31 luglio 2017

I bestiari medievali. La simbologia animale secondo Pastoureau

di Francesco Mastromatteo

Gli unicorni non esistono, i serpenti non amoreggiano clandestinamente con le murene e i gatti non sono agenti di Satana.

Oggi queste sono asserzioni scontate, lapalissiane e un certo razionalismo miope ci porterebbe a ridere di tali credenze, ritrovabili in un bestiario medievale, sorta di enciclopedia dell’epoca ben studiata dallo storico francese Michel Pastoureau, nato a Parigi nel 1947 e docente di storia della simbologia all’'École des hautes études en sciences sociales, autore di numerosi e pregevoli saggi sulla storia dei simboli, con particolare riferimento agli animali, e più di recente, ai colori.

“Nel Medioevo – scrive Pastoureau – l’animale è onnipresente: in qualunque ambito documentario lo storico si avventuri, non può non incontrarlo. Sembra proprio che nel mondo occidentale nessun’altra epoca l’abbia tanto e così intensamente pensato, raccontato, rappresentato. Gli animali proliferano fin nelle chiese, occupando buona parte degli apparati decorativi e delle scene figurate che i sacerdoti, i fedeli e i monaci hanno quotidianamente sotto gli occhi. Con grande scandalo di certi prelati che, come San Bernardo nel XII secolo, se la prendono con «i leoni feroci, le scimmie immonde, le tigri dal pelo macchiettato, i mostri ibridi, gli spaventosi centauri, i pesci con i corpi di quadrupedi, gli animali che vanno a cavallo di uomini e altri animali».

L’animale è dunque termine privilegiato di tutte le metafore, l’oggetto per eccellenza “pensato simbolicamente”, secondo la formula di Claude Lévi-Strauss. La zoologia medievale tuttavia non segue i parametri di quella moderna e come quella greca e latina, distingue nella maggior parte dei casi cinque grandi famiglie, dai contorni ampi, elastici, aperti: i quadrupedi, gli uccelli, i pesci, i serpenti e i vermi. Ignora la nozione di mammifero, considera “pesci” anche i cetacei, include tra i “vermi” tutti gli animali di piccole dimensioni che non rientrano nelle categorie precedenti: larve, parassiti, ma anche roditori, insetti, batraci, gasteropodi, a volte addirittura conchiglie; molluschi e crostacei si dividono tra pesci e vermi.

L’autore di “Bestiari del Medioevo” però ci avverte: per la mentalità dell’Età di Mezzo, dominata da una visione teocentrica, in cui ogni aspetto del mondo, un cosmo unitario e racchiuso da un ordine mirabile voluto da Dio, non ha un significato in sé concluso, ma ne rimanda sempre, allegoricamente, a un altro, i concetti di esatto e vero non coincidono.

Il primo è superficiale, limitato, personale; il secondo, una qualità da conquistare, nascosta com’è sotto un velame di codici e, per dirla con Umberto Eco, “un leone non era solo un leone, un ippogrifo era reale come un leone perché come quello era un segno, esistenzialmente trascurabile di una verità superiore”, mentre Jacques Le Goff ci ricorda che “l’irruzione del meraviglioso nel quotidiano si compie senza frizioni, senza suture”, senza legami con esso pur essendo totalmente inserito al suo interno.

Parlandoci perciò di come i dotti del Medioevo descrivessero seriamente creature fantastiche come draghi, unicorni, manticore, grifoni, fenici, sirene, e attribuissero ad animali reali caratteristiche che oggi sappiamo essere fantastiche (la pantera sprigiona un odore soave che attira tutti gli animali, il pellicano che nutre i piccoli della sua carne, i leoni e gli orsi che resuscitano i cuccioli morti, tutti simboli divini), Pastoureau mette in guardia dal pericolo dell’anacronismo: “A differenza di quanto generalmente si creda, gli uomini del Medioevo sapevano osservare bene la fauna e la flora, ma non pensavano affatto che ciò avesse un rapporto con il sapere e la verità. Quest’ultima non rientra nel campo della fisica, ma della metafisica. Il reale è una cosa, il vero un’altra, diversa. […] Per la cultura medievale, preciso non significa vero”. Di qui le rappresentazioni grafiche degli animali nelle splendide miniature dei codici, che divennero realistiche solo verso gli ultimi secoli del Medioevo, quando gli illustratori smisero di considerare quelle convenzionali più importanti e veritiere, pur essendo in grado di produrle anche in precedenza.

Quando perciò apprendiamo dai bestiari che “il cervo vive mille anni, la donnola concepisce i piccoli attraverso la bocca e li partorisce dall’orecchio, il toro perde le forze se viene legato a un fico, il caprone ha sempre la febbre e il suo sangue è così caldo che perfora il diamante, lo struzzo è una specie di cammello in grado di ingoiare qualsiasi cosa, la lince è un gigantesco verme bianco il cui sguardo trapassa i muri, la iena cambia sesso a suo piacimento, la rodina mangia, beve e dorme volando”, non dobbiamo giudicare tali asserzioni come se stessimo leggendo un trattato di storia naturale, biologia o etologia, ma opere che parlano degli animali, della loro natura, delle loro caratteristiche e delle loro ‘senefiances’, per usare un termine antico-francese, per meglio parlare di Dio, di Cristo, della Vergine, a volte dei santi, e soprattutto del diavolo, dei demoni e dei peccatori […] per celebrare la Creazione ed il Creatore, per trasmettere le verità delle fede, per invitare i fedeli a emendarsi”.

