10 luglio 2017

"L’anima della civiltà giuridica occidentale" di Aldo Vitale


di Fabrizio Grasso

Aldo Rocco Vitale, classe 1983, nonostante la giovane età, ha già un nutrito curriculum accademico, infatti prima si è laureato in Giurisprudenza all’università di Catania e dopo ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia e Teoria Generale del Diritto europeo, presso l’università Tor Vergata di Roma. È inoltre allievo del giurista Francesco D’Agostino, che attualmente è Presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica e riveste anche la carica di Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani. Alla passione per lo studio, Vitale affianca quella per la divulgazione e difatti collabora con numerose riviste online. Frutto di queste due passioni, è proprio il suo ultimo libro, il pamphlet "Cristianesimo e diritto, sull’anima della civiltà giuridica occidentale" (Algra Editore, pp. 65, prezzo 6 Euro). Una riflessione minima la sua, che ha l’indiscutibile pregio della chiarezza espositiva e di pensiero e riesce perciò a raccontarci duemila anni di storia del diritto con pennellate leggere sì, ma mai superficiali.

Il pamphlet esplora l’incontro tra lex e religio e segnatamente quello tra cristianesimo e diritto che ha avuto storicamente luogo in Occidente, ad essere indagate sono esattamente due dimensioni: la teorica e la storica. Secondo l’autore infatti, il diritto per come lo conosciamo oggi, è impossibile da comprendere senza l’elemento romano e quello cristiano, che si sono storicamente saldati nella tradizione del diritto europeo.

Vitale nella prima parte del pamphlet che è squisitamente filosofica, individua tre principi che hanno definito la sensibilità e la civiltà europea e sono: il principio di laicità, quello di legalità e infine quello di personalità. Scrive infatti che senza questi tre principi: «oggi il diritto stesso, all’interno di uno Stato di diritto, non sarebbe altrimenti concepibile». Principi questi che derivano proprio dal genio del cristianesimo, che storicamente attraverso la Chiesa ha fatto da contrappeso e freno al potere temporale di re e imperatori, consentendo il fiorire di una tradizione giuridica unica e inimitabile. La formulazione di questi principi ha fatto sì, che da un lato il cristianesimo abbia sempre combattuto gli assolutismi statali e dall’altro evitasse anche il pericolo opposto, rappresentato dalle derive teocratiche, che difatti sono oggi appannaggio di quella parte d’umanità, che ad esempio, rifacendosi a una tradizione religiosa quale è l’Islam, non conosce la distinzione tra religione e diritto.

Nella seconda parte del breve saggio invece è inquadrata la dimensione storica dei rapporti tra  cristianesimo e diritto e così Vitale ci ricorda che a distinguere tra autorictas e potestas, nel caso del cristianesimo primitivo, è già l’apostolo Paolo, che nella Lettera ai Romani spiega chiaramente che la religione fondata dal Cristo è una rivoluzione spirituale e non politica. Difatti il consiglio ai primi convertiti è quello di non mettere mai in discussione l’autorità, che in ogni caso proviene da Dio. Un focus esemplare è poi dedicato alla posizione della Chiesa sulla schiavitù.

Su queste premesse l’autore arriva quindi ad una conclusione che agli orecchi anti-cristiani dei contemporanei potrebbe suonare stonata e invece è solamente logica e provata anche dalla storia e cioè che: «Se oggi c’è ancora una fede nel diritto è perché il Cristianesimo ha insegnato a conservare la fede nella giustizia che del diritto è il cuore pulsante, o meglio, l’anima».

 

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