26 luglio 2017

E' tornato don Camillo/16. Sbattezzo e conversione

di Samuele Pinna

Era una giornata talmente fredda che pareva che tra la carne e le ossa correvano degli spifferi e non c’era modo di scaldarsi. Nella casa di don Augusto non si percepiva alcun tepore e quando al di fuori la temperatura scendeva sotto lo zero gli veniva addosso un malumore pericoloso, ovviamente per chi gli capitava a tiro. Anche la chiesa era gelida e quindi non c’era possibilità di scaldarsi se non coprendosi a più non posso. Era nel suo studio con un buon libro, la pipa, un goccio di porto e il tabarro addosso per stare più al caldo. Quando all’improvviso lo chiamarono; se fosse stato uno scaricatore di porto oppure un comunista senzadio o, ancora, un radical chic avrebbe inanellato una serie di bestemmie, ma si limitò a sbuffare, affidandosi al buon Dio. Era Pippo Girotti che lo cercava, il sacrestano. Scese in un baleno, tabarrato com’era, e si trovò davanti l’omino insolitamente nervoso e agitato.
«Ci parli lei, Reverendo», disse ansimando, «perché io non so più che dire».
«Con chi?», domandò il pretone.
«Parlare con questo tizio qui», e indicò un tipo poco lontano voltato di spalle.
«Per cosa?», riprese l’altro dubbioso.
«Ma mica ho capito», riprese il sacrestano, «anzi, Reverendo, a dire il vero mi sa che ho compreso questa schifezza molto bene…».

Don Camillo redivivo iniziava a spazientirsi davanti a quella scenetta che pareva non finire mai e così invogliò il Girotti a muoversi nel chiarire i concetti.
«Quella bestia là», concluse, «vuole lo sbattezzo».
«Lo sbattezzo?», domandò il prete.
«Sì», continuò Pippo, «all’inizio pensavo chiedesse il Battesimo per qualche suo caro. E invece no, quel porco di prima categoria vuole lo sbattezzo!».
Don Augusto sostò un attimo sul termine “porco”, quale epiteto da non usare, poi si concentrò sulla faccenda e la pressione gli arrivò agli occhi.
«Cosa gli hai detto?».
«Che io non potevo far nulla», riprese il sacrestano, «che parlasse con un prete…».
Ma il nostro Camillo lo bloccò:
«No, no, no: non con un prete, ma con il Parroco. Non è roba di mia competenza: se la veda lui e buonanotte!».
E detto ciò senza dire più nulla tornò nella fredda casa al piano di sopra. La pace è dono di Dio, mentre la confusione è un regalo del diavolo e, pertanto, questo si mise all’opera per tentare il povero prete infreddolito. Questi non fece in tempo a rimettersi sulla poltrona che fu nuovamente chiamato e rialzandosi ridiscese prontamente, intuendo chi lo desiderava.

«Cosa c’è adesso?», disse con malgarbo.
«C’è che non se ne vanno senza aver parlato con il prete», riprese il povero Pippo.
«È questo il modo di accogliere i paesani dopo tanto tempo che non ci si vede?». Appena sentita la voce don Camillo redivivo si era trovato davanti quell’omaccione che rammentava molto bene. Mario Bottelli era una vecchia conoscenza del paese, un uomo grande grosso, che quando ti appariva dinnanzi pareva che fossero in quattro. Pantagruelico e famelico nel cibarsi era un uomo ponderato in una discussione per cinque minuti, perché possedeva un motore a scoppio, ossia rallentato, un diesel insomma, ma quando il motorino d’avviamento crepitava partiva in quarta e solitamente riusciva a disfare tutto.

«Mario Bottelli, cosa vuoi?», disse a denti stretti il pretone serrando i pugni. In illo tempore, tra il nostro don Camillo e il Mario Bottelli non correva buon sangue a motivo di un vecchio alterco causato dal figlio che ne aveva combinata una grossa. I metodi di don Augusto non erano stati di gradimento perché se quel figlio lì doveva prendere due sberle era il padre incaricato ad assestarle e non un prete reazionario. Sicché all’inizio discussero, per quei soliti cinque minuti, poi se le dettero di santa ragione e alla fine don Camillo redivivo la spuntò. Il Mario Bottelli è, infatti, una bestia forzuta e il pretone faticò non poco a mandarlo al tappetto.
“E adesso quest’energumeno si presenta in città con tanta spocchia!”, pensò don Augusto a cui prudevano le mani, ma vuoi il ricordo della rissa così impegnativa vuoi la curiosità sulla richiesta si trattenne e con un finto sorriso chiese per che cosa si erano tanto disturbati.
«Mio figlio vuole essere sbattezzato!», disse senza troppi preamboli il Mario Bottelli.
«Quel figlio di un cane», replicò a pressione a mille il pretone, «non te lo dicevo io che dovevi prenderlo più bastonate! Poche legnate gli ho dato a causa tua ed ecco come è venuto su: non solo senzadio ma anche senza cervello!».
«Reverendo per cortesia!», replicò l’altro in un attacco di bile, «non ricominciamo o qui finisce male!».

