ricerca della Verità, con la “V” maiuscola. Preso dallo sconforto umano, ma sereno per quanto sapeva dalla fede e dalla sicurezza della bontà di Dio, don Augusto afferrò carta e penna e iniziò a vergare il candido foglio. Questo scritto, buttato giù di getto, sarebbe divenuto un articolo stampato sul giornale locale. Nell’incipit aveva ricordato innanzi tutto come il Professore era stato un maestro per molte generazioni e, a conferma, pure il Presidente della Repubblica si era sbilanciato in un elogio dai toni affettuosi e riconoscenti.


«Oltre a essere stato un maestro», aveva scritto il pretone, «è stato anche un amico vero, di quelli rari e pertanto un dono prezioso, non solo perché ci si contattava spesso e mi sosteneva in ogni mio progetto o mi includeva nei suoi, ma perché mi sono sentito voluto bene, stimato e incoraggiato».
Il Professore non faceva mai pesare la sua immensa cultura, ma mostrava un vivido ossequio dinnanzi al sacerdozio di don Augusto.

«Voleva poi che portassi avanti la sua opera», proseguiva lo scritto, «invero gravosa eredità per chi non possiede le sue conoscenze, ma ciò mi fu ribadito sino alla fine, anche nella nostra ultima telefonata avvenuta il 3 gennaio. Io mi schermivo ripetendogli che l’avrebbe sicuramente conclusa lui. È stato infine, tra i tanti aspetti che si possono ricordare di lui, un testimone dalla fede schietta, concreta e tesa alla ricerca della Verità: egli amava descriversi: “Duro di testa, dolce di cuore”. La sua è stata la santità dell’intelligenza, che cerca la verità e la pratica nell’amore».

Il rito esequiale fu una cosa meravigliosa e una vera festa della fede, come giustamente deve essere, poiché per chi crede la morte è solo un passaggio verso la Vita eterna. Era stato un funerale di cuore, intimo malgrado il grande numero di persone, che avevano riempito la grande chiesa, e che si concluse addirittura con un lungo scampanio a festa, che in una occasione del genere, pur triste, era paradossalmente opportuna, e dava un senso di pace cristiana alla cerimonia.

«Oggi», disse don Augusto prendendo la parola a fine celebrazione, «avverto tutta la fatica del distacco umano, perché sento di aver perso un maestro, un amico e un vero testimone della fede. Ma soprattutto percepisco nel profondo del mio intimo la sofferenza di essere diventato orfano di un padre nel pensiero. Lo so, il Professore mi sgriderebbe con durezza unita a inusitata dolcezza per queste parole insipienti: lui è infatti vivo in Gesù Cristo ed è vicino a me e a tutti i suoi cari in un modo ancora migliore. Ne sono di certo convinto: la morte è solo un passaggio per approdare a una vita di beatitudine, di pienezza di essere, di amore infinito. Se la morte ha regnato, ci insegna san Paolo ai Romani, è stata invero sconfitta: allora per noi cristiani non soltanto la morte è un fatto naturale – prima o poi tocca a tutti passare per questa esperienza –, ma lo è anche e soprattutto la risurrezione. Gesù Cristo ha infatti assunto su di sé la morte, è passato tra l’atrocità del dolore e dell’abbandono e ha vinto la morte, associandoci al suo atto redentivo.

Oggi sono certo che il nostro caro Professore è vivo e se la morte l’ha colto all’improvviso e come un santo qual è stato (perché gli amici di Dio muoiono in questo modo!), egli è giunto, dopo una vita di carità intellettuale, a contemplare eternamente ciò che, nella verità, aveva pregustato e annunciato nella e con la sua esistenza terrena e cristiana. Ringrazio, dunque, il Signore per il dono che è stato per me e per coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, mediante la sua persona o accostandosi ai suoi scritti. Sono persuaso che abbia realmente fatto suo il monito di san Paolo: “il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno” (Col 4, 6)». E dopo un attimo di commozione quel prete dalle mani grandi come badili e dal cuore ancora più grande aveva concluso:

«Celebriamo oggi davvero un’Eucaristia, rendimento di grazie al Signore, in cui terra e cielo si toccano in Cristo Gesù, mediante il quale possiamo sentire spiritualmente la presenza dei nostri cari defunti e in modo particolare del nostro amato Professore...». E un altro scampanio, ancor più profondo, iniziò a percepirsi nel profondo dell’intimo, dimostrando come la grazia agisca anche in questo nostro pazzo mondo fatto più di apparenze, ma in cui c’è ancora qualcuno che, senza posa, si dedica alla ricerca della Verità, l’unica fonte del bene, della gioia e della libertà.  

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