19 luglio 2017

E' tornato Don Camillo/15. Giù le mani!

di Samuele Pinna
In ogni Parrocchia che si rispetti c’è una vecchietta atta a fare tutto durante le sacre cerimonie, che se si potesse Ordinarla col Sacramento direbbe anche Messa. Ma non sono poche le comunità cristiane che hanno in dotazione anche la vecchia babbiona.

La vecchia babbiona, a differenza della vecchietta tuttofare, ha un carattere scontroso, solitamente zitella sicuramente vedova, perché il buon Dio se ti dà una Croce poi ti dota anche della forza necessaria per portarla oppure ti toglie direttamente le forze, l’incomodo et pax vobis. Infatti, se alla vecchietta che legge le letture, fa la voce guida, ritira le offerte, intona i canti eccetera eccetera, le si ripete con garbo che è bene che non faccia “tutto” lei e glielo si ricorda ogni volta, con molta probabilità si raggiungeranno piccoli risultati. Con la vecchia babbiona, invece, le cose sono diverse e tutt’altro che scontate.

La vecchia babbiona dinnanzi ad alcune indicazioni del nostro don Camillo, come quella di non leggere lei tutte le Letture della celebrazione ma di alternarsi con qualcun altro, come è buona creanza fare, rispose che la Messa era la sua, facendo surriscaldare la pressione termostatica interna di quell’ammasso di ossa e carne.
«Mi spiace», rispose ancora calmo, ma col piede sull’acceleratore, «ma si sbaglia di grosso, la Messa non è proprio di sua proprietà!».
Avrebbe voluto aggiungere di obbedire, perché altrimenti l’avrebbe scaraventata dall’altare, ma si trattenne.

Sicché, la vecchia babbiona, appollaiata nella sua postazione di comando, sbuffava al microfono ogni volta che vedeva il pretone arrivare per celebrare Messa, il quale quando incrociava il suo sguardo aveva, poco cristianamente, un attacco di bile. Nell’ignorarsi le cose provvidenzialmente andavano bene, ma la vecchia babbiona non si faceva ignorare, non rendendosi conto del rischio delle sue provocazioni: accendeva e spegneva di continuo una miccia attaccata a una bomba atomica. Se scoppiava era un disastro inaudito. Infatti scoppiò.

Alla vecchia babbiona, a causa dei suoi modi burberi e scontrosi, non era stata affidata nessuna responsabilità verso le nuove generazioni né una classe di bambini per il catechismo, anche per non togliere il primato alla catechista brutta di essere la più “detestata”. Nonostante entrambe avessero i capelli tinti di biondo, uno sguardo truce, un nonsoché di animalesco e il nome che finiva in “ella”, una differenza c’era: una era vecchia l’altra semplicemente tarda. Tuttavia, la babbiona svolgeva il ruolo di “jolly”, così si diceva, sostituendo le varie catechiste assenti per i più diversi motivi. In questo modo si occupava della Messa dei ragazzi, senza che nessuno glielo avesse chiesto, con il pretino dell’Oratorio che, per quanto possibile, cercava di arginarla. Le attenzioni di controllo con l’Ornella Pinciroli, questo il profetico nome, risultavano sempre poche, cosicché in tutte celebrazioni si muoveva avanti e indietro impartendo ordini inascoltati a destra e a manca, con il solo risultato di disturbare il rito e fare in ogni occasione una gran baraonda.

Quella domenica là, era destino che le cose prendessero una piega sballata e infatti la vecchia babbiona andò in sacrestia e invece del pretino tanto carino si trovò davanti, caso più unico che raro, don Camillo redivivo, per nulla felice di vedersela comparire davanti.
«Ah celebra lei», disse con malgarbo l’Ornella Pinciroli.
«Se vuole celebrare lei…», lasciò volutamente la frase a metà don Augusto mentre l’altra usciva lemme lemme e borbottando a mezza voce.
La Messa fu caotica, accompagnate da canzonette di musica leggera e ogni sorta di diavoleria moderna. Nonostante le non rosee previsioni ogni cosa volò via liscia, per modo di dire, fintanto che non si giunse al Padre nostro. Il pretone aveva letto l’introduzione scritta sul Messale: Elevando le mani verso il Padre che è nei cieli… Accortosi però che anziché stare composti o, tutt’al più, alzarle (come concedeva la Liturgia riformata) i bimbi, i giovanotti e persino gli anziani, compresa la vecchia babbiona, se le stringevano gli uni con gli altri, il pretone dall’altare mimò il gesto e fece loro sciogliere quella variopinta catena umana.