Si erano avvicinati l’uno all’altro in maniera pericolosa e allora intervenne per grazia divina Pippo Girotti. Non fece granché, ma la sua presenza e quel suo tossire nervoso dette un barlume di lucidità ai due mezzi corazzati di carne che stavano per scambiarsi qualche carezza.
«Cosa vuoi tu?», urlò seccato don Augusto, ma il povero sacrestano voleva solo andarsene prima che scoppiasse un nuovo conflitto mondiale.
«Vai a chiamare il ragazzo», disse infine il prete di città.
Il giovanotto arrivò poco dopo e don Augusto notò che non era cambiato: bassetto e smilzo, i capelli scuri come la pece, i freddi occhi neri, labbra sottili, vestito alla moda e soprattutto lo colpì il solito sguardo di ghiaccio in quella faccia brutta che sembrava una maschera capace di celare qualsiasi emozione.
Dopo i gentili e glaciali saluti, il prete chiese malamente cosa desiderasse.
«Voglio essere tolto dal registro del Battesimo», disse con freddezza.
«Per qual motivo, di grazia?», replicò sarcastico l’altro.
«Io non ho scelto di diventar cattolico, l’hanno deciso i miei genitori. E se all’inizio non me ne fregava nulla, ora sono convinto che essere nella Chiesa è una cosa che non desidero assolutamente. Voi preti…».
«Noi preti», disse don Augusto interrompendolo, «ti abbiamo insegnato le buone maniere, che evidentemente non hai imparato, un buon motivo per cui vivere e un buon modo per stare allegri. Noi preti abbiamo sopportato le tue offese, i tuoi scherzi idioti a danno di tanti, il tuo egoismo e i tuoi affari, che grazie a noi preti hai potuto fare. Sbaglio o quando hai aperto la tua attività gastronomica hai sbandierato ai quattro venti il tuo essere timorato di Dio per farti una discreta clientela a partire dalle famiglie cattoliche della Parrocchia…».
E gli “sbaglio” durarono per un bel po’, ma sul viso di quel giovane dalla faccia e dal cuore di ghiaccio, figlio di un’educazione da matti, neppure un movimento, una piccola incrinazione; rimase semplicemente impassibile.

«Il Battesimo è una cosa seria», riprese, «e un dono grande, non una burletta. E siccome è proprio un regalo che ormai ti è stato consegnato, non puoi restituirlo al mittente; cosa vuoi Dio è così: non si ricrede mai e davanti a un dono non lo rivuole indietro, neppure quando chi lo riceve è cretino come te. Al più, puoi non usarlo, su questo nessuno ti obbliga: a partire da Nostro Signore fino giù-giù al più inutile prete come me».
«La Legge prevede che se entro due settimane non…».
«So cosa dice la Legge», lo interruppe ancora don Augusto, «e non è per il fatto che lo dica la Legge che una cosa abbia buon senso e una porcheria come questa diventi una virtù! Volevo solo farti capire che sei vuoi vivere da scomunicato sono, sì, affari tuoi, ma tuttavia sono affari belli grossi! Non pensi ai tuoi genitori, al dolore che daresti a tua madre…».
Alla parola “scomunicato” unito al riferimento della moglie, il Mario Bottelli sobbalzò.
«“Scomunicato”», disse, «non esageriamo, Reverendo, è una ragazzata, non buttiamola in melodramma».
«Scomunicato», ribadì il prete con cipiglio.

«Questa è la mia volontà», riprese il ragazzo freddo come una ghiacciaia, «si muova a rispettarla».
«Vedi», rispose l’altro, «per questa tua insolenza e arroganza meriteresti una bella ripassata di buone maniere. Ma siccome sei un imbecille, mi fai pietà. Io non sono qui per fare un bel niente, scimunito che non sei altro! E non posso farlo neppure volendo. Può farlo solo il Parroco e gli farò sapere la tua depravata volontà appena possibile. Ho fatto questa gentilezza solo per il rispetto che nutro verso tuo padre e per la disgrazia incredibile che l’ha colto nell’avere un figlio come te!».

