10 luglio 2017

Per fortuna c’è don Matteo! Contro la disperazione attuale


di Samuele Pinna

Vedo pochissima televisione (notizia inutile), ma quando sono a tavola non la disdegno (notizia altrettanto inutile). Di là da queste informazioni superflue, in questi giorni ho scovato su una rete nazionale qualcosa di interessante: proprio nell’ora del pranzo sono rimandate in onda alcune puntate di vecchie stagioni della famosa fiction Don Matteo. 

Nonostante non sappia bene di quale serie si tratti (forse la quinta), rimango sempre ammaliato da quegli episodi che uniscono a un racconto giallo alcune vicissitudini dei protagonisti. Sono convinto che Don Matteo sia una fiaba dei tempi moderni, dove si sprigionano in un condensato molti valori buoni, spremuti ben bene. Del resto, la caratteristica della buona fiaba, afferma il letterato inglese Tolkien, è che essa è in grado di provocare nel bambino o nell’adulto che l’ascolta (o la guarda) «un’interruzione del respiro, un sobbalzo del cuore, di portarlo vicino al pianto o addirittura di indurlo effettivamente a piangere». Non nego, pertanto, un po’ di invidia nei confronti del protagonista per come esercita il suo ministero sacerdotale: riesce, infatti, a essere sempre presente al momento e nel luogo giusti.

Ha un sacrestano, simpatico tra l’altro, eppure non disdegna di pulire la chiesa; ha una perpetua, anche lei particolare nella simpatia, eppure non si tira indietro nel dare una mano nelle varie faccende di casa; trova il tempo di pregare ed è sempre di aiuto verso tutti quelli che lo necessitano. La “cosa”, però, per me più affascinante accade quando, solitamente a fine puntata, fa prendere coscienza del male e (addirittura) riesce a convertire le persone che per vari motivi hanno commesso qualche delitto. Lì un po’ d’invidia mi viene nel vedere la bravura di don Matteo, perché, a essere attenti, le sue parole e i dialoghi sono sempre edificanti e azzeccati. E non è solo l’invidia davanti a Terence Hill, attore magnifico, e ai suoi occhi di un terso azzurro e lo sguardo furbo alla Trinità, bensì a quella bellissima storia narrata e interpretata magistralmente. Del resto, solo un attore come Terence Hill poteva personificare Don Matteo, dove i valori buoni recitati sul set sono altresì presenti nella sua persona. Non voglio, però, stilare qui l’elogio a questo grande attore (che non è ha bisogno), ma proporre una riflessione nata a partire da quei racconti da fiaba.

Sì, perché non c’è solo il “prete-dective” o meglio il prete-prete, ma anche l’arma dei carabinieri e la politica (almeno nelle puntate di questa serie) a essere chiamati in causa e resi modelli positivi. E tutti ce ne guadagnano: i ministri della Chiesa, le forze dell’ordine e i politici stessi. E c’è un’armonia, un concentrato di bene, che fa sospirare e immaginare che un mondo migliore è possibile. Allora non resta che dire grazie agli attori, agli autori, ai produttori di Don Matteo per questa storia che ci raccontano da anni e che pare sempre giovane. Avvenimenti narrati che ci fanno pensare e ci portano alla dura realtà, così diversa, ma insieme con una via d’uscita: è davvero possibile cambiare. Sì, è possibile cambiare se, come don Matteo-Terence Hill, ci si affida al Signore sia nei momenti bui sia in quelli di apparente normalità; se Lo si prega e si esercita la misericordia non come condono ma come aiuto alla conversione del cuore, che necessita pentimento e penitenza. Un prete, don Matteo, che sa stare in ginocchio davanti al suo Signore, che non dà consigli sbagliati (sebbene alla moda) per essere popolare, ma dice e ricerca la verità, che sa arrabbiarsi all’occorrenza eppure che ha una grande umiltà a motivo del suo servizio che nasce dal rapporto con Qualcuno. Un pastore con l’“odore delle pecore” (per usare la famosa frase di papa Francesco), ma che rimane pastore per le sue pecore e pecora dinnanzi all’unico Pastore universale. Preferisce subire lui, piuttosto che rinnegare la verità, la quale deve essere ricercata mediante indizi e prove uniti a ragionamenti e restando sempre attento a quei particolari che sfuggono ai più, come in ogni buon libro giallo. Un prete vero e, proprio per questo, da favola: difficile essere sacerdote così!
Ma a guadagnarci c’è anche l’arma dei carabinieri, dove nella fiction si osserva il lavoro svolto con onestà, capacità, coraggio e buon senso. In una società libertina, da tempo le forze dell’ordine sono spesso considerate antagoniste, oppressive e sopportate con fastidio. Don Matteo permette di sperare che, nonostante il decadimento dei valori, le persone che li devono difendere non siano intaccate dal male e dalla mediocrità.

