07 luglio 2017

Gay Pride: riparazione

di Diego de Acebes

Viviamo in un mondo attraversato da potenti ideologie, potenti perché ricche di risorse e di mezzi e quindi di potere. L’ideologia mescolata con cura al buonismo e a una tolleranza a buon mercato, se finanziata come si deve, porta sempre a grandi risultati.

Il 24 giugno, Milano si è dovuta, pertanto, sorbire la marcia arcobaleno del gay pride in cui, secondo gli organizzatori (così si legge nel sito www.milanopride.it) «il Milano Pride è prima di tutto la manifestazione dell’orgoglio delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, asessuali, intersessuali e queer». A rigor di logica, difficile da avere per chi è imbevuto di ideologia, manifestare per “orgoglio” è una pura e semplice stupidaggine.

È come se i medici o i preti oppure gli sportivi organizzassero una marcia per ribadire il loro essere orgogliosi di essere, secondo il caso, medici o preti oppure sportivi. Ma risponderà l’omo-arcobaleno come queste categorie non siano discriminate e, portando perentoriamente avanti questa tesi, nessuno sembra più in grado di ribattere alcunché.

Invero, è la tesi in sé stessa a essere interessante e non poco, a prescindere da sbrigative soluzioni. Anzitutto chi discrimina chi e perché? Dopo anni di ideologizzazione e di “pubblicità” di massa, dopo che nessuno possa oramai più esprimere un giudizio di ragione (benché frutto di una riflessione pacata), dopo che pubblicamente è impossibile affermare alcunché contro gli omosessuali, pena una persecuzione mediatica, pare proprio che tutta questa discriminazione sia più teorica che reale.

Certo il proseguire questa strada è vantaggiosa in tutti i sensi (soprattutto economici). La domanda, però, fondamentale – questione lasciata volutamente sotto silenzio – è un’altra: perché ci dovrebbe essere discriminazione? La risposta arcobalena è semplice: gli omosessuali non sono trattati come gli altri soggetti aventi diritto. “Ma perché?”, si potrebbe incalzare. Perché – questa la probabile risposta – hanno gusti sessuali “diversi” o “altri” e in un mondo libero ognuno deve poter avere il gusto che desidera. Di là che il mondo non è una grande gelateria, può frullare legittimamente nella testa ancora un “perché?”: perché, se siamo d’accordo tutti che ognuno può avere il suo gusto sessuale, c’è ancora bisogno di esserne orgogliosi?

Forse, è vero che non tutti siamo d’accordo e allora queste marce dovrebbero metterci d’accordo, ma è così? In verità, l’accordo è impossibile con chi è convinto ci sia una legge naturale, un vero e falso metafisico e un giusto e sbagliato morale. C’è ancora chi addirittura si spinge a dire che la libertà non è “fare quello che si vuole”, ma “volere quello che è bene fare”. E il “bene”, come la “verità”, è un trascendentale, scolasticamente parlando.

Forse l’omosessualità (e affini) non è in sé un bene, ma per capirlo è necessario un termine di paragone, una legge insomma che tracci dei confini. Non una legge di invenzione umana, quella è caduca come l’uomo che la stabilisce e può cambiare a seconda di dove tira il vento. Una legge superiore, ecco cosa ci vuole: ma è possibile che ci sia una legge che valga per ogni uomo di ogni tempo? La risposta è drammaticamente semplice ed è positiva: sì. È la legge naturale, appunto. Tutta la realtà è regolata, segue delle leggi, ha un inizio e una fine. Nessuno può spezzare questo meccanismo.

L’uomo, però, con la sua intelligenza può spiegarli o, usando male il suo intelletto, rifiutarli, ma questi gli sopravvivono inevitabilmente. La legge di natura non si degrada d’altronde al solo ambito naturale-animale-biologico, ma tiene conto anche di altri aspetti: la socialità, i modi di vita, etc. Ma c’è pur sempre una legge naturale in noi: ho fame, devo mangiare; dopo molte ore di lavoro, devo riposare e così via. Sono leggi iscritte nel soggetto e una di queste afferma, con la perentorietà dell’evidenza, che una specie può sussistere nel tempo solo se si riproduce. È una banalità colossale, se si vuole, eppure ineludibile.

L’uomo, che è sì animale ma ragionevole, ha compreso la sua vocazione alla famiglia come ciò che dà non solo la prosecuzione della specie ma anche un modo, una modalità, di come questa debba essere tramandata. E nessuno si è mai sognato di metterlo in dubbio, in passato. Qui, del resto, entra in gioco il discorso veritativo: in ogni azione che un individuo compie o può compiere c’è un bene e un male. Questo lo si può cogliere mediante il senso comune (il buon senso), ma qualora non basti risulta necessaria anche la riflessione per comprendere la questione in profondità.

La Chiesa cattolica, che custodisce la Rivelazione di Dio, giunge esattamente a una riflessione e guarda caso proprio a partire dalla legge naturale completata dalla Nuova legge del Vangelo. La Chiesa afferma che «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati» (CCC 2357).

Riprovati sono gli “atti”, non le “persone”, uomini o donne che siano, le quali «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (CCC 2358).

Dinnanzi a questi pochi dati, l’accusa di omofobia verso la Chiesa cade, a meno di una coriacea ideologia. È probabile che agli organizzatori del Pride non piaccia, loro che hanno proposto «una straordinaria festa di libertà resa possibile dal lavoro congiunto di istituzioni pubbliche, associazioni e realtà commerciali» (= denaro). Il fatto di dissentire con tale visione di “libertà” da parte di ogni bravo cattolico, che pure non voglia giudicare, deve essere bella chiara e ben netta. Qui, però, si annida il punctum dolens: in un discorso tra credenti ciò che è detto al di fuori della Rivelazione poco importa. Felici, dunque, di un corteo di riparazione, che è un atto rivolto al Signore e non deve dimostrare niente a nessuno. Davanti – scrivono gli organizzatori in linea col CCC – «all’ostentazione e alla nobilitazione di atti e comportamenti che costituiscono un grave peccato che umilia e degrada la creatura più bella di Dio, cioè l’uomo, negando la bellezza dei sessi e cancellando la famiglia come comunione di differenze, immagine della Trinità, cioè dell’amore vero», si vuole rispondere con la preghiera, fatta «per amore di tutte le anime che a causa della cultura veicolata da questo evento, il “gay pride”, rischiano di perdersi e per tutte quelle che quotidianamente vengono ingannate e confuse». Sempre a Milano, il 29 giugno, nella festa dei santi Pietro e Paolo. Un buon auspicio.

 

1 commento :

  1. Guardiamo con con compassione amorevole Gesú Crocifisso Affidandoci a Lui. Francesco

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