Poi don Camillo redivivo sentì nel suo cuore rincrescimento per quelle parole cariche di veleno e si obbligò a un gesto sconsiderato. Tirò fuori dalla tasca una corona del Rosario, a cui era tanto affezionato, e la porse al ragazzotto.
«Ecco, tieni», disse, «sono molto legato a questo oggetto di pietà, ma tu ne hai più bisogno: chissà che la nostra comune Madre non ti faccia per una volta rinsavire».
Il ragazzo sotto lo sguardo minaccioso del padre la prese e, a denti stretti, sussurrò un laconico “grazie”, andandosene in fretta e furia.
«Caro Mario», si congedò il prete, «disgrazia più grande non potevi avere con un figlio così, ma del resto da te cosa poteva uscire di buono?».
Le ultime parole fecero sussultare di nuovo il Mario Bottelli, che salutò il pretone con un semplice “Crepi”.

Il figlio tanto depravato e arrogante era ancora sul sagrato quando prese la corona del Rosario e la lanciò con violenza a terra, tanto che si spaccò e i grani si sparpagliarono dappertutto. Il padre sopraggiunto poco dopo il gesto gli rifilò uno sganassone sul coppino da far perdere l’equilibrio al ragazzo, che a seguito dell’ordine raccolse ciò che rimaneva dell’oggetto di pietà, consegnandoglielo.
Il Mario Bottelli aveva un gatto vivo nello stomaco e quella notte faceva fatica a prendere sonno, soprattutto dopo che aveva raccontato la vicenda alla moglie, la quale piagnucolava senza posa.
Prima dell’alba l’omone decise di alzarsi e, presi in mano i resti del Rosario, iniziò a darsi da fare per aggiustarlo. Non era facile con quelle manone che si ritrovava, ma dopo ore di lavoro tutto era stato messo a posto. Uscito di casa si mise in marcia e alla fine arrivò alla chiesa di città; entrato si diresse sicuro verso il prete carrarmato.

«Reverendo», disse senza salutarlo, «questa è sua: quel cretino del mio figliolo ha deciso di rinunciare anche a questo dono».
«Tienila tu», rispose l’altro in modo insolitamente umile.
«E cosa ne faccio?», rispose l’altro.
«Usala».
«Non posso», riprese il Bottelli, «lei ne è affezionato e io non ne ho bisogno».
«Grazie per il pensiero», disse don Augusto, «ma forse non ti sei accorto di averne anche tu bisogno: e poi ti ricorderà le botte che hai preso da me e così potrai dire una preghiera anche per un povero prete…».
«Scellerato come lei!», concluse l’omaccione andandosene.

In realtà non se ne andò, ma si mise in una cappelletta davanti a una deliziosa statua della Madonna con in braccio Gesù Bambino. Si sentiva attratto da quel volto pieno di purezza e serenità. Era, però, a disagio: avrebbe voluto dire qualche preghiera, un’Ave Maria, ma un po’ si vergognava e un po’ non si ricordava bene la filastrocca. Rimase così impacciato con la corona del Rosario in mano fintantoché arrivò una vecchina, con il suo bastone e la sua grande fede, di quelle che la moderna società vorrebbe eliminare perché considerate solo un peso, di quelle ormai imbarazzate a vivere e che si sentono inutili perché tutti glielo ricordano. Eppure queste vecchiette quanto sono necessarie grazie alle loro invocazioni e alle ore e ore passate a recitare giaculatorie con le labbra, la mente e il cuore! E, infatti, vedendo quell’ammasso di carne, la vecchina si sedette vicino e, accorgendosi della corona, chiese se voleva dire il Rosario insieme. Dinnanzi all’imbarazzo dell’altro, si fece dolce e le sussurrò di venirle tranquillamente dietro. Recitarono in questo modo una semplice e antica forma di orazione, i grani passavano via via lenti tra le dite. Una sobria preghiera, che però pacifica il cuore. E quando il Mario Bottelli concluse con la vecchina quel momento, si sentì rinnovato. Si segnò e improvvisò una genuflessione, poi prese da tasca il portafoglio e mise un sacco di soldi nella cassettina, accendendo un lume: era il modo sempliciotto, forse materiale, ma non meno sentito, per dire grazie al Signore. Probabilmente il figlio non avrebbe cambiato idea neppure davanti alle legnate che lo aspettavano, ma mediante quella storia lì, lui aveva riscoperto il suo essere un battezzato, grato alla Madonna per la scelta dei suoi genitori: altro che sbattezzo!

Vedendo tutta la scena don Augusto a sua volta ringraziò il Padre, il Figlio e lo Spirto Santo e già che c’era pure i santi del cielo e gli angeli del paradiso. Non se ne avvide, ma il Cristo del Crocifisso sorrise. E nell’intimo di quel pretone là dalla testa dura e dal cuore docile risuonarono le parole di Gesù: ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione .  

0 commenti :

Posta un commento