Questa visione attraversa tutta la storia del genere, che prende spunto dal trattato allegorico antico del Physiologus e dalle opere di Plinio, Eliano, Solino, attinge copiosamente dalla Bibbia, in cui gli animali sono onnipresenti dal serpente della Genesi al drago dell’Apocalisse, cita i testi dei Padri della Chiesa, in particolare Ambrogio ed Agostino, le Etimologiae di Isidoro di Siviglia e già prima dell’anno Mille produce opere autonome chiamate “Bestiarii”, destinate ad avere un peso importante all’interno delle enciclopedie più generali come il Liber de natura rerum del domenicano Tommaso di Cantimpré. Successivamente il bestiario, che si arricchisce progressivamente di miniature, e spesso si riscontra nei cataloghi delle biblioteche come opera monotematica, a seconda dell’oggetto trattato (“aviari”, libri di pesci, libri di serpenti, libri di mostri) viene scritto in volgare, dapprima in versi e poi in prosa, come quello di Pierre de Beauvais. Il monaco erudito e bibliofilo Richart de Fornival, alla metà del XIII secolo, redige un Bestiarie d’Amour, dove più che insegnamenti morali o religiosi, l’autore ricava dalle caratteristiche degli animali considerazioni sull’amore e sulle strategie amorose: come conquistare la dama, come conservarne l’amore, come resistere al suo fascino. Segni dell’evoluzione e della “laicizzazione” del genere.

In molti casi, i bestiari aiutano a comprendere i caratteri più significativi dell’approccio medievale verso l’ambiente: è il caso del mare, fino al ‘500 considerato per lo più “un mondo terribile, di caos e morte, dove agiscono mostri e potenze demoniache” e “gli esseri che vivono sott’acqua sono misteriosi, inquietanti, spaventosi”. Non solo le balene, regolarmente scambiate per isole da marinari ignari che vi approdano, e vi accendono un fuoco, equivoco drammatico che si trasforma in catastrofe, ma anche creature “mostruose corrispondenti a quelle terrestri”, come il monaco di mare, “essere ibrido con la testa di uomo tonsurato e una sorta di cappuccio monastico sulle spalle, ma con due pinne al posto delle braccia”. Mostri a metà tra il mondo animale e quello umano popolano in abbondanza le opere dedicate alle “meraviglie dell’Oriente” e in generale delle terre lontane e misteriose, come l’Etiopia, dove si incontrano bestie mirabili e animali spaventosi, ma anche uomini dotati di un unico piede o con la faccia in mezzo al petto: una rappresentazione dell’alterità sulla base del bizzarro e dell’irriducibile in funzione di consolidamento del proprio sistema di valori e credenze ben studiata dall’antropologia contemporanea.

Scorrendo le gradevoli pagine del libro di Pastoureau, arricchito da preziose illustrazioni, scopriamo curiosi e insospettabili lati della mentalità medievale, che arrivava in taluni casi a considerare uomini e animali parte della stessa comunità, una visione “ecologica” beninteso che poco o nulla aveva in comune con quella odierna ed era, ancora una volta, frutto della profonda religiosità del tempo: “Alla fine del XV secolo, il vescovo di Losanna invitò a più riprese le anguille del lago Lemano a riprodursi meno abbondantemente. Erano infatti così numerose che davano fastidio agli altri pesci e ostacolavano la cattura dei pesci bianchi, mandando in miseria i pescatori. Ma le anguille non ascoltarono il vescovo: continuarono a proliferare, diventando sempre più numerose e brulicanti con il passare degli anni. Il presule, alla fine, le scomunicò”. Una concezione degli animali come “figli di Dio” che pur essendo secondaria rispetto al dominante antropocentrismo, esiste e si riscontra diffusamente in queste opere.

Cresciuto alla scuola storica francese, figlia delle Annales dei Bloch e dei Le Goff, Pastoureau mette in guardia da un approccio positivistico scientista, supponente e falsamente razionalista ai bestiari medievali: “Qualsiasi giudizio sul passato basato sul metro delle conoscenze attuali non può essere che anacronistico. Non è questo il modo di fare storia. Non si può comprendere – e tanto meno giudicare – il passato, specialmente il passato remoto, sulla base delle sensibilità, dei valori e delle certezze del tempo presente. Nel campo della storia intellettuale e culturale, lo “scientificamente corretto” non è solo detestabile, ma anche fonte di un gran numero di confusioni, sviste e assurdità”. Dietro le “favole” sugli animali, reali o fantastici, dei cosiddetti “secoli bui”, c’era l’opera intellettuale di uomini colti, profondi e innamorati conoscitori non solo dei testi sacri ma anche dei classici pagani, che attraverso l’allegoria e la simbologia animale istruivano e catechizzavano i fedeli, influenzavano i costumi e costruivano programmi politici. Nulla di ingenuo, ma, semmai, la sapiente costruzione di quella che oggi chiameremmo una “narrativa” culturale e ideologica.

Gli uomini del Medioevo, sembra dire Pastoureau, erano un po’ come i bambini di Chesterton: non avevano bisogno di sapere che i draghi esistono, perché di quello erano già certi; ma di sapere che i draghi possono essere sconfitti.  

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