La divina celebrazione si concluse, fortunosamente, senza intoppi, ma appena il presidente coi chierichetti raggiunse la sacrestia un nugolo di catechiste capeggiate dalla Ornella Pinciroli raggiunsero il prete intento a togliere i paramenti liturgici.
«Al Padre nostro noi ci prendiamo per mano», iniziò senza preamboli la vecchia babbiona.
«Noi chi?», rispose con un finto sorriso don Camillo redivivo, conscio di far innervosire l’interlocutrice.
«Noi, i ragazzi, la comunità…», rispose esasperata l’altra.
«Allora voi semplicemente sbagliate», replicò ancora con il sorriso e davanti al borbottio scandalizzato si fece serio e duro, «Ho introdotto la preghiera del Padre nostro con le parole del rito attinte dal Messale, né io né voi possiamo cambiare la Liturgia! L’orazione insegnateci da Gesù si recita in maniera composta, senza stringimenti di mano. Punto e stop».
La secchezza della risposta scandalizzò ancora di più le pie catechiste.
«Quindi secondo lei abbiamo sempre sbagliato?», disse ironica la catechista brutta, che non poteva certo mancare a quel simposio.
«“Levare le mani al cielo” è il gesto dell’“orante”, dell’uomo che prega Dio, che si rivolge al Padre, così pregava Gesù e nel Vangelo non c’è scritto che prese per mano i suoi discepoli…».
«Ma certo», intervenne una catechista, «è solo un modo per insegnare la fraternità!».
«La fraternità si ottiene riconoscendosi figli di un unico Padre: senza obbedienza a Lui, come insegna la Sacra Scrittura, diventiamo fratricidi. E allora quello è il momento, tra l’altro con la presenza reale, sostanziale e vera di Cristo sull’altare, di guardare verso Lui e chiedere il Suo abbraccio, la Sua presenza, fonte di ogni possibile fraternità, Lui che è la Presenza! Il gesto della fratellanza tra noi è vissuto nello scambio di pace. Il prendersi per mano al Padre nostro non solo vuol dire duplicare quel gesto inutilmente, ma soprattutto distoglie l’attenzione da quel “rivolgersi in alto” che è il fondamento della comunione».

«Ma i bambini capiscono meglio con quel gesto!», protestò una del gruppo.
«E voi che ci state a fare?!», rispose sarcastico il pretone, «Cosa diavolo gli insegnate a catechismo? La Messa non è il luogo del sentimentalismo o del trovare facili emozioni né del fare quello che piace mediante un’esperienza che aggrada. Se questo principio fosse esatto, visto anche come lo perseguite, dovremmo avere le chiese piene zeppe e non con così tante panche vuote. Davvero voi pensate che quel gesto migliori la comprensione? Dubito allora che abbiate vissuto bene il vostro servizio educativo. Vedete, e questo non lo considerate mai, se togliete tutti i riferimenti che vi figurate “difficili”, e perciò profondi, quando i ragazzi si accorgono che l’unica differenza tra l’essere nella Chiesa o appartenere a una mentalità mondana si riduce soltanto che la prima pratica è più noiosa, questi ci salutano e si dileguano. Altro che fraternità!».
«Noi volevamo solo trovare forme d’aiuto», si sentì ancora una voce provenire dallo stormo catechistico, «per avvicinare i ragazzi alla celebrazione».
«Queste formule non aiutano un fico secco», riprese il pretone ormai lanciato, «e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proponete questi gesti perché sono quelli che ricordate nei vostri anni giovanili di contestazione. A quel tempo eravate convinte che questa era la verità a cui consacrarsi, tra l’altro senza troppo sforzo né troppo cervello. Allora via la musica sacra, artisticamente elevata, e dentro musichette sincopate, tra l’altro eseguite sempre in modo deprimente. Via gli incensi e dentro i battiti di mano. Via Dio e dentro il nostro Io! Via cioè una vita spirituale autentica fatta di silenzio e contemplazione e dentro rumori di ogni sorta nella ricerca di quel che mi piace, dove “Dio”, nient’altro che uno specchio, è solo ciò che mi serve per prolungare le voglie del mio “Io” e, se il senso religioso non diviene infine inutile, quantomeno resta adatto ad acquietare i sensi di colpa della coscienza e, al più, una semplice forma consolatoria».

Siccome era calato il silenzio tra le catechiste e c’era chi aveva compreso o accusato il colpo, chi si stava interrogando e chi aveva smesso di ascoltare prima ancora che il saggio prete parlasse, quest’ultimo concluse solennemente: «Se Gesù pregava in quel modo, se la Chiesa l’ha confermato nella Liturgia e il sacerdote lo fa a nome di tutti non vedo il motivo per cui uno a caso di noi abbia l’autorità per pervertire tutto, prendendosi la responsabilità di correggere Nostro Signore e cambiare il Vangelo dicendo: “Gesù, prendendo per mano i suoi discepoli e chiedendo in futuro di fare lo stesso, disse: Padre nostro…”».

Poi, gli sovvennero in quell’istante alla mente alcune parole che aveva letto da qualche parte, in cui si affermava che recitare il Padre nostro durante la Santa Messa tenendosi per mano, una piccola cosa se si vuole tra gli abusi liturgici di oggi, è esattamente una spia dei punti fallaci che conduce all’attuale analfabetismo sui sentimenti e sull’amore in cui la nostra cultura si dibatte: senza il “guardare in alto”, con compostezza, alla verità, all’amore che è creatore, sorgente e redenzione di ogni sentimento umano, la persona umana facilmente chiama “amore” ciò che è il suo contrario. Pertanto concluse, avendo ormai intorno una serie di ragazzi venuti a salutarlo con gioia in sacrestia e che, inconsapevolmente, lo salvarono da quel reggimento femminile:
«Vedete, se Dio è amore, ciò non vuol dire che il nostro amore sia Dio».  

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