Poi c’è anche un po’ di politica negli episodi, raccontata con garbo: “la” Sindaco svolge con serietà, in modo professionale e con umanità intelligente il suo servizio alla collettività. In un episodio sono persino raccontate le elezioni e, a prima vista, si potrebbe dire con fair play, ma invero è solo mostrato l’equilibrio con cui dovrebbero essere vissute le cose in un mondo “normale”. E qui la fiaba sembra prendere accenni parossistici. Eppure è la realtà che tutti sogniamo. Perché non si realizza allora? Tante le risposte.

La prima: abbiamo eclissato Dio dal nostro orizzonte e lo abbiamo sostituito con degli idoli (denaro, potere, sesso…). Non solo il Dio cristiano è sparito dalla coscienza, ma l’idea stessa di divinità: ci siamo liberati del divino e ci siamo trovati schiavi di un uomo decaduto, con mille possibilità (tecnico-scientifiche) eppure incapace di vivere il bene (morale). Siamo giunti addirittura a rifiutare di riconoscere che l’Europa abbia radici cristiane e poi continuiamo a scervellarci di come uscire da una crisi che appare imperitura. Le due cose sono collegate: la vera crisi è valoriale e si supera solo sapendo da dove si è venuti e capendo dove si deve andare. Il problema maggiore – ed è una seconda risposta – è quello dunque d’aver perso l’uso di ragione. Come si possono negare le nostre radici cristiane quando il calendario si basa sulla nascita di Cristo, quando Natale e Pasqua si considerano giorni festivi e l’arte più sublime che possediamo è ispirata dalla fede cristiana?

Da qui – ed ecco una terza risposta –, si sono camuffati i disvalori dandogli una sembianza positiva per mezzo di una libertà mal intesa, sostituendo la legge naturale e morale con quella umana (troppo umana) degli Stati. La legge naturale riguarda ogni uomo di tutti i tempi, quella di uno Stato invece è molto fragile e transitoria e può essere anche ingiusta.

Un’ultima risposta – ma ce ne sarebbe tante altre, tra loro concatenate – è quella di aver smarrito la differenza tra vero e falso. Dante ce lo insegna nel quinto canto dell’Inferno (vv. 52-60) quando parla di Semiramide, imperatrice di molte nazioni dalle diverse lingue (favelle), la quale fu così corrotta dal vizio della lussuria che fece una legge che ne legittimava (fé lecito) il capriccio (libito). La legge di uno Stato, ahinoi, non è necessariamente una legge giusta: «a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta» (Inf., V, 55-57). La legge per essere giusta deve essere buona universalmente e ispirata alla verità (apodittica).
Per fortuna c’è don Matteo che ci riporta a sperare in un mondo migliore. Non ci resta che pregare, tenendo presente quanto ha dichiarato una volta il cardinal Giacomo Biffi a riguardo della retta fede che deve contraddistinguere i cristiani: «non abbiamo bisogno di annunciatori della parola che cambia il Vangelo con la scusa di adattarlo al nostro tempo, ma di annunciatori che tentino ogni giorno, magari riuscendoci poco, di cambiare se stessi per essere ogni giorno più conformi al Vangelo che non cambia».
Ah, dimenticavo: per fortuna in Don Matteo c’è anche il maresciallo Cecchini (alias il mitico Nino Frassica), che nei momenti bui è un toccasana, perché regala un poco di luce nell’aiutare a fare una onesta risata.

 

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