29 luglio 2017

Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo


di Giuliano Guzzo

Adesso che la vicenda che ha commosso e mosso per settimane il mondo volge tristemente al capolinea, e Charlie Gard è stato ucciso – pardon «lasciato andare», come usa dire il giornalismo al guinzaglio della cultura dominante -, si può tentare di trarre qualche conclusione su questa vicenda anomala sotto innumerevoli punti di vista. A partire dal fatto che, quello per la prima volta in assoluto, un bambino malato è stato eliminato senza alcun consenso genitoriale, anzi in netta opposizione alla volontà dei genitori, che si sono battuti come leoni per il loro piccolo.

Anzi no, aspettate. Forse un precedente esiste. E sta in questa comunicazione: «Devo comunicarvi il mio rammarico nell’informarvi che il bambino è morto […] per infiammazione delle vie respiratorie […] Egli non aveva fatto alcun tipo di progresso durante il suo soggiorno qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte». Parole pacate e cariche di umanità, non è vero? Pare proprio un Comunicato di queste ore, diretto ai genitori di Charlie.
Peccato che si tratti della lettera, datata 6 febbraio 1943, che lo psichiatra nazista Ernst Illing (1904-1946) indirizzò, firmandola di suo pugno, ai genitori di uno dei tanti bambini assassinati sulla base del programma svolto dai Reparti Speciali infantili. Non è uno scherzo, la si può trovare in formato originale su Wikipedia. La prima lezione del caso Gard, dunque, sta nel ritorno di un orrore che credevamo sepolto, ossia quello di uno Stato, coadiuvato da medici dalle sembianze amorevoli, che si arroga il diritto di liberare – per il loro bene, ovvio – i letti dei pazienti che non fanno registrare «alcun tipo di progresso».

Il secondo insegnamento che la vicenda inglese impartisce a tutti noi, è la totale deformazione del concetto di accanimento terapeutico: un tempo ben circoscritto a quelle terapie (quindi rivolte contro una malattia) sproporzionate, inefficaci o addirittura controproducenti, oggi è indebitamente esteso alle cure (quindi rivolte a tutela di una persona) indirizzate a un soggetto che abbia la sola colpa di versare in una condizione curabile, ma non guaribile. Apparentemente di lana caprina, la questione è in realtà epocale: significa che se sei malato senza prospettive di guarigione, d’ora in poi, faresti bene a guardarti alle spalle.
No, beh, dài, esagerato. Già me li immagino, commenti così. Eppure, chi fino non a dieci anni or sono, ma a un solo anno fa, avrebbe mai pensato che un bambino sarebbe potuto essere tenuto in ostaggio in un ospedale per essere poi eliminato – col placet della Corte europea dei diritti dell’uomo! – in opposizione alla volontà di chi l’ha messo al mondo? Nessuno, evidentemente. Eppure è accaduto. O, meglio, ri-accaduto, come il ricordato esempio nazista dimostra. Ebbene, chi ha familiarità con gli studi bioetici sa che esiste un concetto, quello di chi «china scivolosa», secondo cui, fatto un passo grave, ne seguirà prima o poi, uno ancora più drammatico.

Nel frattempo – terza e ultima considerazione, la sola positiva – si è però fieramente ricompattato un fronte, quello pro-life, che sa che Charlie è morto, ma vive. Che il suo sacrificio non è vano perché ora il suo ricordo risplende accanto a quelli di Terry, di Eluana e dello sconfinato esercito dei bambini abortiti (per «il loro bene»!), tutta gente che, nella società dell’accoglienza a parole, non è stata accettata. Ma rimane e rimarrà saldamente nella memoria quanti, benché ora sconfitti, continueranno a combattere per coloro che, pur versando in condizioni di malattia, anche grave, hanno tantissimo da da dire – e da dare – a un mondo allo sbando, che incapace d’interrogarsi sul dolore e sulla malattia, ha preso a eliminare i malati.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/29/charlie-e-morto-charlie-e-vivo/

 

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