15 luglio 2017

Israele scarica il sovversivo Soros

di Alessandro Rico

Che George Soros, ebreo ungherese, non fosse particolarmente amato dal governo del suo Paese, è un fatto ormai arcinoto. Il premier Viktor Orbán ha subito intuito il potenziale eversivo delle numerose organizzazioni non governative fondate o finanziate a vario titolo dal sedicente filantropo. E ad aprile ha preso di mira anche la sua Central European University, minacciata da un disegno di legge che le vieterebbe di operare nel territorio ungherese.

L’ultimo atto della contesa tra Orbán e Soros è stata l’affissione di manifesti con la foto del miliardario ottantaseienne che sogghigna, accompagnati dalla didascalia: «Non lasciamo che Soros rida ultimo», in riferimento all’impegno del magnate in favore dell’apertura delle frontiere agli immigrati. Subito dopo la loro diffusione, sui cartelloni sono iniziate ad apparire stelle di David e scritte che definivano Soros uno «schifoso ebreo». Fatti subito stigmatizzati dalla comunità ebraica ungherese e da Human Rights Watch, Ong che ovviamente è stata generosamente finanziata dallo stesso Soros nel 2010, con una donazione record di 100 milioni di dollari in dieci anni. Ed è proprio il rapporto del miliardario con questa organizzazione umanitaria, la quale ha parlato di campagna che «evoca i ricordi dei manifesti nazisti durante la Seconda guerra mondiale», che sta alla base delle divergenze con Israele.

In un primo momento, infatti, l’ambasciatore israeliano a Budapest aveva condannato l’iniziativa del governo ungherese, affermando che essa non solo richiamava «tristi ricordi», ma dimostrava anche «odio e paura». Come riportato dall’agenzia Reuters, tuttavia, poche ore dopo la sortita dell’ambasciatore, il ministero degli Esteri israeliano ha fatto partire una rettifica. Il portavoce Emmanuel Nahshon ha specificato che «in alcun modo le dichiarazioni dell’ambasciatore intendevano delegittimare le critiche a George Soros, che mina continuamente i governi israeliani democraticamente eletti».

Nahshon ha aggiunto che le Ong finanziate da Soros «diffamano lo Stato ebraico e cercano di negargli il diritto all’autodifesa». Una chiara allusione proprio a Human Rights Watch, che ha più volte condannato la presunta occupazione della Cisgiordania da parte di Israele.
In parole povere, persino lo Stato ebraico, di solito solerte quando c’è in gioco l’antisemitismo, con Soros ha pensato bene di cambiare registro. E respingendo al mittente le accuse indirizzate alla campagna del governo Orbán, persino smentendo le dichiarazioni del proprio ambasciatore, ha rincarato la dose, praticamente definendo Soros un sovversivo. Ovvero, dando pane al pane e vino al vino: il miliardario ungherese si è fatto conoscere negli anni per le sue spregiudicate manovre, con le quali ha fortemente influenzato la politica interna ed estera di nazioni sovrane.

A cominciare dall’attacco speculativo alla lira nel 1992, che favorì le banche d’affari statunitensi nella corsa ad accaparrarsi gli asset pubblici italiani, svenduti dopo la svalutazione; passando per le operazioni del Civil Society Project, un piano di democratizzazione della Macedonia, sostenuto pure dall’ex presidente americano Barack Obama, che ha determinato il rovesciamento del governo conservatore democraticamente eletto e ha trascinato il Paese sull’orlo della guerra civile; per arrivare alle trame tessute contro la Polonia guidata da Andrzej Duda, dove i gruppi LGBT dovrebbero essere sovvenzionati con 882 milioni di dollari dalla Norvegia per tramite della Stefan Batory Foundation, manco a dirlo, fondata dall’onnipresente Soros.

Con la notevole eccezione dell’Italia, sempre generosa con chi si prodiga per depredarla (di recente Gentiloni ha incontrato Soros, che promette investimenti nel nostro Paese), chi ha avuto a che fare con le trame dell’anziano «filantropo», ormai ha imparato a guardarsene. E chissà che ne diranno i liberal sionisti, sempre pronti a deridere come complottisti chi denuncia il malaffare sorosiano, ora che pure Israele ha sparato a zero sul miliardario ebreo. Un uomo che, come rivelato dall’analista economico americano Martin Armstrong, uno che di finanzieri senza scrupoli se ne intende (si è fatto cinque anni di galera per frode), secondo molti di quelli che lavorano con lui «si crede un Dio con il diritto di rimodellare il mondo a sua immagine».

In vista dell’imminente incontro tra Orbán e Netanyahu, dunque, Ungheria e Israele hanno individuato in Soros il simbolo di quel crescente attivismo delle Ong, la cui influenza entrambi i Paesi stanno cercando di limitare attraverso leggi ad hoc. Resta in effetti da chiedersi quale antisemitismo sia veramente pericoloso: quello del governo Orbán, che difende i propri confini e avvia la sua controffensiva a un miliardario sovversivo, o quello dell’Unesco, che pochi giorni fa, dopo un summit a Cracovia, ha definito Israele «potenza occupante» a Gerusalemme e ha attribuito ai palestinesi la sovranità sul territorio che include la tomba dei patriarchi di Hebron. L’Unesco, la quale, come volevasi dimostrare, figura ufficialmente tra i partner della Open Society di Soros.

DA La Verità
 

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