28 luglio 2017

L’Europa bacchetta la Polonia, ma non può dare lezioni di democrazia

di Alessandro Rico
Quella dell’Europa che rimbrotta la Polonia sulla riforma della giustizia è la classica storia del bue che dice cornuto all’asino. È indubbio che la legge da poco varata dal Senato polacco sia per molti versi discutibile. L’indipendenza del potere giudiziario ne risulterà minata – anche se sarebbe lecito domandarsi fino a che punto in altri Paesi, come l’Italia, dove la magistratura è formalmente indipendente, essa poi lo sia stata veramente.
Ciò che sembra proprio inaccettabile è la lezioncina di democrazia impartita dall’Unione Europea, che già minaccia sanzioni contro Varsavia per difendere lo «Stato di diritto» e, probabilmente, per puntellare la politica dell’accoglienza che Polonia e Ungheria invece osteggiano apertamente (e coraggiosamente, se paragonate agli italici aedi dello ius soli).

Ma chi minaccia veramente la democrazia? In Polonia un Parlamento eletto sta imprimendo una svolta autocratica al Paese: è un copione già letto in più parti del mondo, dove il modello occidentale di democrazia liberale è semplicemente estraneo alla cultura politica nazionale. D’altro canto, ci sono superpotenze ben più repressive della Polonia di Jaroslaw Kaczynski e Andrzej Duda, come la Cina, alla quale nessuna altisonante istituzione internazionale, inclusa l’Unione Europea, chiede mai conto delle ripetute violazioni dei diritti umani. Anzi, poiché il liberoscambismo fa comodo ad Angela Merkel, il più grande totalitarismo comunista attualmente esistente diventa un improbabile compagno di strada dell’Europa nella lotta al protezionismo di Donald Trump. Chissà se la colpa della Russia e delle altre nazioni dell’Est (peraltro non sempre in perfetta armonia reciproca) non sia quella di voler resistere alla colonizzazione delle varie succursali delle Ong di Soros, che con il beneplacito dell’Ue, in Polonia avrebbero dovuto finanziare generosamente i gruppi di pressione Lgbt.

Chiunque non abbia i paraocchi, d’altronde, si rende conto che l’Unione Europa è la prima a scontare un deficit di legittimazione democratica. E nelle poche occasioni in cui la democrazia ha funzionato, essa ha finito per esprimersi contro l’Europa, come nel caso del clamoroso naufragio della Costituzione europea, affossata dai referendum in Francia e nei Paesi Bassi, o della Brexit. Al di là delle elezioni per il Parlamento, organi come la Commissione europea non sono e non potrebbero essere espressione della rappresentanza democratica cara all’establishment globalista soltanto a fasi alterne: si tratterebbe di indire consultazioni in 27 Paesi diversi, organizzando una campagna elettorale in una miriade di lingue nazionali, su questioni tra loro talmente differenti che un singolo candidato non potrebbe mai padroneggiarle tutte.

Sono i limiti strutturali di un super-Stato, che anziché fare piazza pulita della sovranità politica in favore della libertà individuale, ha riprodotto la sovranità stessa a un livello macroscopico, continentale, con un sistema ben più ristretto di «checks and balances» e nell’interesse di lobby e programmi tutt’altro che democraticamente giustificabili: imporre il gender, il matrimonio e le adozioni gay, l’invasione da parte del continente africano, la nuova guerra fredda alla Russia, l’agenda clintoniana in Medio Oriente. Il tutto, condito dai nefasti del «metodo Juncker»: spararla grossa, vedere come va e, se non ci sono proteste significative, tirare dritto. Distruggendo pezzo dopo pezzo l’autonomia degli Stati membri. I polacchi prendano nota: questo sì che è un esempio di democrazia.

già pubblicato su La Verità.

 

0 commenti :

Posta un commento