04 luglio 2017

Lettere di un cardinale ad una Carmelitana Scalza

di Alfredo Incollingo

Non c’è miglior modo per conoscere una grande figura del passato che leggere le sue lettere, anche quelle più intime, indirizzate alle persone più care. La casa editrice “Itaca” ha pubblicato “Lettere a una carmelitana scalza”, in libreria dal 13 giugno 2017, un epistolario del cardinale “conservatore” Giacomo Biffi. Raccoglie le lettere che il porporato italiano inviò per cinquant’anni alla suora carmelitana Emenuela Ghini, sua amica e sua confidente. Per decenni Biffi tenne una fitta corrispondenza epistolare con la religiosa, dagli anni del sacerdozio al cardinalato, raccontando molto di sé e della sua età. Sono scritti poco formali e molto ironici, come si addice a una lettera intima, molto distanti dalla serietà che ha contraddistinto le sue opere e la sua persona.

Come scrive il cardinale Caffarra nell’introduzione, Biffi sapeva anche prendersi in giro: giudicava si, esprimendo un pensiero cattolico, ma mai prendendosi troppo sul serio. A differenza di molte personalità della Chiesa o della politica, non voleva mai ergersi a giudice assoluto della contemporaneità. Le lettere raccontano la sua vita familiare, come la malattia della madre, per esempio, o descrivono le persone più vicine: l’arcivescovo Giovanni Colombo, da lui definito un uomo integerrimo e ortodosso, gli amici Dossetti e Giussani, il fondatore di “Comunione e Liberazione”, l’argine cattolico allo strapotere del Movimento Studentesco di sinistra. C’è spazio anche alla critica: molto duro fu il suo giudizio sul teologo Turoldo. Così scrisse: “La sua “teologiaˮ è farneticante, la sua abituale frequentazione dei ricchi e dei colti lo induce a farsi annunciatore di una Chiesa povera e semplice.
La sua affinità elettiva con chi ha il potere dei mezzi di comunicazione (televisione, Corriere della Sera, etc.) gli dà una risonanza e un’amplificazione del tutto sproporzionata e ingiusta. Purtroppo alla cristianità italiana oggi sono inferti profeti di questa natura.” Accanto alle impressioni su persone, troviamo pregnanti riflessioni sulla vita, sul suo senso e sul credere. Tenera è la sua considerazione sull’esistere: “L’esperienza ravvicinata del dolore degli uomini e del male è uno spettacolo che supera ogni possibilità di sopportazione, tanto che per sopravvivere penso che istintivamente ci si costringa a renderci almeno parzialmente insensibili e a ispessire per così dire la pelle del nostro spirito. Mi sono sempre chiesto come faccia il Padre (che è padre), che è onnisciente e non gli è data la facoltà di chiudere gli occhi, a reggere questa visione insopportabile. E come possa restare, almeno in apparenza, latitante da queste tragedie. So che la risposta deve stare nel Figlio di Dio Crocifisso, e che in questo (che è il più incomprensibile dei possibili eventi) tutto l’enigma del soffrire umano si comprende. Ma si comprende oggettivamente, in se stesso, sul piano dell’essere; io, soggettivamente, non lo comprendo, e, illuminato da una luce così alta, resto all’oscuro. E mi confermo nella convinzione che siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci precede.”

Anche sulla fede il Biffi si rivela senza mai mostrare quella compostezza e fermezza che troppo spesso gli abbiamo attribuito. Non troviamo scetticismo o ateismo, ma una considerazione sulla veridicità della fede in Cristo Gesù: “È molto difficile continuare a credere. Solo che l’incredulità mi sembra più difficile ancora. Mi pare di dover finire per forza tra le braccia del Padre, non tanto perché mi attirino (almeno inizialmente), quanto perché in tutti gli altri posti è, dopo un po’, impossibile stare.” Accanto al teologo, al cardinale integerrimo e al conservatore, le “Lettere a una carmelitana scalza” ci raccontano il Biffi uomo, svelando anche gli aspetti più delicati. Lo stesso Caffarra parla di un uomo che parla e giudica, ma che lo fa tenendo presente che lui stesso è una creatura debole e che non può e non potrà mai ergersi a giudice indiscusso del reale.  

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