19 luglio 2017

L'ultima di padre Spadaro


di Dario Alessandrini

«Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista.
Al contrario lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come "uomo della Provvidenza"» (p. Spadaro).

La pars destruens è condivisibile: quando religione e Stato coincidono generano regimi (teocrazie islamiche nelle quali la religione assume un orizzonte totalizzante e teocrazie "secolari" nelle quali è la politica ad assumere l’orizzonte onnicomprensivo dell’umano come nei regimi di Stalin, Hitler, Pol Pot, Ceausescu, etc.).

La pars costruens lascia basiti: se la vera Chiesa guarda al "futuro escatologico" nei rapporti con lo Stato, allora dovrebbe limitarsi a "generare processi" senza avere la pretesa di fornire un criterio ontologico nella formulazione delle leggi civili? Mentre in Italia ci si appresta "escatologicamente" a produrre un processo secondo il quale dall'Unione civile si dovrà passare gradualmente al Matrimonio Omosessuale, mentre si avvia a conclusione il processo che conduce alla liberalizzazione della Droga, e si conclude la parabola che approda alla legge sulla Eutanasia, la Chiesa - "il vero schema teopolitico cristiano" - che fa?

Guarda oltre, guarda al futuro escatologico, ignora questi nodi, e "sogna" una umanità riconciliata promuovendo la Parenesi Globale per la prossimità al Migrante. Così la Chiesa "escatologica" di Spadaro resta librata in aria e lascia lo spazio pubblico nelle mani di quella “escatologia secolare” che si approssima a  condurre il mondo verso il post-umano. Questo "gioco" costituito dall’intreccio di due escatologie reciprocamente implicate  - una che conduce al post-umano, l'altra che vagheggia l'umanità riconciliata - può risolversi in modo diverso se non nella loro piena identificazione? Tradotto nelle categorie della teologia classica: la separazione netta tra Chiesa e Stato non si risolve in definitiva nella  perfetta identificazione Stato/Chiesa? E questa non genera sempre mostri? In questi rigurgiti teologici sembra sentire il riecheggiare  di “teologie politiche” non ben assunte e  metabolizzate (Bloch, Moltmann).

La Chiesa non ha mai ridotto il Regno di Dio alle categorie intramondane, cioè all'ambito socio-politico. Il Regno di Dio (dimensione escatologica) è già (anticipato nella fede) e non ancora (realizzato nella gloria). L'unico "errore" - se così si può dire - operato dalla Chiesa è consistito nella non sempre chiara distinzione tra le due sfere: Cesare (stato) e Dio (chiesa). Questa è stata una trattativa lunga e drammatica mai definitivamente risolta. Ratzinger diceva che ci sarà sempre una tensione nell'attribuzione della sfera di influenza tra chiesa e stato.  L'importante è aver chiaro - e la Chiesa lo ha avuto sempre chiaro - che la dimensione escatologica, per quanto sia il fermento  della storia, non sarà mai realizzata pienamente nella storia. Il fine della storia non può essere collocato nell’ambito intramondano, non può nascere dal basso, dallo sforzo dell’uomo, non può consistere nella riconciliazione tra tutti i popoli o nella sintesi tra tutte le religioni in un unico comune denominatore, ma è la Parusia, cioè l'irruzione del divino nel mondo perché questo sia definitivamente trasfigurato e assunto nella gloria trinitaria.
 

1 commento :

  1. Mi presento. Lo pseudonimo che usavo in un precedente blog nasconde l'autore di "Democrazia regale", che mi auguro al più presto la casa editrice Marsilio vi invii. Complimenti a Alessandrini per le sue poche ma ben centrate parole sul tema di "Cristianesimo autorità potere" al quale ho dedicato il mio libro. Spadaro ci prenderà per degli "odiatori" - come ha bollato i suoi critici in un twitter - ma perché mai dovremmo odiarlo? A quanto pare non sa distinguere atteggiamenti diversi: compatire non è odiare. Ci dispiace per la figuraccia intellettuale di un articolo disinformato storicamente e teoricamente, ossia filosoficamente e, quel che è peggio, teologicamente insussistente. Forse non è neanche colpa sua, ma di una deficienza dell'insegnamento impartito agli aspiranti preti della sua generazione, da quando l'abbandono del tomismo ha rappresentato il venir meno del collegamento della teologia cristiana con il pensiero classico, in dialogo con il quale si era formata. Togliamo la filosofia classica - e per suo tramite il collegamento con tutte le grandi tradizioni di pensiero e di vita che chiamiamo "religiose" - e la teologia cristiana si smarrisce. E cede magari alla tentazione dal democratismo buonista, nella ricerca di un dialogo con interlocutori che di dialogare non hanno intenzione alcuna. L'appello alla misericordia suona quindi sinistramente come invito a esporsi a un martirio indiscriminato. Ora, per quello che ne so, l'accettazione del martirio non può essere che un atto personale. Perciò, se vedo altri che vengono aggrediti, non posso scegliere per loro, e sono chiamato a difenderli. Chiamata che non può essere sostituita da vane giaculatorie moraliste che non servono a niente. Se non agisco in difesa del bene, mi rendo complice del male. Paradossalmente oggi chi ci odia si lamenta del nostro odio. Con la complicità dei potentati globalizzatori, ai quali poco interessa di ciò che può differenziare gli uomini, le società e le tradizioni in più o meno buone e cattive, quando non sono semplicemente cattive. Chi è dunque oggi - vorrei chiedere a Spadaro - che si allinea con il potere, il "misericordioso" o il combattivo? Certo, il nostro deve essere innanzitutto il combattimento a cui ci invita san Paolo nel finale della lettera agli Efesini; ma se del caso, come si è teorizzato nella tradizione cristiana con la dottrina della "guerra giusta", non dobbiamo neanche rifuggire dall'uso di armi umane troppo umane. Non per odio, vorrei dire a Spadaro, ma per amore di giustizia.

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