27 luglio 2017

Il Puntatore. La giovinezza divinizzata

di Aurelio Porfiri
Nei decenni passati, abbiamo assistito ad uno stravolgimento nell'ordine naturale delle cose anche per quello che riguarda le età della vita. La giovinezza fu sempre preparazione alla maturità, alle sfide che essa portava che sarebbero poi confluite nei pesi della vecchiaia. Ma dagli anni '60 almeno, la giovinezza è un valore a se stante. Per cui ancora oggi Adriano Celentano è il ragazzo della via Gluck, quando sta per compiere 80 anni e il non tanto più giovane Gianni Morandi sembra ancora dover essere mandato dalla mamma a prendere il latte. Questo lo abbiamo avvertito nella Chiesa, questo isolamento della gioventù come bene in se stesso.

Ne scriveva molto bene Romano Amerio in Iota Unum: "Concludendo questa analisi dell’atteggiamento nuovo del mondo e della Chiesa verso la gioventù, noteremo che anche qui si è consumata un’alterazione semantica e che i termini paterno e paternalistico son diventati termini di disprezzo, come se l’educazione del padre, come padre, non fosse esercizio eccellente di saggezza e di amore, e come se non fosse paterna tutta la pedagogia con cui Dio educò il genere umano nella via della salvezza. Ma chi non vede che in un sistema, in cui il valore si fa poggiare sull’autenticità e sul rifiuto di ogni imitazione, il primo rifiuto è il rifiuto della dipendenza paterna?
Il vero, oltrepassando gli ipocorismi di chierici e di laici, si è che la gioventù è uno stato di virtualità e di imperfezione che non si può possedere come stato ideale né prendere come modello. Inoltre la gioventù vale come avvenire e speranza dell’avvenire, talmente che realizzandosi l’avvenire essa scema e si perde. La favola di Ebe si converte nella favola di Psiche. Anzi, se si divinizza la gioventù, la si getta al pessimismo, perché le si fa desiderare di perpetuarsi, mentre non si può. La gioventù è un progetto di non-gioventù e l’età matura non deve modellarsi su di essa, ma sulla saggezza maturata. Del resto nessuna età della vita ha per modello al proprio divenire un’età della vita, né la propria né l’altrui. Il modello infatti di ciascuna è dato dall’essenza deontologica dell’uomo, la quale è da ricercare e vivere, identica, in ciascuna età della vita. Anche qui lo spirito di vertigine fa voltare il dipendente verso l’indipendenza e l’insufficiente verso l’autosufficienza".

Purtroppo questo atteggiamento non ha cessato di compiere devastazioni a vari livelli, che ancora si ripercuotono nella pratica pastorale di tante, troppe parrocchie.  

2 commenti :

  1. Io che non sono più giovane ricordo ancora due canzoni degli anni '60, mi pare proprio di Celentano: "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza" e "Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia".

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  2. Bah, la prima mi pare degli anni '20, non '60, ma del 'diman non v'è certezza' va sempre bene, chiedendo venia a Lorenzo de' Medici, d'altra parte quando un ultraottantenne chiama nonno un novantenne c'è forse qualcosa che non funziona, o 'giovani' coetanei o vecchi entrambi, tertium non datur, purtroppo noto mancanza di decoro e.......di specchi, quando vedo 60enni che si vestono impunemente come 13enni, beh, Basaglia ha proprio sbagliato tutto......

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