30 luglio 2017

L'eco della solidità. La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo


di Giulia Bovassi

Quanto è “troppo”? Incalza il bisogno di trovare un equilibrio fra il quesito, la possibile risposta e il reale. Un mancato posizionamento è l’angosciante condizione liquida degli abitanti del possibile, in costante adattamento ad una identità dinamica come dinamico è il contesto tecnico-scientifico ormai pienamente omologato alla quotidianità. Ripudiata ogni radice, compresa la natura umana e la sua contingenza, restano corpi docili “biologicizzati” senza identità. Corpi manipolabili, non pensanti, devoti al possibile. Annichilendo l’origine e il senso legato al fine, da chi potrà alienarsi quest’uomo estraneo a se stesso che non torna in se stesso? La creazione di un nuovo mondo, totalmente padroneggiabile e disponibile quantitativamente, appare come inevitabile soluzione affinché l’uomo possa superare il senso di sé in seguito alla perdita di sé. Transumanesimo e Postumanesimo curano la schizofrenia identitaria endemica con la non-necessità dell’uomo, quindi la sua immortalità e perfettibilità. Quando la vulnerabilità cessa di essere occasione feconda, subentra l’Oltreuomo. Occorre chiedersi: calati nell’inevitabile scontro-incontro con la miseria umana, se frantumati, come ricomporci per annientarci? Ecco la spiritualità perduta, ecco la persona che ha bisogno di tornare al pensiero di sé.

Il libro parla di noi, di ciascuno. L’idea centrale è un nodo fra una condizione antropologica precedente, apparentemente attuale e quella in divenire, oggettivo dato di partenza per discutere sull’identità, sul pensiero di sé (la domanda filosofica e la ricerca di senso), sulla nostra natura umana, quindi grande e docile allo stesso tempo. Non sono pagine che vi consiglio di sfogliare al mattino (men che meno se vi svegliate di sabato o domenica, nella leggerezza di un weekend in famiglia!), vi consiglio però di tentarne la lettura perché lo scopo del lavoro non è di iniziarlo per finirlo, ma di iniziarlo per continuare. Prendetelo come una provocazione, una sfida contro voi stessi, così come lo è stato per me nel momento stesso in cui ho scoperto che per avere la vittoria occorre focalizzare dove e contro chi combattere la battaglia: in questo caso il nemico ero io, eravate voi, siamo noi, sono loro, l’essere umano diverso e l’essere umano che vuole essere uguale. Il nemico si è presentato chiedendomi “allora, dimmi un po’ chi sei” e, ovviamente, per aver qualcosa da dire di sé occorre conoscersi. Proprio qui il vuoto: socialmente siamo sospinti, senza dubbio trascinati, verso modelli adattabili ai quali tendiamo, modelli che incalzano desideri e allontano dall’intimità dei tratti specifici, grazie ai quali siamo mistero e bellezza per i nostri simili, sicché guardando lontano a qualche possibile che pizzica il mutamento, arrestiamo l’originale e con esso la definizione dei suoi contorni. Frustrati rifuggiamo ciò che tocchiamo, per sfiorare l’idea della perfezione, così arranchiamo, tra una delusione e l’altra, verso una vita senza debolezze, non-necessariamente-umana. L’identità frammentata e fluida lascia liberi di parlare di sé con termini rinnovabili secondo preferenze. Questo è l’unico terreno fertile per decostruire, poi fabbricare, sciolti da vincoli e, su questo spazio, questo deserto, affiora la giustificazione a molte delle problematiche, dall’origine alla morte, sulle quali inciampiamo. C’è tutto di noi nella posizione che prendiamo tra il tutto della Vita e il nulla della morte, due fatti che non sono eventi, non capitano senza un trascorso. Sono il nostro tempo qui, fatto a dimensione d’uomo, amico di chi torna a vederlo, nemico per chi si inganna rifiutandolo razionalmente. La mia speranza per questo contributo editoriale è che sia uno sforzo per il lettore, lo sforzo di alzarsi dall’apatia per, un domani, non solo saper rispondere alla domanda di partenza, “chi sei”, ma addirittura padroneggiarla con l’autorevolezza di colui che, facendosi beffe dell’indefinito, ha trovato i suoi ingredienti e può così rivolgerla al suo vicino, solleticandolo fino a smuovere il piacere di meravigliarsi del suo passaggio qui, tra i vivi.

«L’eco della solidità» ha inoltre il piacere di essere il volume di apertura ad una nuova collana filosofica “Laboratori di Filosofia. Collana di studi e ricerche filosofiche”, nata dalla medesima esigenza di cui vi ho sinteticamente reso partecipi. Detto ciò, non posso che augurarvi una piacevole lettura!

https://kairosbg.wordpress.com/2017/07/27/vi-presento-il-mio-libro/

 

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