26 luglio 2017

La burocrazia che uccide la vita


di Massimiliano Marinelli

E’ ormai da tantissimi mesi che su tutte le principali testate giornalistiche e i vari telegiornali si parla del “caso Charlie Gard”, il piccolo bambino inglese affetto da una rara malattia genetica.
Adesso sembrerebbe essere arrivati alla fine di questa storia (triste) che per tanti mesi è stata discussa in vari talk show, coinvolgendo medici, luminari, giudici e opinionisti.
Dopo la mobilitazione di associazioni pro vita, di ospedali tra cui il nostro “bambino Gesù di Roma”, di Papa Francesco dopo che il popolo cristiano ha tempestato di chiamate e di lettere il vaticano, sembrava che la storia del piccolo Charlie volgesse verso un lieto fine o perlomeno che trionfasse il diritto alla vita anche alle persone chiamate da Gesù “i piccoli”, dove però sembrerebbe che in questa società non ci sia posto per loro.
Signori, è innegabile che questa società sia MALATA, viene difesa a spada tratta la libertà di morire come e quando uno vuole, mentre viene messo da parte il diritto alla vita e molte volte calpestato da questa modernità dove ormai tutto è diventato relativo.
Ma la vita è un dono, e noi abbiamo l’obbligo morale di proteggerla e custodirla.
Madre Teresa diceva: "Ama la vita e amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, amala anche se non è come tu la vorresti, amala quando nasci e ogni volta che stai per morire. Non amare mai senza amore, non vivere mai senza vita".
I genitori di Charlie hanno lottato come leoni, per dare una speranza seppur piccola al loro cucciolo di sopravvivere, sembrava quasi che stesse per accadere il miracolo, ma tutto si è fermato, tutto è andato in frantumi per colpa della burocrazia e di persone che di professione sono giudici, ma hanno la presunzione di potersi sostituire all’Altissimo.
Già nominare le parole burocrazia e sentenze alla mente ritorna un'unica parola: tempo.
Ma sta di fatto che in questo caso di tempo non ce n’era, qui si parlava di vita, perciò al diavolo ogni cosa; la vita prima di tutto!
I giorni passavano in attesa che i giudici dopo vari rinvii si esprimessero se consentire o meno il trasferimento del bambino presso uno degli ospedali che si era fatto avanti, proponendo cure sperimentali.
Ma nel frattempo il piccolo Charlie peggiorava, e le cure che altri specialisti avevano proposto lentamente scendevano in percentuale di efficacia.
Fino ad oggi, quando i genitori con un grandissima dignità e una grandissima fede si sono abbandonati nel braccia di Dio e capendo che ormai più il tempo passava, più diventava inutile provare a curare il loro bambino, hanno deciso di lasciar “tornare alla case del Padre” il piccolo Charlie e di fondare a suo ricordo un’associazione che possa dar sostegno e aiuto ai tanti casi simili nel mondo.
Tutta colpa di questa burocrazia e il tempo infinitamente lungo che ne deriva.
Ma di questo e di tante altre situazioni dovremo renderne conto a Dio presto o tardi.
Non siamo stati in grado di trovare velocemente la risposta a quello che il piccolo Charlie meritava cioè: provare a vincere la sua malattia, con quell’inventiva e quella determinazione che ha reso capace l’uomo di scoprire gli abissi e la vastità dell’ universo.
Il grande Papa Wojtyla diceva: “il compito più importante non è quello di trasformare il mondo, ma di trasformare noi stessi.” E l’unica trasformazione positiva che l’uomo può fare è attraverso Dio, mettendosi nelle mani di Cristo.
Chiedo a tutti voi lettori, di pregare la Mamma del Cielo che possa custodire il piccolo Charlie e che se Dio vorrà così, lo prenda in braccio e lo porti in cielo.
E preghiamo anche per noi stessi di essere degni un giorno di poter stare nello stesso posto.

 

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